È finito Sanremo, le luci si sono spente, i festini bilaterali finiti, i meme smettono di correre e gli outifit dimenticati. Cosa rimane quando finisce il rumore? Restano le canzoni. Diciamocelo chiaramente: non c’è stato quest’anno un pezzo che ci facesse urlare al capolavoro. Adesso inizia la vera selezione naturale. Quella su Spotify, nei passaggi in radio, nelle playlist e poi entrano in gioco loro: i videoclip. Perché una canzone può anche sopravvivere da sola, ma è l’immagine che decide se resterà nella memoria e diventare racconto. Un brano mediocre può diventare magnetico se trova l’immagine giusta mentre un brano forte può diventare iconico se quell’immagine ne amplifica l’identità. Ho guardato tutti i videoclip di questo Sanremo e ho stilato la mia personalissima top five, niente classifiche, niente oro, argento e bronzo. Ho fatto alcune domande a Giacomo Triglia su aspetti che mi hanno incuriosito in questi video. Giacomo Triglia ha oltre duecento videoclip all’attivo, firmati per artisti che hanno attraversato generazioni diverse: da Jovanotti ai Måneskin, da Lucio Dalla a Ligabue, da Ornella Vanoni a Brunori Sas, fino a Eros Ramazzotti, Levante, Francesca Michielin, Samuele Bersani, J-Ax, Annalisa, Irene Grandi, Eugenio Finardi.
MALE NECESSARIO – FEDEZ, MARCO MASINI
All’inizio del video una scritta ci avverte: Fedez e Masini si sottopongono a un esperimento. Sei ore al buio, in due stanze chiuse, senza alcun riferimento visivo. L’impatto per me è stato immediato perché per me nel buio non esiste posa e si può studiare poco. Nel buio assoluto, cosa diventa regia? È ancora costruzione o è pura attesa che qualcosa accada? “Il concetto di "esperimento sociale" applicato al video musicale è un territorio che mi affascina profondamente. Quando questa dinamica viene portata all’estremo, il videoclip smette di essere un semplice supporto visivo e si trasforma in performance art. Penso a operazioni radicali come quelle di Chris Burden, che si fece sparare in un braccio per l’opera Shoot, o a Tehching Hsieh, che ha passato un intero anno chiuso in una gabbia senza poter parlare, leggere o guardare la TV (One Year Performance 1978–1979). In questo caso, la regia diventa l'atto di osservare una reazione autentica in un contesto artificiale: il buio elimina la posa estetica e costringe l'artista a essere, più che a interpretare.”
STUPIDA SFORTUNA – FULMINACCI
Le banane non sono solo un simbolo ironico della malasorte, un modo per dire: guarda, è lui quello a cui va tutto storto. Ma la vera forza del video non è l’oggetto ma a mio avviso la performance. Fulminacci è esposto. Sta lì, con questi segni addosso, mentre attorno a lui ci sono persone che lo osservano. La sfortuna smette di essere privata e diventa pubblica. La regia qui lavora sulla dinamica sociale, quanto era importante secondo te che lo sguardo degli altri diventasse parte della narrazione? “È un’idea estremamente interessante che si muove sulla scia di performance storiche alla Marina Abramović, penso a Rhythm 0, dove l'artista si offriva passivamente allo sguardo e all'azione del pubblico. Qui entriamo nel campo dell'Arte Processuale, all'evento che accade nel momento in cui l'opera viene generata. Oltre alla Abramović, potremmo citare Yoko Ono con Cut Piece, dove il pubblico tagliava i suoi vestiti, l'artista diventa l'opera stessa. Nel video di Fulminacci, questo meccanismo trasforma il videoclip in una cronaca del processo creativo, dove la vulnerabilità dell’artista sotto lo sguardo altrui definisce la narrazione stessa.”
QUI CON ME – SERENA BRANCALE
Questo video lavora sull’intimità, ma non la rende fragile. La Brancale sposta l’aria con la sua presenza che si percepisce malinconica e consapevole. Poi c’è la bambina che si perde. La regia tiene insieme due piani: la presenza adulta e lo smarrimento infantile come voler sottolineare il contrasto. Quando inserisci un elemento narrativo forte come la bambina che si perde, quanto stai orientando lo spettatore verso una lettura precisa?
“Ah, vedo che hai scelto il mio video... ottima scelta! (sorriso). Scherzi a parte, qui c’era la volontà precisa di perseguire la semplicità. Volevo evitare sovrastrutture complesse, ridondanti o invasive, per lasciare spazio al rispetto e al tributo verso la madre scomparsa di Serena. Il video è un percorso emotivo, Serena cammina tra i vicoli di Bari Vecchia, ripercorrendo i ricordi dell’infanzia vissuti con la madre.. Quei ricordi si materializzano simbolicamente nella figura della bambina che, come scopriremo alla fine, è lei stessa da piccola. Serena la aiuta a ritrovare la strada di casa dopo essersi smarrita, ma il vero finale è la consapevolezza: non ha fatto altro che cercare, e finalmente trovare, se stessa.”
PRIMA O POI – MICHELE BRAVI
L’immagine che ho preferito è quando lui si alza dalla sedia e l’inquadratura risulta storta, come se quel gesto quotidiano venga raccontato in un modo inclinato, come se qualcosa non fosse più al suo posto. L’ho percepito come un tentativo di rimettersi in piedi, nonostante il bianco e nero, nonostante il viso sporco, quando qualcosa dentro resta ancora fuori centro. Quando si sceglie di inclinare l’inquadratura in un momento così semplice, si sta raccontando uno stato emotivo o si sta chiedendo allo spettatore di percepire fisicamente il disequilibrio?
“Credo che l’intenzione fosse quella di trasmettere il reale stato emotivo di un’artista, quel contrasto stridente che si vive quando si è costretti a seguire la regola aurea dello “show must go on". Tutto il preambolo in bianco e nero, reso molto efficace dall’ottima performance attoriale di Michele, rappresenta il suo vero io nel camerino, il disordine interiore prima di andare in scena (momento che invece vediamo a colori). L’inquadratura inclinata non è solo un vezzo estetico, ma il sintomo del disequilibrio. L'idea del baule che si chiude per segnare l'inizio della performance pubblica mi sembra un'intuizione narrativa molto azzeccata: è il confine tra l'uomo e la maschera.”
OSSESSIONE – SAMURAI JAY
Questo videoclip richiama alla scena cult di Dal tramonto all’alba diretto da Robert Rodriguez con un’atmosfera di bar notturno, luci al neon, tensione e un cast dove compaiono anche Belén Rodríguez e altri artisti come Rkomi e Sayf. L’ossessione qui è esagerazione, tensione, casino e a me tutto questo piace molto. In un video come questo, l’atmosfera è al servizio della canzone o finisce per diventarne protagonista?
“Quando decidi di citare un cult come Dal tramonto all’Alba in modo così esplicito, inserisci inevitabilmente un elemento di "distrazione" rispetto al brano. La canzone, in questo caso, cambia funzione: smette di essere il centro assoluto e diventa la colonna sonora di un racconto visivo forte. Tuttavia, non lo considero affatto un limite. Se il video riesce ad avere una sua autonomia e una valenza estetica a sé stante, il risultato è comunque azzeccato.
Un videoclip che "ruba la scena" alla canzone non è un errore, ma una scelta che conferisce all'opera un'identità cinematografica più persistente. Nota di merito per la fantastica presenza di Dario Brunori in apertura con Radio Brunori, a cui si aggiunge ovviamente il magnetismo di Belén Rodríguez e i numerosi cameo di colleghi dell’artista che trasformano il video in un vero e proprio evento collettivo”.