Succede qualcosa di quasi grottesco ogni volta che la politica decide di salire sul palco e cantare. Durante Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni ha intonato in coro con la platea un grande classico: A mano a mano. Scena già vista, come un copione che si ripete: la Premier che dismette i panni istituzionali, imbraccia metaforicamente il microfono della popolarità emotiva e si affida alla musica d’autore per cementare il legame con i suoi elettori. Ormai è chiaro che queste sono le fondamenta della politica di Meloni. Anche perché di altre si fa fatica a intercettarne. Ma perché dare la colpa a Meloni che - così come altri leader politici - ha capito che la strada da imboccare per aumentare i consensi è il populismo? Il problema non è il karaoke politico, e forse neanche chi sceglie di cantare. Nel caso di Rino Gaetano c’è proprio un cortocircuito che diventa una voragine. Non è la prima volta che succede: musica e politica sono un’accoppiata rischiosa. Non molto tempo fa Matteo Salvini si era presentato all’Agnata per il consueto concerto-tributo a Fabrizio De André ed era stato contestato da una giovane che si trovava in mezzo al pubblico, poi anche sui social. Siamo stati in molti a chiederci: ma Salvini che ci azzecca con la musica di De André? E perché se ne sta al concerto in prima fila? La contraddizione era notevole. Persino la nipote di De André, Alice, aveva fatto ben notare che trasformare il nonno in un santino nazionale rischiava di svuotarlo dei veri valori decantati dallo stesso. E, se andiamo più lontano, anche Francesco Guccini si era opposto all’utilizzo di una celebre frase de La locomotiva, che era diventata uno slogan nei manifesti dedicati al 25 aprile che rendevano omaggio ai “ragazzi di Salò”. Lo slogan pescava una frase simbolo dal brano: “Gli eroi son tutti giovani e belli”. Pure Trump ha ricevuto cazziatoni da Katy Perry. Il Presidente degli USA (o il suoi team di social media manager) aveva pensato bene di utilizzare Firework come sottofondo nei video dei bombardamenti in Iran. E gli esempi potrebbero essere infiniti. La musica è di tutti? Certo. Ma usare ciò che è stato scritto da figure artistiche che si sono sempre distanziate da determinate dinamiche di potere o dal potere stesso, vestito di abiti impregnati di naftalina, non solo strumentalizza e svaluta gli autori, ma è la prova che dimostra che non si è capito il senso di quel brano, di quell’autore e del contesto in cui è stato scritto. La premier che intona A mano a mano a un karaoke privato va bene, ma che lo si faccia in un evento di stampo politico è un paradosso, a cui forse le politiche di destra ci hanno abituati, ma pur sempre un paradosso.
La tentazione di saccheggiare la musica d’autore per legittimarsi è un vizio antico e ormai globale. Ogni volta che la politica italiana si appropria di Rino, la famiglia scende in campo. I parenti - dalla sorella Anna al nipote Alessandro - hanno spesso dovuto raddrizzare il tiro pubblicamente, ricordando che Gaetano non era un gadget da sventolare per celebrare una vittoria di partito. La rivendicazione non nasce dal purismo snob, ma dal rispetto per la biografia di un autore che era, per definizione, un corpo estraneo a qualsiasi logica di palazzo. Rino era un cane sciolto, allergico a ogni forma di conformismo, inclusi quelli della sinistra dell’epoca. Ed è proprio questa sua natura sfuggente che spinge la destra contemporanea, sempre a caccia di un’egemonia culturale ribelle e antisistema, a volersene impossessare. Ma se andiamo a guardare i testi, il tentativo crolla miseramente. A mano a mano è un capolavoro sentimentale e sociale (scritto da Cocciante e Luberti, sebbene reso immortale dalla voce di Rino), ma è l’eccezione melodica in un catalogo che grida esattamente il contrario di ciò che la politica rappresenta. Prendiamo Nuntereggae più. È il manifesto definitivo contro il potere e i giochi di sponda. I politici intoccabili, i cosiddetti voltagabbana e i mezzucci della Casta. Rino fa l’elenco dei potenti, sbeffeggia i potentati e demolisce il teatrino della Repubblica. Immaginare i giovani di un partito di governo che cantano Gaetano mentre difendono le logiche dello Stato e delle poltrone fa sorridere amaramente. Oppure pensiamo a Mio fratello è figlio unico, l’inno di chi non si riconosce nei partiti e nelle ideologie di massa. Ridurre un autore del genere a collante identitario per una kermesse di partito significa fare esattamente ciò che lui avrebbe sbeffeggiato con un colpo di ukulele e una smorfia romanesca. Alla fine, la verità è che Rino Gaetano appartiene a chi lo ascolta davvero, a chi dunque lo capisce, non a chi lo usa come slogan. La politica fa il suo mestiere: cerca simboli pop per farsi vicina alla pancia del Paese. Ma farlo con Rino Gaetano significa fare i conti con un fantasma ironico e feroce che, se fosse ancora qui, probabilmente registrerebbe un pezzo nuovo solo per ridere di chi usa le sue note per sentirsi rivoluzionario dal lato sbagliato del potere. Oppure dedicherebbe Nuntereggae più proprio a chi lo canta durante incontri politici.