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“In Fiat mi diedero una pistola e una blindata”. I primi 80 anni di Marco Benedetto raccontati da lui meglio di un film: “Sanremo? Lo sentivamo alla radio”. L’avvocato Agnelli? “Le Br volevano rapirlo”. E su De Benedetti, Montezemolo e…

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

5 febbraio 2025

“In Fiat mi diedero una pistola e una blindata”. I primi 80 anni di Marco Benedetto raccontati da lui meglio di un film: “Sanremo? Lo sentivamo alla radio”. L’avvocato Agnelli? “Le Br volevano rapirlo”. E su De Benedetti, Montezemolo e…
Capo ufficio stampa della Fiat, ad de La Stampa, ha lavorato con tutti, dai fratelli Agnelli a Scalfari. Sono 80 anni pure per Marco Benedetto e ce li racconta lui in un articolo uscito per Blitz quotidiano: dal dopoguerra a oggi, Sanremo, le Br, la pistola e la blindata che gli diedero ai tempi in cui lavorava in Fiat e tutto il resto. Ecco cosa significa attraversare la storia

di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

“Un traguardo insperato, sognato e temuto”. Inizia così il lungo articolo che Marco Benedetto si è scritto da solo per i suoi primi 80 anni. Forse solo lui, o un biografo davvero bravo, avrebbero potuto scrivere tutta la storia. Perché di carriera ne ha fatta tanta. Davvero tanta… “Sono diviso fra due diversi sentimenti. La soddisfazione di esserci arrivato, il fastidio della vecchiaia che ho sempre provato fin da giovane e che con gli anni non si è attenuato. Sono stato fortunato, non solo come persona favorita dal destino, ma anche come testimone della fantastica trasformazione dell’Italia da Paese di poveracci a scrigno di ricchezza e prosperità, da terra di emigrati a calamita per immigrati”. Parte dall’inizio: “Ricordo la miseria degli anni del dopoguerra, gli inverni aggravati dal clima molto più freddo di oggi, un po’ di carne solo la domenica, un piatto di minestra ed è subito pera verseggiava Gino Patroni. Non c’era telefono, non c’era frigorifero, d’estate il ghiaccio si comprava in enormi lingotti dal carbonaio”. Sanremo? “Lo sentivamo alla radio, la tv arrivò qualche anno dopo". Si è fatto il Dopoguerra ma anche il boom degli anni Sessanta e Settanta e tutte le contraddizioni della società del benessere, compresi i movimenti extraparlamentari e la stagione della guerra civile tra terrorismi rossi e neri: “C’è chi ha visto dietro il terrorismo, rosso e nero, il ditino dei servizi segreti americani e sovietici. Furono anni difficili, l’odio sociale lo respiravi nella nebbia di Milano e Torino, nella macaia di Genova, la rabbia era percepibile anche nella voce del radiotaxi. Si parlava di golpe. Conoscevo gente che non dormiva più a casa, talvolta ottima scusa per passare una serata con l’amante”. Anni che visse in Fiat: “Quando lavoravo lì, trovarono il mio nome in un covo, mi diedero pistola e auto blindata”. Un momento di isteria collettiva che fece emergere la cultura radical chic: “La borghesia era impazzita, dominava il mito di Mao. Ricordo una ricca signora che dopo aver comprato casa a Londra con i soldi del marito miliardario (in lire) si precipitò a sfilare in corteo col pugno chiuso ben alzato”. Un periodo che abbiamo dimenticato, altrimenti non si spiega come ci si stupisca, oggi, di tutto, anche della minima notizia di cronaca nera: “Abbiamo superato tutto questo, ora ci spaventiamo per qualche scippo e ci disperiamo per omicidi e accoltellamenti che trovano in Internet cassa di risonanza ma non teniamo conto che qualche decina di casi su quasi 60 milioni di abitanti rappresenta un dramma che dobbiamo accettare”.

Marco Benedetto e Alain Elkann
Marco Benedetto e Alain Elkann
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La vita con i grandi nomi tra i ritratti italiani di Arbasino, come quello dell’avvocato Agnelli, “l’unico italiano che a New York era più a suo agio che in Italia. A Torino Brigate Rosse, Prima Linea e altri malavitosi erano in coda per rapirlo (come poi fecero con la consuocera) e fargli la pelle”. Poi la carriera da giornalista: “La mia vita è stata abbastanza miracolosa. Ho deciso di fare il giornalista invece che l’ingegnere nucleare come il mio amico spirito guida del tempo quando avevo 13 anni. Quello del giornalista era un mestiere che mi affascinava e in più prometteva condizioni retributive pari a quelle di un laureato senza bisogno di laurea (che presi su insistenza dei miei mentori quando già ero giornalista professionista). Fui scoperto e lanciato da Giancarlo Piombino, futuro sindaco di Genova, nei giorni della maturità e iniziai a curare pagine e rubriche la domenica, in un giornale che usciva a Genova solo il lunedì”. Da lì alle vette del quarto potere c’è voluto poco: “Ho avuto la fortuna di lavorare con personaggi come i due fratelli Agnelli, Gianni e Umberto, come Cesare Romiti e Carlo De Benedetti, come Eugenio Scalfari, un genio. A De Benedetti devo la fortuna finanziaria”. E poi tanto altro. Le passioni filosofico-letterarie e di costume (“Stimo e ammiro Paolo Flores d’Arcais e Roberto D’Agostino, diavolo e acqua santa. Li unisce l’onestà e la passione”) e gli sbandamenti geopolitici prima durante e dopo la Guerra Fredda (“La mia vita è una ulteriore testimonianza del gigantesco progresso dell’Italia con la repubblica e la appartenenza alla sfera americana. Non credo che sarebbe stato possibile un secolo prima: avrei fatto il barbiere come mio padre”). Un tour de force iniziato un bel po’ di tempo fa e oggi lo racconta lui su Blitz quotidiano. Vale la pena di leggere un pezzo di storia dell’informazione italiana, perché, come sempre accade a quei livelli, è storia italiana tout court.

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