Il mio professore di filosofia delle superiori, Silvio Lampis, ci martellava il cervello con la frase: “Noi siamo nani sulle spalle dei giganti” di Bernardo di Chartres, ma per noi era solo un modo per dire che se non sai da dove vieni, non vai da nessuna parte.
Oggi, ascoltando “17 Re”, la title-track che i Litfiba hanno tenuto sepolta per quarant'anni, quella frase mi è esplosa in faccia con la sua grande verità.
Perché quei giganti possono avere la faccia di chi ci ha dato la libertà o quella dei mostri che ci hanno schiacciato. Ma la storia non puoi ignorarla. Se lo fai, finisci come i protagonisti della “Fattoria degli Animali”. Convinto di fare la rivoluzione, finché non ti accorgi che il Re Maiale ha preso il comando e ha riscritto le regole mentre tu dormivi. Perché quei giganti non sono solo maestri, sono anche tiranni, errori, cicatrici. E se scendi da lì sopra, se perdi la prospettiva, non diventi libero: diventi piccolo. E i piccoli si schiacciano facile, basta un “re maiale” qualsiasi con un briciolo di carisma e molta fame di sangue che vuole ingrassare calpestando la civiltà.
Quando Piero Pelù torna su “Un uomo è perso senza la sua storia” sta indicando il punto debole. Questa è l’era dello scorrimento infinito: scorri e dimentichi e vai avanti al prossimo reel. La memoria non viene più distrutta dai roghi dei libri o dalle censure di stato; viene resa inutile dal rumore bianco del presente. E una memoria temporanea, sepolta sotto tonnellate di contenuti usa e getta, è molto più pericolosa di una memoria negata. Se non ricordi il male, non sai riconoscerlo quando si ripresenta con un vestito nuovo.
Nel 1986, 17 Re era il manifesto della New Wave italiana. Eppure, in quel doppio album monumentale, la title-track era rimasta chiusa in un cassetto, esclusa all'ultimo momento e diventata leggenda. Oggi riemerge e sembra scritto ieri perché il mondo ha fatto di tutto per non cambiare abbastanza e si auto sabota sotto i colpi di nuove e vecchie tirannie.
In questo testo ci sono i Litfiba dei tempi d'oro: la rabbia viscerale, il rifiuto di piegarsi e quell’ossessione per la memoria che è l’unica difesa contro il controllo totale dei "lacchè". C’è la denuncia di un potere che è diventato un videogame di droni e spade, dove la guerra e la pace sono solo livelli di un intrattenimento macabro per distrarre le masse. E poi c’è quello scacco matto finale, lo Shah-mat alla post-verità, dove l'uomo arancione trema davanti alla forza dei fatti.
Il tour “QUARANT’ANNI DI 17 RE” sta per iniziare: venti date tra giugno e agosto, venti occasioni irripetibili per riascoltare dal vivo le canzoni di quell’album leggendario suonate come non è mai successo in precedenza.
Oltre ai grandi classici che hanno forgiato il rock italiano, la band porterà in giro sonorità e atmosfere che credevamo perdute nel tempo, Portare questa 17 Re ritrovata nelle piazze e nei festival significa costringere migliaia di persone a guardarsi allo specchio e ricordare che, citando Fabrizio De André, “per quanto vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”, nel mentre che il mondo va a rotoli.
La partita a scacchi contro l'oblio è riaperta. Noi abbiamo un’ultima occasione per risalire sulle spalle di quei giganti. Per smettere di essere nani e ricominciare a guardare lontano.
Shah-mat.