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1 gennaio 2024

Berlino, lo spin-off de La Casa di Carta, è un colpo basso: una fiction Ares a sfondo crime

  • di Grazia Sambruna Grazia Sambruna

1 gennaio 2024

Netflix ha voluto chiudere l'anno con una mela avvelenata: Berlino, la serie spin-off de La Casa di Carta. Otto puntate da un'oretta ciascuna per raccontare una storia prequel ai limiti del didascalico. Però con un sacco di budget. Ed è proprio solo il budget a differenziarla da una qualunque fiction Ares. Perché per recitazione, regia e primi piani intensi siamo proprio da quelle parti...
Berlino, lo spin-off de La Casa di Carta, è un colpo basso: una fiction Ares a sfondo crime

Berlino come Tonio Fortebracci de L'Onore e il Rispetto. Potrà sembrare azzardato paragonare Pedro Alonso, l'attore protagonista di questa improponibile serie spin-off de La Casa di Carta a Gabriel Garko ai tempi delle fiction Ares. Eppure, bastano pochi minuti per rendersi conto di quanto il confronto, sciaguratamente, stia in piedi. A differenza della trama che fa tsunami da tutte le parti, rendendo ideazione, dinamica e sviluppo di una rapina da 44 milioni di euro alla stregua di uno sgangherato trucco di magia del Mago Oronzo sul palco di Zelig. Quando c'è molto budget, una serie si scrive da sola. O almeno questo devono aver pensato, a torto, gli showrunner Alex Pina ed Esther Martínez Lobato, già colpevoli del titolo originale. Non che si aspettasse nulla di concettuale, per carità, ma dovrebbero esistere degli standard sotto i quali provare vergogna. Berlino li spinge verso nuove profondità a capocciate e l'abbonato Netflix medio si ritrova sequestrato da una narrazione che non ha né capo né coda. A partire dai dettagli più superficiali: come mai Berlino si chiama già "Berlino" se questa rapina è ambientata prima del colpo alla Zecca di Stato de La Casa di Carta? Perché questa storia non la ricorda nemmeno chi l'ha scritta. L'importante è fatturare. 

Forse sarebbe stato meglio ricordare il personaggio di Berlino come il personaggio fittizio che ha fatto conoscere "Bella Ciao" ai TikToker dodicenni, in combutta col Professore, grande stratega de La Casa di Carta. Invece, in questa serie spin-off che porta il suo nome, lo ritroviamo in qualità di ladro più famoso d'Europa a organizzare, insieme a una diversa gang di criminali da strapazzo, un colpo di preziosi dal valore complessivo di 44 milioni di euro. La banda che ci viene presentata è un coacervo di cliché didascalico da far paura: c'è la tizia intelligente (che, ovviamente, ha gli occhiali), laureata in Ingegneria ma patologicamente timida. Un altro che pare uscito fuori da una puntata di Jackass e questo è il suo unico tratto di personalità per tutto il tempo (stiamo parlando di circa 8 ore). Su tutti, non poteva mancare la bona spavalda. Per stessa ammissione di Berlino, non sa fare niente. Ma visto che questo sarebbe stato troppo poco "empowerante" per le telespettatrici, la sua skill è quella di flirtare col più carino della gang, a forza di manate sul culo. Che lei tira a lui. Lui che porta gli occhiali perché, ovviamente, è timido.  

A prescindere dai comprimari, il problema principale di Berlino è proprio Berlino, il nostro protagonista. Il ladro più veloce del West non parla, epitaffia: tutti i personaggi, in realtà, nei dialoghi dimostrano di essere affetti da una terribile forma di "trailerese", malattia piuttosto diffusa nelle serie e nei film che nessuno si è preso la bruga di scrivere per davvero. I sintomi del trailerese sono essenzialmente questi: gli attori in scena non parlano scambiandosi realmente informazioni o dicendo cose che potrebbero, sia mai, essere utili allo sviluppo della trama. Di media, invece, si esprimono solo con frasi a effetto, anche concatenate, a uso e consumo di chi dovrà montare il teaser, il trailer, il teaser-trailer della serie. Che, infatti, di suo non è nemmeno male. Però, lo ribadiamo, otto ore così sarebbero considerate troppo crudeli perfino nelle segrete di Guantanamo. 

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Restituire l'impressione di essere sempre i più splendidi della cucciolata è l'unica vera molla che sembra spingere ogni personaggio alla conversazione, come anche all'azione. Peccato solo che qui non siamo in Zoolander. Per quanto il dubbio possa anche venire, visto che pressoché tutti gli attori non proferiscono (epico) verbo senza sincerarsi di aver guardato in camera, ammiccando, a ogni paio di sillabe. E questa non è rottura della quarta parete, è una rottura e basta. L'occhio da triglia dei ladruncoli punta sempre al telespettatore, come se volesse dirgli qualche cosa che, alla fine, lo sciagurato non verrà mai a sapere. Sorvoliamo pacificamente sul fatto che non abbia senso cotanto indulgere in camera, specie nei dialoghi a due: tutti troppo spacconi per guardarsi a vicenda mentre si parlano, preferisono specchiarsi in faccia a noi. È una scelta. Ridicola. Ma resta una scelta. 

Ovviamente, non mancano scene action fatte quasi bene, per gli amanti del genere. Ciò, in fin dei conti, contribuisce a rendere Berlino una serie perfetta da tenere in sottofondo mentre si fa dell'altro. Come si fa coi concertoni di Capodanno Rai e Mediaset nei 31 dicembre di festa in casa con amici. Ecco, però, se di amici ne avete e vi piacerebbe tenerveli stretti, state alla larga da Berlino e associati. Uscite, toccate l'erba, organizzatela voi una rapa in banca. Ci sono ottime chance che vi divertireste molto di più. Attenti al gabbio, però. Come ai sequestri di persona che Netflix, fin troppo spesso, spaccia per serie tv da non perdere. Ai Bruttissimi della grande N andrebbe dedicato un girone ad hoc, proprio in catalogo. Almeno uno lo sa. 

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