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10 aprile 2026

Baby Gang ce l’ha duro (il regime). La soluzione facile a un problema difficile di una società che vuole solo archiviare la pratica

  • di Marika Costarelli

10 aprile 2026

Per il trapper è stato disposto il regime duro ma, per quanto comprensibile, è efficace? Non è così scontato. Perché il punto non è solo punire. Il punto è: cosa vogliamo ottenere?
Se l’obiettivo è la riabilitazione, bisogna chiedersi se questa decisione vada davvero in quella direzione o se sia solo un modo di lavarsene le mani. Siamo pronti ad accettare una responsabilità condivisa o è più facile archiviare la pratica?

foto di Ansa

Baby Gang ce l’ha duro (il regime). La soluzione facile a un problema difficile di una società che vuole solo archiviare la pratica

Nel titolo di questo articolo c’è una semplificazione voluta. Anche perché la notizia stessa, un caso giudiziario complesso, viene spesso ridotta a qualcosa di immediato e digeribile. Nel 2026 affrontare i problemi partendo dalla realtà è difficile, è molto più facile semplificare, archiviare e applicare soluzioni che fanno rumore oggi ma funzionano poco domani.
Il 17 marzo il trapper Baby Gang era stato arrestato (di nuovo). Le accuse sono pesanti: gestione e utilizzo di armi, anche da guerra, ricettazione, rapina, lesioni aggravate. A questo si era aggiunto un quadro ancora più grave sul piano umano: i maltrattamenti nei confronti della compagna ventenne, costretta a lasciare il lavoro e isolata dai social.
Non è un episodio isolato. La posizione giudiziaria di Baby Gang racconta una continuità, tra rapine, detenzione di armi e violenza. Nell’ordinanza del gip di Lecco si legge che ha costruito e sfruttato un’immagine pubblica fondata proprio su questi elementi. Non solo musica, quindi, ma una sovrapposizione sempre più pericolosa tra personaggio e realtà.
L’indagine nasce dal ritrovamento di un AK-47 riconducibile a soggetti arrestati: la stessa arma compare in alcune riprese video con Simba La Rue, anche lui già condannato. Dalle intercettazioni emerge inoltre un viaggio in Iraq, nonostante la sorveglianza speciale, con video tra bazooka e kalashnikov pubblicati sui social. Non è più storytelling, ma una vera e propria esibizione di un potere reale.
E poi c’è la violenza domestica. Le frasi intercettate sono brutali e le accuse parlano di controllo, isolamento, nonché di aggressioni fisiche. Non è più estetica trap, né provocazione artistica. Baby Gang è solo un simbolo di un pericolo sociale che passa attraverso lui, ma non si limita al singolo individuo.
Qui bisogna essere chiari: Baby Gang ha sbagliato di grosso. Non c’è contesto sociale, background difficile o retorica hip hop che tenga. A un certo punto la responsabilità è individuale e quando i reati aumentano per gravità e soprattutto la recidiva diventa sistematica, smette di essere una storia da comprendere e diventa un problema da affrontare.

Baby Gang
Il trapper Baby Gang

Eppure, intorno a lui, continua a esistere una narrazione tossica. Dallo slogan “Free Baby Gang” rilanciato in passato anche da artisti molto esposti come Marracash, Geolier e Fabri Fibra, fino alle difese più recenti, da parte di alcuni trapper come Simba La Rue e Melons, che mettono in dubbio perfino le accuse di maltrattamento. È un cortocircuito culturale: si continua a leggere tutto come persecuzione, trascurando i fatti che raccontano altro.
Il punto è che non siamo più negli anni di Fuck tha Police, simbolico brano hip hop degli N.W.A. Non siamo in America e quei tempi sono finiti.
Baby Gang vive in Italia da tempo e guadagna parecchio con la sua musica: il reato non diventa un modo per non soccombere alle mancate capacità economiche, ma un vero e proprio manifesto di ribellione che, anche se qualcuno si ostina a ritenere artistico, è solo pericoloso socialmente. Senza pensare al messaggio che veicola: Baby Gang, prima vittima di un passato difficile e ora martire di una giustizia che lo condanna per le sue origini marocchine. Questa è sempre stata la sua tesi e quella di chi lo ha sostenuto. Il messaggio appare fuorviante e trascura il punto cruciale della condanna: i reati e la recidiva.
La critica al sistema può essere legittima, ma qui il sistema arriva dopo, non prima.
Separare arte e realtà è fondamentale. Le rime violente e l’estetica criminale fanno parte di un linguaggio artistico che può piacere o meno, ma resta protetto dalla libertà di espressione. Il problema è quando la violenza esce dalla musica e diventa comportamento. Lì non c’è più scena, c’è responsabilità.

Il trapper Baby Gang in carcere (dove ha girato un video)
Il trapper Baby Gang in carcere

E infatti il sistema giudiziario interviene. Non per censurare un artista, ma per punire un individuo che viola la legge. È il principio base: chi sbaglia paga. E Baby Gang, oggi, rientra pienamente in questo schema. Ma qui si apre una domanda scomoda.
Due giorni fa il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha disposto per lui un regime di “sorveglianza particolare”: isolamento e limitazioni. Una misura motivata dalla sua pericolosità e dalla capacità di influenzare gli altri detenuti. Nonostante la difesa dell'avvocato Vecchioni ritenga che non ci siano prove oggettive di questo presunto ascendente.
Ma questa misura per cui si è optato, è comprensibile? Sì. È efficace? Non è così scontato. Perché il punto non è solo punire. Il punto è: cosa vogliamo ottenere?
Se l’obiettivo è la riabilitazione, bisogna chiedersi se un regime sempre più duro vada davvero in quella direzione. Isolare un individuo già ostile, già refrattario alle regole e immerso in una logica di contrapposizione, rischia di rafforzare esattamente ciò che si vorrebbe correggere. La deterrenza funziona fino a un certo punto. Può generare paura, ma non necessariamente consapevolezza. E senza consapevolezza, la recidiva rimane dietro l’angolo. E anche qualora il regime duro funzionasse, siamo sicuri che Baby Gang avrebbe compreso la gravità dei suoi comportamenti?
Questo non assolve Baby Gang, anzi: la sua incapacità di assumersi responsabilità è parte del problema. Ma ridurre tutto alla punizione rischia di essere una scorciatoia. Perché quando un caso del genere fallisce - e finora sta fallendo - non è solo un fallimento individuale, è anche una falla del sistema, che dovrebbe trasformare la pena in un’occasione di cambiamento.
La domanda, allora, resta aperta: il carcere duro serve a proteggere la società nel breve periodo, ma nel lungo periodo, è davvero la soluzione? Oppure stiamo solo rimandando il problema, rendendolo ancora più difficile da risolvere?
Esiste una sfumatura importante tra il free Baby Gang e il regime duro, una sfumatura che questa società fatica a vedere. Se il “caso Baby Gang” serve a qualcosa, è a spostare lo sguardo: dal singolo al sistema. Perché in una società civile la responsabilità non è mai solo individuale, ma diffusa. A meno di non scegliere la scorciatoia più comoda che consiste nel punire chi sbaglia lavandosene le mani. “Dare una lezione” basta a risolvere il problema del trapper recidivo, o è solo un modo per convincersene?

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