Chissà a chi sarà passato per la testa in Italia di sostituire definitivamente la diretta del Concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker con quella del Teatro La Fenice. Nel 2004 aveva un senso, celebrare con un evento straordinario la ricostruzione dopo l'incendio del 1996. Ma dopo oltre 20 anni, che razza di peccato dobbiamo espiare per non poter godere in diretta di quella che è, da sempre, una vera e propria messa laica per appassionati e non?
La diretta dalla Sala d'Oro del Musikverein - quella che per decenni ha scandito l'inizio dell'anno, tutti a tavola con parenti e amici - continua a essere sacrificata, relegata in differita su Rai 2, per lasciare spazio alla diretta da Venezia. E pure parziale.
Diciamolo subito, senza girarci intorno così ci mettiamo l'anima in pace: le due orchestre non sono paragonabili per livello artistico e musicale.
Da Venezia, la formula televisiva è la versione sbiadita di quella viennese, non ha una sua identità se non per le immagini di Venezia e su questo non è che ci voglia chissà quale guizzo creativo, si vince facile. Musicalmente il risultato è buono: coro ottimo, archi non sempre impeccabili ma compatti, solisti dei fiati che fanno bene il loro tra giovani leve e prime parti storiche. Certo, i tempi lentissimi non aiutano e più di una volta la palpebra cade ma insomma nel complesso un risultato più che dignitoso.
Con la differita da Vienna sbarchiamo invece su un altro pianeta. L'orchestra è uno strumento unico e con un incontenibile Yannick Nézet-Séguin che decide di stravolgere il rituale della Radetzky March intrufolandosi nel pubblico e dirigendolo dal parterre - ci mancava solo facesse il trenino, meraviglioso – anche lo spettacolo diventa irresistibile. In confronto il conto alla rovescia della sera prima capeggiato da Liorni/Rai e Panicucci/Mediaset ha la verve di un procione in letargo. Ci vanno i procioni in letargo? Boh, ma i telespettatori sì, a quanto twitta il popolo di X.
Ok, frena. Riavvolgiamo un attimo. Perché questa differenza tra Vienna e Venezia?
Iniziamo dicendo che i Wiener Philharmoniker sono un’anomalia storica. Nascono nel 1842, in pieno Impero asburgico, come orchestra formata dai professori dell’Opera di Corte. Ma con la volontà di separarsi dall’istituzione teatrale per esistere come corpo indipendente.
Si costituì una cooperativa di musicisti che ancora oggi decide per voto interno, si governa da sola e continua a costruire un'identità non per rifondazioni ma per stratificazione. Ogni generazione riceve un'eredità sonora e istituzionale. Da questo nasce un suono riconoscibile, curato e protetto nel tempo.
Vi ricorda qualcosa? Esatto. Claudio Abbado fondò la Filarmonica della Scala nel 1982 seguendo esattamente questo modello. Anche alla Fenice ci provarono anni fa.
L’orchestra della Fenice resta quindi l’orchestra di un teatro.
Un teatro storico, centrale nella vita musicale italiana, ma pur sempre un’istituzione lirica che viene prima e ingloba il complesso orchestrale. L’orchestra serve stagioni, produzioni, direzioni artistiche, sovrintendenze. Non nasce per essere un soggetto indipendente.
Questa differenza strutturale determina il risultato musicale e il livello di autorevolezza. E l’autorevolezza pesa, soprattutto nei momenti di crisi. Anche a Vienna ce ne sono stati: fino al 1997 dovevi essere uomo per entrare, solo per dirne una. Eppure quella indipendenza ha continuato a produrre un peso specifico nel tempo.
Alla Fenice l’attrito è diventato subito caso nazionale. Sulla nomina di Beatrice Venezi: proteste ovunque, fronte compatto, esposizione massima. (Poi sull’inchiesta delle masterclass illegali nei Conservatori portata avanti da MOW, gli stessi muti. Strano.)
Perché si è contestata una scelta perfettamente legittima sul piano formaleE perché la mobilitazione è stata gestita dai sindacati: ma sindacati e orchestra non sono la stessa cosa! La rappresentanza ha una funzione, non è l’orchestra. E l’orchestra non è l'istituzione, è strumento dell'istituzione., senza avere una struttura autonoma da cui parlare. Il risultato della protesta contro la nuova direttrice musicale? Zero.
Ecco perché le spillette placcate con la chiave di violino e il cuoricino, indossate da orchestra, coro, direttore d’orchestra e parte del pubblico come protesta simbolica dopo mesi di veleni, fanno l’effetto di arrivare vestiti in grande spolvero a una festa e scoprire che era un pigiama party. E ti avevano pure avvertito.
Protestare senza fondamenta è controproducente. È la differenza tra fare opposizione e fare chiasso. E se questa distinzione vi fa scattare l’indignazione, fatevi un giro e cercate Mortality di Ricky Gervais, primo su Netflix da tre giorni: analizzare un fenomeno non è prendere posizione e il sarcasmo serve proprio a rompere il riflesso che trasforma ogni lettura in tifo.
Nel dibattito culturale italiano se distingui, sei contro qualcuno. Se analizzi un sistema, stai attaccando le persone. Se osi dire che non tutte le proteste hanno lo stesso peso, sei un nemico. È il modo più rapido per provare a delegittimare qualsiasi discorso che non coincida con il proprio.
Dalle spillette placcate all'oro della Sala del Musikverein passa l'autorevolezza di una posizione. E l'autorevolezza non ha bisogno di spillette.