A Cannes, quest’anno, si è tornati a parlare molto di La vie d’Adèle. E non soltanto perché il film di Abdellatif Kechiche resta una delle Palme d’Oro più importanti degli ultimi vent’anni.
Complice anche la presenza in concorso delle sue due protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, il film è tornato al centro del dibattito soprattutto in Francia, riaprendo inevitabilmente anche tutte le discussioni che da anni accompagnano la sua eredità artistica e umana.
Ricordate il film del 2013 di Abdellatif Kechiche? Un dramma sentimentale intenso e radicale, passato alla storia anche per le sue lunghissime scene di sesso esplicito. Quell’anno il film vinse la Palma d’Oro e sembrò consacrare definitivamente il regista franco-tunisino. Con il tempo, però, attorno al film è emerso anche altro. Sulla scia del movimento Me Too, Kechiche è stato accusato di avere spinto le attrici oltre i loro limiti durante le riprese delle scene intime, appellandosi ai vincoli contrattuali e lasciando loro poco spazio di scelta o di negoziazione.
Di tutto questo è tornata a parlare recentemente la stessa Léa Seydoux, intervistata dal giornalista culturale Augustin Trapenard. Le sue parole sono state molto dure: “A volte ci sono sguardi che ti mettono a disagio. La vita di Adèle era uno di quelli. Anzi, era proprio questo l’aspetto più difficile durante le riprese. Era una forma di molestia psicologica. È estremamente duro lavorare con registi manipolatori. Ovviamente tutti i registi dirigono gli attori per ottenere qualcosa, ma lì si trattava di vera molestia psicologica ed è stato molto duro”.
Parole che fanno riflettere. La vie d’Adèle, da amante del fumetto da cui è tratto, Le bleu est une couleur chaude di Jul Maroh, è un film che ho amato molto fin dalla sua uscita. Dopo aver conosciuto certi retroscena ho fatto fatica a riguardarlo con lo stesso sguardo. Eppure, col tempo, sono tornato a considerarlo per ciò che resta: un grande film. Perché Kechiche riesce a raccontare l’amore in tutta la sua complessità, e quando l’amore è autentico raramente è privo di dolore. La sua regia segue la crescita emotiva e sentimentale di una ragazza giovanissima con un’intimità quasi sconvolgente.
La vie d’Adèle è prima di tutto un racconto di formazione, umano e sentimentale insieme, capace di restituire desiderio, smarrimento, scoperta e vulnerabilità con una naturalezza impressionante. E le due attrici, sullo schermo, sembrano vivere quel rapporto con una verità rara.
Poi certo, quello che sarebbe accaduto dietro la macchina da presa lo abbiamo scoperto soltanto dopo. Ma, almeno a mio avviso, questo non cancella il valore artistico dell’opera.
La stessa Seydoux, nel proseguire l’intervista, aggiunge qualcosa di importante: “Certo che è un trauma, ma ci sono state anche cose interessanti che ho imparato con Abdellatif. Sì, è manipolatore, ma è anche qualcuno che ha un enorme talento. È un grande direttore d’attori e ho imparato moltissimo dal suo modo di lavorare, cose che mi servono ancora oggi. Ora pretendo sempre un diritto di controllo sulle scene in cui sono nuda. Chiedo di poterle vedere e decido io se accettare o meno che il mio corpo venga mostrato in quel modo”. Ed è forse proprio qui il punto più interessante della vicenda. Riconoscere la sofferenza vissuta dalle attrici non significa necessariamente negare il valore dell’opera nata da quell’esperienza. Allo stesso modo, riconoscere il talento di Kechiche non equivale ad assolverne i metodi. Significa piuttosto accettare che il cinema, come tutta l’arte, possa nascere anche da contraddizioni profonde e difficili da risolvere. Ed è curioso che tutto questo torni a emergere proprio a Cannes, il luogo che più di ogni altro celebra il talento cinematografico. Perché La vie d’Adèle, a distanza di anni, resta ancora un film controverso ma straordinario, capace di raccontare il dolore, il desiderio, il sesso, la crescita e l’amore con uno sguardo unico. Uno di quei film che continuano a turbare e affascinare, nonostante tutto.