San Marino Song Contest, la semifinale è andata in onda su Rai Play e Rai Radio 2. Un “rinforzo” per chi di Sanremo si sentiva già orfano. La semifinale è stata condotta da Maddalena Corvaglia e Marco Carrara, che passano il testimone a Simona Ventura per la serata finale.
Il Teatro Nuovo di San Marino forse non regala le stesse emozioni dell’Ariston, ma la kermesse sì. Forse è meno chiacchierata, ma tra artisti sopra le righe e coreografie improbabili, la sensazione è quella di immergersi in uno show vivo e sorprendente. Il paragone con l’appena concluso Festival di Sanremo sorge spontaneo. Il San Marino Song Contest conserva ancora quella trasgressione che rompe le righe e attira l’attenzione dello spettatore. La competizione ha ormai i riflettori puntati su di sé, già da qualche anno.
E non è un caso perché lo spettacolo si presenta generoso e il cast risulta omogeneo.
La musica elettronica fa da padrona, trend docet. A San Marino sanno bene che i veri protagonisti dell’EuroVision Song Contest sono coloro “che fanno ballare”. L’anno scorso il più memorabile è stato Tommy Cash, che con una strategia pianificata al millimetro, ha tenuto alto l’hype prima, durante e dopo il festival europeo. E infatti i venti concorrenti in gara sono tutti diversi, ma accomunati dalla cassa dritta (quasi tutti).
Alien Cut e Tayma cantano Ethernia: synth e richiami al mondo rock, con la voce di Tayma su cui forse un leggero autotune non avrebbe fatto schifo.
A proposito, Lavorare fa schifo ai Capabrò, una band italiana appena uscita dall’ufficio per venire a cantare al San Marino; il motivo della canzone c’è, il ritornello s’intende, il motivo letterale della canzone un po’ meno. Sembra di sentire una band che esordisce in un pub di periferia, però simpatici. E comunque “lavorare fa schifo oh oh oh schifo”.
I Daudia con Talk about you: belli, li vediamo bene a suonare in spiaggia durante il falò di ferragosto.
Le Erisu con Ghost of ninive: la versione gotica-rock delle Lollipop, hanno perfino la stessa scoordinazione, ma loro sono un po’ più intonate.
Giacomo Voli è un Figaro con gli acuti alla Mahmood e meno presenza scenica del dovuto.
Lorenzo Bonfire con Ode to guilt, con i suoi strumenti, il cappello di lana e una giacca di jeans fa molto fine anni ‘90, ma la vera chicca è la sua voce roca e sabbiosa; si immagina cantare durante lo stesso ferragosto dei Daudia, dove lui sarebbe la guest della serata, lo sconosciuto che senti per la prima volta e ti fa esclamare: “oh, questo è bravo”.
Metiria con Attention Seeker, attirano sì l’attenzione degli altri (come suggerisce il titolo del brano), ma perché sono un gruppo di singoli, nel senso che ognuno fa un po’ quello che gli pare, manca l’amalgama.
Mrtina senza A: un nome, una garanzia. In effetti con la sua My Insanity vuole suggerirci qualcosa di molto chiaro sul suo conto. Belle le codine, un po’ meno la coreografia da Tik Tok che sembra quella di un’altra canzone. Apprezziamo il tentativo e quella molto lontana somiglianza con la voce di Melanie C delle Spice Girls.
Le 4Calamano cantano Twilight, ma non per questo andrebbero giudicate come “vecchie”. A una girl band del 2026 si perdona tutto, o quasi.
Anna Smith (in)canta con Bruised: una voce promettente dentro un abito da querela. La Disney la sta già scritturando per la colonna sonora del nuovo film d’animazione.
Myky con Outta tune è uno dei pochi performer che mostra un potenziale interessante, peccato per il fiato. Ma si puo’ lavorare.
I N’Ice Cream hanno un nome simpatico e pure una grande consapevolezza che si evince già dal titolo della loro canzone: Not the winner. Cantano e ballano con orgoglio che qualcuno gli abbia detto di no, sarebbe sorprendente il contrario. Rimane un mistero l’età dei componenti.
Le Pelegrina Pibigas cantano con due ski mask di discutibile gusto estetico: Il giorno che le capiremo forse sarà troppo tardi, ma l’idea c’è.
Orphy, un po’ Hercules ma più magro, canta Rise again e non si può dire che non usi un’ottima piastra. Timbro interessante.
Sheila canta Zemra e Tokes, ritmo orientale su cassa dritta: la vediamo già sul palco di Vienna, nel frattempo la canzone suona dalle casse dei corsi di pilates.
Star Guy con Star Shadez ha una produzione fortissima, look perfetto e coreografia più che decente: potrebbe essere lo showman di cui Vienna ha bisogno, gli serve solo un pizzico di carisma. Gli occhiali a stella lo rendono già una possibile icona.
Stefano si è già scelto un nome d’arte non memorabile, ma ha fatto peggio con la canzone. Pesce rosso parla di salvia, basilico e gabinetti. Va parafrasato, ma ha un suo universo che siamo curiosi di scoprire, senza troppa fretta.
Yume con Paura di amare è la guest del concertino di paese, il coro è un supplemento d’arredo.
Ed ecco che arriva la futura star: Ryan Song con Break the cage ha un piano in mente, ancora non sappiamo bene quale, ma ce l’ha. A Vienna lo pretendono.
Matias Ferreira canta la Paura in spagnolo e in perfetta salsa Eurovision, la produzione è potente. E inevitabilmente passa in finale. Insieme a lui si classificano: Orphy, Myky, Pelegrina Pibigas e Anna Smith.
La serata finale è prevista per il 6 marzo. Simona Ventura comunicherà il nome che rappresenterà San Marino all’Eurovision Song Contest 2026 di Vienna.
E a giudicare dai cinque classificati possiamo dire che chiunque di loro sia, nel bene o nel male, si farà notare.