È vero i miei romanzi sono tutti bacati. Inserisco nella mela del romanzo il verme del racconto. Li interrompo, li segmento, li metto in pausa e poi li faccio ripartire. Faccio vedere le cuciture delle trame e me ne vanto. Rivendico la letteratura, ben sapendo che ogni volta che la nomino l’avvicino alla sua stessa fine. Gioco di prestigio non fa eccezione: già nel titolo è evidente un tentativo di definizione della letteratura. La letteratura come dovrebbe essere e non com’è diventata: un’illusione fallace, una menzogna a metà. È un tentativo nostalgico, alla maniera di Ingeborg Bachmann quando scrive Letteratura come utopia, di chi rivorrebbe indietro qualcosa che è perduto per sempre. Lo ripeto, più invochiamo la letteratura più siamo fottuti. Ai tempi in cui se la passava benissimo - ai tempi in cui era l’unico medium per veicolare una storia, ai tempi in cui i grandi romanzi colti e i feuilleton erano la stessa cosa - nessuno aveva bisogno di pronunciare il suo nome. Oggi è tutto un tirare la letteratura per la giacca, chiamarla a gran voce, reclamarla, ribadirla. Tanto più una cosa è impensata quanto più è potente. Viceversa, il pensare troppo a una cosa la indebolisce, la debilita. Oggi non facciamo che pensare alla letteratura perché sappiamo che ha smesso di essere uno degli strumenti cognitivi attraverso cui l’uomo conosce se stesso. Smarrito il senso della letteratura, gli scrittori quotidianamente si sforzano di trovargliene uno posticcio. Più che scriverla (e leggerla), la rimuginiamo. Dalla letteratura della crisi alla crisi della letteratura il passo è stato brevissimo. Oggi gli inetti non sono più i personaggi ma direttamente gli scrittori. C’è una crepa che, dal crollo odierno, è possibile seguire a ritroso mentre si fa sempre più piccola, quasi impercettibile.
Le evidenti cause macro-sociali di oggi da esterne si fanno interne, corrono sottotraccia tra le righe delle pagine. I reiterati “Preferirei di no” di Bartleby o l’ossessione stilistica di Gustav Flaubert o la forma del racconto - soprattutto fantastico - che preconizzava la scoperta della psicoanalisi, minacciavano implicitamente la vigoria del grande romanzo. La modernità cominciò a fare a pezzi la trama: se l’io di un personaggio è sfaccettato, come è possibile fargli seguire un solo sentiero narrativo? Immaginatevi un Raskol'nikov che, a seguito dei suoi tormenti, invece di darsi all’omicidio annota ogni giorno su un diario quante sigarette fuma. La meta-letteratura mise in primo piano il congegno narrativo. Thomas Bernhard, uno dei più compiaciuti distruttori del vigore della letteratura, soleva dire: “Nel mio lavoro, quando qua e là si formano i primi segni di una storia, o quando in lontananza vedo spuntare da dietro una collina di prosa l'accenno a una storia, gli sparo addosso”. Nell’intera sua opera non c’è un solo personaggio che non abbia le sue stesse idiosincrasie. Se non era più possibile immaginare personaggi troppo sfaccettati, tanto valeva diventare gli umili scrivani dei nostri io: Marcel Proust. A quel punto la crepa s’allargò a dismisura, e con le neoavanguardie si fece voraginosa. Furoreggiavano definizioni come “Antinarrazione” o “Sperimentale”. Negli Esercizi di stile Raymond Queneau variò per novantanove volte la stessa storiella, il “come” contava più del “cosa”. Il formalismo, lungi dal voler ricongiungersi a un valore estetico (mito neoclassico tutto ottocentesco), strangolò la letteratura. Dietro l’angolo la postmodernità, declinata nell’estrema condensazione del minimalismo e nell’ipertrofico citazionismo del massimalismo, finì il lavoro. Ai tempi del suo fulgore alla letteratura bastava essere scritta una volta sola, ora la si riscrive e la si ricombina all’infinito. La si scompone e la si ricompone: è il preludio del falso mito oltranzista dell’editing, della scrittura non perfetta ma standard (perfettamente standard, funzionale), asettica, che al massimo può puzzare di Premio Letterario (rientrato alla chetichella: il tema, meglio se in chiave pedagogica).
E siamo a oggi, i romanzi trasformati nelle TAC degli autori. Questo io che è coperto a malapena dalla foglia di fico dell’autofiction. Al posto della sospensione dell’incredulità, la sospensione della credulità, tant’è tutto spacciato per vero. E torniamo a Gioco di prestigio che è consapevolmente, disperatamente figlio del suo tempo, anche quando azzarda delle piccole trasgressioni: si dota di una struttura biografica che richiama l’autofiction senza tuttavia dichiararsi come tale; usa un tema patetico, perfino elegiaco, come quello del potere salvifico della poesia senza concedere niente al sentimentalismo; costruisce una situazione romanzesca incaponendosi nella distruzione del romanzo: dopo il postmoderno, siamo giunti nel postletterario. Certo che ci mancano Julien Sorel e Anna Karenina, Sherlock Holmes e Edmond Dantès. Tuttavia non possiamo tornare indietro, bisogna andare avanti, e li guardiamo anche con una punta di disprezzo, quel tipo particolare di disprezzo che riserviamo alle cose che ci ricordano la nostra ingenuità. Se il gioco di prestigio della letteratura non viene più creduto, non resta che riservare il momento più avvincente alla spiegazione del trucco.