La società occidentale sta attraversando uno dei periodi culturali peggiori della sua storia. E se non siete ancora convinti che sia così, ci pensiamo noi di MOW a darvi la pessima notizia giusta che confermerà questa amara tesi: Netflix produrrà una docuserie sull’influencer Rita De Crescenzo. No, non è Black Mirror. Tutto ciò sta succedendo veramente. Della notizia ha parlato Giuseppe Candela su Chi, secondo il quale la De Crescenzo avrebbe firmato un accordo con Banijay. La serie parlerà della vita dell’influencer campana e di come è arrivata a costruirsi una nutrita community che l’ha resa un personaggio molto noto, non solo nei social. Rita De Crescenzo era già stata invitata in televisione per alcune interviste: da Verissimo con Silvia Toffanin, a Belve di Francesca Fagnani. E proprio a Belve aveva parlato della sua maternità prematura - aveva solo 13 anni - e dei suoi problemi con la giustizia: dal blitz del 2017 contro il clan Elia del Pallonetto di Santa Lucia fino al processo per spaccio in cui ha dichiarato di essere consumatrice e non spacciatrice. Infine, la condanna in primo grado per diffamazione, dopo la denuncia di un’assistente sociale di Napoli.
L’influncer campana da sempre deve la sua fama a polemiche periodiche che attraversano i suoi social. Ricordiamo, tra tutte, l’invasione di Roccaraso in seguito ad alcune storie nelle quali invogliava la gente a visitare il posto. La sua influenza sui social risulta talmente potente da farle valutare una possibile carriera politica: tempo fa, infatti, aveva dichiarato il desiderio di incontrare Giuseppe Conte.
Di recente, De Crescenzo si è resa protagonista di una vicenda che ha fatto molto discutere e indignato, in particolare, gli animalisti. A Sharm el Sheikh, dove si trovava in vacanza, ha deciso di acquistare una scimmietta: pratica che in Egitto è ritenuta illegale, mostrando sui social l’accudimento come si trattasse di un neonato. L’influencer ha risposto alle polemiche spiegando che l’animale versava in condizioni di cattività in un mercato del posto, pertanto lei ha deciso di salvarla e prendersene cura.
D’altronde ogni azione quotidiana della signora De Crescenzo diventa contenuto, spesso virale, dei suoi social. Chi la sostiene la ritiene verace, spontanea e generosa e considera il suo successo una sorta di riscatto per tutti coloro i quali sono cresciuti in condizioni difficili. Ma questa notorietà è anche molto discussa. Netflix lo sa bene e per questo prosegue il filo narrativo del personaggio che divide producendoci una docuserie. Era già successo con Wanna Marchi e poi con Fabrizio Corona: personaggi che hanno notoriamente avuto problemi con la giustizia, sono diventati protagonisti di un racconto editato ad hoc che, inevitabilmente, rischia di trasmettere un messaggio molto chiaro: l’importante è che se ne parli. Anche se stiamo parlando di persone che hanno infranto la legge e che non si mostrano minimamente pentiti di ciò: l’indignazione del pubblico vende tanto quanto il consenso, se non addirittura di più. E infatti della docuserie di Rita De Crescenzo già si sta parlando tantissimo e questa è già di per sé una promozione gratuita. Ma Netflix in tutto questo che fa?
Fa esattamente ciò che un’azienda dell’intrattenimento dovrebbe fare: trasforma un personaggio divisivo in un prodotto, con qualche lieve criticità etica. Perché è lecito chiedersi cosa ci sia di curioso e interessante nella storia di Rita De Crescenzo tanto da pensare di produrci una docu serie. E soprattutto quale sia il merito, quale il messaggio che si vuole trasmettere. Non possiamo continuare a nasconderci dietro al pretesto che “tutte le storie meritano di essere raccontate”, perché oltre che una cazzata è anche una paraculata bella e buona. Non sono tutte le storie che meritano di essere raccontate, ma quelle che prospettano un guadagno facile. Inutile nascondersi dietro a un dito.
A Netflix non interessa necessariamente che Rita De Crescenzo piaccia, né che il pubblico condivida le sue scelte. Al contrario: più il personaggio suscita reazioni, più esiste una ragione per guardare la serie. La piattaforma non deve nemmeno costruire da zero il fenomeno, perché il fenomeno esiste già, alimentato quotidianamente dai social, dalle polemiche e dalle discussioni che la circondano. Ma è anche importante chiedersi perché esista un pubblico disposto a guardarla. La risposta è forse ancora più amara: perché Rita De Crescenzo rappresenta perfettamente un'epoca nella quale notorietà e rilevanza non hanno più bisogno di passare attraverso competenze o meriti. Basta essere costantemente presenti per generare una reazione e trasformare ogni aspetto della propria vita in spettacolo. Il consenso e la condanna finiscono così per diventare due facce della stessa medaglia. E Netflix, naturalmente, questo meccanismo lo conosce benissimo. Il suo mestiere è raccontare ciò che interessa al pubblico. Il problema è che in casi come questi la sua storia acquista inevitabilmente una nuova legittimazione culturale. La docuserie può raccontare, contestualizzare e persino criticare il personaggio, ma intanto lo porta su un palcoscenico ancora più grande, con annesso guadagno economico conseguente. E, ancora una volta, la fama sembra essere diventata una giustificazione sufficiente per meritarsi un racconto. Prima si diventa virali, poi controversi, infine protagonisti di una docu serie che racconta come si sia arrivati fin lì. I social sono i nuovi talent scout, che producono il personaggio, poi i media inevitabilmente ne discutono e una piattaforma trasforma tutto questo in intrattenimento.
Alla fine, dunque, Netflix non fa altro che raccogliere ciò che il pubblico ha già deciso di guardare. Ed è questa la parte più inquietante della storia: la piattaforma non sta creando il fenomeno Rita De Crescenzo. Sta semplicemente certificando che il fenomeno esiste e lo sta, implicitamente, legittimizzando. E va bene che i media non devono educare, ma una parte di responsabilità ce l’hanno pure loro. Per cui, se domani vostra figlia dovesse dirvi che da grande vuole fare Rita De Crescenzo, siamo certi che vi verrà difficile non imprecare contro Netflix.