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5 agosto 2026

Abbiamo visto il nuovo film horror Hokum, come se un Premio Strega (Michele Mari?) finisse in una casa stregata irlandese

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

5 agosto 2026

Tra folk horror, cerchi alchemici disegnati col gessetto, un coniglio che sembra Lupo Lucio finito dentro Candle Cove e un vecchio hippy devastato di funghetti, l'ultimo film di Damian McCarthy è un frullatore di cliché che, contro ogni pronostico, funziona nella sua quasi totalità
Abbiamo visto il nuovo film horror Hokum, come se un Premio Strega (Michele Mari?) finisse in una casa stregata irlandese

Se un Premio Strega finisse davvero in una casa stregata irlandese, probabilmente verrebbe fuori qualcosa di molto simile a Hokum. L'innesco di questo film schiettamente horror è classico ma funziona. Uno scrittore di successo, tormentato da un trauma infantile, torna nel luogo dove i suoi genitori avevano trascorso la luna di miele per disperderne le ceneri. La madre, amatissima, è morta quando lui era ancora bambino, assassinata peraltro; il padre, invece, è una figura che ha imparato a odiare. Da lì in poi l'albergo dove si ferma per una settimana di “lavoro di scrittura” in Irlanda diventa una trappola.

Gli albergatori sono simpatici quanto una colonscopia senza anestesia. L'unica eccezione è una pseudo bellona che, nonostante il protagonista abbia il carisma sociale di Michele Mari a un incontro sul ricordo dell'eredità culturale e politica del femminismo di Michela Murgia, continua inspiegabilmente a trattarlo con una certa benevolenza. Poi il film apre tutti i rubinetti dell'horror. C'è il folk horror irlandese, quello da camera claustrofobica, le urla inquietanti, i versi mostruosi, il “raspare” sotto la porta, la strega nel seminterrato, l'albergatore fedifrago, il vecchio hippy devastato dall’abuso funghetti, i cerchi alchemici tracciati col gessetto per tenere lontano il male, le capre “demoniache” che rovinano la carrozzeria delle auto e una quantità di cliché che, al confronto, Resident Evil sembra un film di Ari Aster. Eppure, il bello è proprio questo: Hokum non ha alcuna vergogna di essere quello che è. E funziona, perché il ritmo c’è tutto, è incalzante, succedono tantissime cose a schermo, magari non tutte di estrema eleganza ma tutte intrattenenti (compreso il vecchiardo proprietario dell’hotel che, evidentemente, ha come unica occupazione quella di terrorizzare a morte i bambini che soggiornano lì con storie dell’orrore di brughiera).

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C'è poi il coniglio, questa presenza evanescente che scaturisce dall’infanzia del protagonista, sembra un Lupo Lucio uscito male e finito dentro Candle Cove, la celebre creepypasta sul programma per bambini che nessuno dovrebbe ricordare. Damian McCarthy, il regista, ha raccontato di essersi ispirato anche al Púca della tradizione irlandese, creatura mutaforma che può assumere le sembianze di una lepre o di un coniglio. Peccato che il film finisca quasi per dimenticarsene: più che un elemento davvero decisivo, resta una suggestione buttata lì, un'immagine inquietante che promette molto più di quanto poi mantenga.

La parte centrale, tuttavia, gira davvero bene. Costruisce tensione, diverte, cambia continuamente registro senza prendersi troppo sul serio. Poi però arriva il finale e lì qualcosa si rompe. Il metaracconto del romanzo che il protagonista sta scrivendo per chiudere la sua trilogia è debole e termina con una stucchevolezza superiore persino a Marcellino Pane e Vino, togliendo forza a tutto quello che aveva funzionato fino a quel momento.

Anche i personaggi che ruotano attorno al protagonista finiscono per essere semplici dispositivi narrativi più che persone “in carne e ossa”. L'albergatore fedifrago è una figura bidimensionale, una cartolina appiccicata con la carta velina; il vecchio hippy strafatto di funghetti è un deus ex machina che va avanti solo perché ha un plot armor più grossa dell’albergo stesso; la bella albergatrice, nonostante sia l'unica a mostrare un minimo di umanità verso il protagonista, non acquista mai un vero spessore. Persino il lobby boy, che viene maltrattato per tutto il film dal nostro "Michele Mari", resta poco più di una comparsa. Nessuno di loro possiede una vera backstory, una tridimensionalità o un'evoluzione: esistono soltanto perché la trama ha bisogno che esistano.

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Tant'è vero che, proprio per questa mancanza di tridimensionalità di ogni personaggio che il nostro protagonista incontra, avevo pensato, maldestramente, che fosse tutto il parto della mente dello scrittore. Mi ero convinto che fossimo dentro un romanzo che usa un metaracconto, che cita un metaromanzo al suo interno, per farci vivere un'avventura nella psiche del protagonista. Forse ho sbagliato io, ma vi assicuro che non avevo calato nessun funghetto durante la visione al cinema.

Però, alla fine, Hokum resta un horror sinceramente godibile. Non è controfiletto, è una cotoletta alla milanese media con un bel piatto di patatine. Se hai una fame tremenda esci soddisfatto, anche se sai benissimo che non hai mangiato in un ristorante stellato. E, paradossalmente, la cosa più sorprendente è che tra una strega, un seminterrato, un coniglio della Melevisione, cerchi magici tracciati col gesso e un vecchio strafatto di allucinogeni ti viene voglia di chiudere il film e aprire un romanzo di Michele Mari. Non succede spesso. Ma succede.

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