Nessuno lo dice, allora lo dico io: la trap italiana ha un disperato bisogno di martiri. E siccome di martiri veri non ce ne sono, ce li fabbrichiamo in casa, tra una sparatoria in via Cusago e una stories su Instagram. Shiva è tornato, e lo ha fatto con un disco che fin dal titolo, Vangelo, urla al mondo un complesso di onnipotenza che farebbe arrossire anche Kanye West nei giorni peggiori.
L'estetica è quella della redenzione: quattro copertine che ricalcano la passione di Cristo (Tradimento, Condanna, Morte, Resurrezione). Una scelta che oscilla tra il genio comunicativo e il cattivo gusto più spinto. Ma d’altronde, in un’epoca in cui la fedina penale conta più del flow, Shiva gioca la sua carta migliore: fare della propria vicenda giudiziaria un prodotto. Il messaggio è chiaro: “Mi hanno colpito, ma sono risorto”. Peccato che, a differenza del Messia originale, qui ci siano di mezzo avvocati e tribunali, non certo la carità cristiana.
Se apri la tracklist, sembra di leggere la classifica FIMI degli ultimi tre anni. Ci sono tutti: Sfera, Lazza, Geolier, Anna, Kid Yugi. Un assembramento che puzza di sicurezza più che di arte. È il solito gioco delle parti: io do una spinta a te, tu la dai a me, e il posizionamento nelle playlist è garantito.
E poi c'è la mossa disperata per la “legittimazione”: il pezzo con Tiziano Ferro. Che sa di calcolo a tavolino per piacere alle mamme che leggono i settimanali dal parrucchiere, cercando di ripulire l’immagine del “bad boy” milanese con una spruzzata di pop melodico nazionale. Funziona? Certo. È coerente? Ma per favore! Infatti se nel Vangelo originale il bacio di Giuda era l'inizio della fine, qui sembra l'inizio di una nuova strategia di posizionamento.
Non è un disco, è una riunione di condominio: ognuno entra, fa il suo, saluta e se ne va. Funziona? Sì. Resta? Molto meno.
La cosa più frustrante è che il talento si intravede. Ci sono momenti, piccoli, sparsi, in cui Shiva sembra sul punto di dire qualcosa di vero, di necessario. Ma non ci resta mai abbastanza. È come se ogni intuizione venisse subito coperta da un’altra frase, da un altro effetto, da un’altra posa. Il problema è che il personaggio ha ormai mangiato l’artista. Non ascoltiamo le canzoni perché sono belle, ma perché vogliamo sentire se “dice qualcosa” su quello che è successo.
Inizialmente avrei voluto fare i parallelismi con Francesco Guccini, Fabrizio De André, magari avvicinarmi al suo mondo e parlare di Giuda di Salmo. Mettere in fila le parabole, cercare la morale, trovare un senso alto dentro questo Vangelo di Shiva.
Poi però mi sono fermata.
Perché lì dentro, quel tipo di profondità non c’è. O meglio: non è quella la partita che si sta giocando.
Shiva riempirà i palazzetti (perché i ragazzini hanno bisogno di eroi, anche se discutibili) e farà milioni di stream. Ma resta un dubbio amaro: se domani ad Andrea Arrigoni togliessimo i tatuaggi, i processi e la retorica del “fottuto sistema”, cosa resterebbe di questo Vangelo? Probabilmente solo un mucchio di rime già sentite e una noia mortale.
Il disco è fuori, i fan sono in estasi, l’industria sorride… Ma il problema è che, per un’opera che scomoda Dio, questo è molto poco.