Ad Amsterdam una chiesa neo-gotica (Ottocento) brucia. I danni sono irreparabili, il campanile è diventato polline di scintille per chilometri. La chiesa è andata a fuoco tra il 31 e l’1, di notte. La chiesa di Vondelkerk aveva 154 anni, dopo una restaurazione negli anni Ottanta divenne nel tempo un luogo per eventi (concerti soprattutto). Era molto frequentata, da credenti ovviamente, non spettatori, prima di cadere in disuso. Poi progettarono di salvarla con una lavanda gastrica. Ora, probabilmente per colpa di un fuoco d’artificio, un “botto”, puntato contro l’edificio, non esiste quasi più. Ma non esisteva più già da tempo. Come dicono certi figli dei genitori anziani: non era più con noi già da un po’. Non era più lui (o lei). Non riconosceva i propri figli e nipoti e i figli e nipoti hanno smesso di riconoscerli. La chiesa, da anni, non era più una chiesa. E l’Europa?
L’Europa non è più l’Europa, soffre di demenza e dei vuoti nello stomaco. C’è un modo antico per intenderlo: horror vacui. Chi lo provi mentre osserva questo “impero alla fine della decadenza” è una creatura che sta diventando mitologica: il borghese. Sempre più associato al grigio di Londra, ai completi gessati e inspiegabilmente alla burocrazia, quel tipo di uomo che ha inventato la modernità ha inventato anche l’Europa. Chi è il borghese se non quel “conservatore del futuro” di cui parlava Thomas Mann? In altre parole, come ebbe a dire di se stesso, il borghese “ha bisogno di verità nuove”, che è un altro modo per dire che non ha bisogno della novità e basta. Non è un caso se Mann divenne un eroe intellettuale di Joachim Fest, il primo tedesco a scrivere una grande biografia di Hitler, ormai negli anni Settanta, e un grande sostenitore della borghesia. Quella stessa borghesia avviluppata al fascio di cose considerate da buttare, come il cristianesimo (e in particolare il cattolicesimo).
Eppure, proprio come ricorda Fest, “il mondo borghese muore e vive; e vive perché muore. È un suo specifico modo di farsi valere”. Non è un caso che la speranza sia un sentimento profondamente borghese, un sentimento a metà tra il desiderio e il rischio, un sentimento di attesa. E non è un caso che ciò che manca nel mondo sia proprio il senso dell’attesa e dunque il suo sentimento, la speranza. Non è un caso che il mondo non faccia pause, che la nostra società sia in costante accelerazione, non solo come progresso ma come elaborazione del trauma. Hartmut Rosa, accusato di essere il meno francofortese degli eredi della Scuola di Francoforte, in una lezione tradotta e pubblicata in Italia da Il Mulino nel 2025 (La democrazia ha bisogno della religione), ricorda che lo spirito religioso, a prescindere da qualsiasi Chiesa, pone un freno all’accelerazione indefinita, che è poi paradossalmente sterile, spiega, immobile. Una “fuga immobile”, per dirla con Walter Siti. E ancora, tornando alla metafora iniziale, un ventre vuoto. Anzi, un ventre infecondo. L’Europa cos’è diventata se non questo costante rifiuto della maternità, della cura, della gestazione di idee. Dov’è lo slancio che caratterizzava “l’Europa delle cattedrali” di Robert Schuman, l’immaginazione poetica. In altre parole, dove sono i campanili, i cappelloni affrescati, i riti, i grandi libri? Dov’è lo “Spirito” dell’Europa? Sparso sopra le pianure olandesi, dove si sono posati i resti bruciati, gli atomi, della chiesa di Vondelkerk. Nostra metafora.