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21 aprile 2026

“Comuni immortali” è un disco per comuni mortali: Achille Lauro da enfant prodige e distributore di hit a canzoni scontate

  • di Sara Murgia

21 aprile 2026

I tre inediti di “Comuni immortali” fanno tutto giusto. Scrittura, atmosfera, coerenza, identità. Ma non fanno la cosa più importante: non lasciano il segno. E il paradosso è tutto qui. Per la prima volta Achille Lauro rende queste canzoni così facili da dimenticare. Il problema è che da lui ci siamo abituati alle cadute vere che fanno male

foto di Ansa

“Comuni immortali” è un disco per comuni mortali: Achille Lauro da enfant prodige e distributore di hit a canzoni scontate

Oggi Achille Lauro rimette mano a Comuni immortali e lo ripubblica con tre inediti — la title track, La città degli angeli e La via dei guai.
 Comuni immortali è una dichiarazione d’amore che vuole essere eterna, una di quelle che puntano in alto, altissimo, tra lune da rubare, dèi da sfidare e promesse che dovrebbero durare più del tempo stesso.
Solo che lo dice come lo direbbero tutti.
E per uno come Lauro, che ha costruito la sua identità sull’essere altro, sullo spostare sempre un po’ più in là il confine, è un problema enorme. Perché alla fine resta addosso una sensazione strana: non è una brutta canzone, non è nemmeno vuota ma è semplicemente troppo generica per diventare davvero tua.
Se Comuni immortali è l’amore raccontato con parole troppo grandi, La città degli angeli ha un percorso più terreno. “Giuro questa notte sì, è l’ultima volta” è la frase che tiene in piedi tutto il pezzo, perché è umana e detta mille volte da chiunque abbia provato a smettere qualcosa senza riuscirci davvero. Attorno, Lauro costruisce il suo immaginario più riconoscibile, quello fatto di cadute e redenzioni, di angeli che non sono mai davvero puri e di notti che non finiscono mai quando dovrebbero.
Funziona, ma fino a un certo punto. Perché quando arriva la linea più interessante, quella sull’eccesso che ti porta a mancarti di rispetto, capisci che c’è qualcosa di vero che potrebbe fare male. Solo che si ferma lì. Resta sospeso in quella malinconia da fine serata che Lauro sa costruire benissimo, ma che non è abbastanza leggera per essere solo atmosfera e non è abbastanza profonda per lasciare una ferita.
E allora La via dei guai dovrebbe essere il momento in cui tutto si rompe davvero. Parte come una fotografia larga: chi si alza all’alba, chi va a letto presto, chi si perde di notte. Sembra voler raccontare tutti.
Ma è proprio questo il limite: ci stanno tutti, quindi non resta nessuno.
Il pezzo non sceglie mai davvero una direzione, si muove per immagini che riconosci subito firmati da Achille Lauro— il letto di orchidee, il diavolo o la dea. È l’estetica di Lauro, quella che conosciamo già, che torna elegante e coerente, ma non sorprende più.
Alla fine, i tre inediti di Comuni immortali fanno tutto giusto. Scrittura, atmosfera, coerenza, identità. Ma non fanno la cosa più importante: non lasciano il segno.
E il paradosso è tutto qui.
Per la prima volta Achille Lauro rende queste canzoni così facili da dimenticare.
Il problema è che da lui ci siamo abituati alle cadute vere che fanno male.
Qui non ci si fa neppure un livido.

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