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7 aprile 2026

Intervista definitiva a Rancore: Cruciani che tossisce, Dritto e Rovescio e lo "stup*o psicologico, le bestemmie, la scuola e la politica: «Cristo è l’unico messia che puoi prendere in giro senza conseguenze»

  • di Emiliano Raffo Emiliano Raffo

7 aprile 2026

Un nuovo album, fuori ora, dopo quello “Xenoverso” che lo ha addirittura portato dentro i manuali scolastici. “Tarek da colorare”, il nuovo disco di Rancore è una mazzata sui denti. Altro che rap ermetico. “Siamo ancora capaci di trovare sfumature, di incontrare il prossimo nei suoi colori, nelle sue differenze?”, si chiede Tarek. Umanistico, provocatorio, più incline alle domande che alle sentenze. Ce l’ha con Del Debbio, ipotizza un Cruciani imbarazzato dai discorsi sulla massoneria, e pensa ai giovani, violenti e non: “Cercano un senso che valga anche fuori dal tempo entro cui stiamo vivendo, che poteva valere ieri e che varrà per sempre. Il presente come “tutto” è l’apocalisse”

Foto: Giovanna Onofri

Intervista definitiva a Rancore: Cruciani che tossisce, Dritto e Rovescio e lo "stup*o psicologico, le bestemmie, la scuola e la politica: «Cristo è l’unico messia che puoi prendere in giro senza conseguenze»

Coloratelo ora, Tarek. Tre anni fa Rancore ci descriveva un universo parallelo, uno “Xenoverso”, oggi ci invita a giocare con lui. Il nuovo album si intitola “Tarek da colorare” e, a dispetto di un titolo quasi ludico, è dannatamente serio. Ermetico? Mica tanto. Tarek Iurcich, classe 1989, le spara forti e intelligenti, tira di destro e punta al volto. Gioca con l’ascoltatore. Se questo non è rap che vi obbliga a reagire correte a farvi sentire il polso, state perdendo battiti.

Perché Tarek è da colorare?

Perché nel viaggio che ho intrapreso c’è stato un periodo oscuro. Il mondo si è devastato, nelle sue strutture piccole e grandi. E nelle strutture della nostra psiche. Dal 2020 in avanti – dal Covid in avanti – la socialità si è smembrata completamente. E così la pace nel mondo. Quindi la mia domanda è: siamo ancora capaci di trovare sfumature, di incontrare il prossimo nei suoi colori, nelle sue differenze? Siamo solo capaci di piantare una bandiera su ogni regione, o anche di parlare con noi stessi e ritrovarci? Durante l’ascolto di questo disco, verrò colorato in mille modi, spero anche con l'occhio nero, con il pugno in faccia o il dente che manca. Dietro quelle versioni di me – belle o brutte, fanciullesche o adulte – magari da qualche parte mi nascondo io.

Questo album è più dedicato al tuo esercito o al tuo nemico?

A entrambi. Più che di esercito o nemico parlerei di persone che mi comprendono bene e persone che non mi comprendono affatto. A quelli che non mi comprendono dico che va bene così, non c’è problema. Agli altri dico: provate a seguirmi ancora, anche se sono uscito dalla comfort zone.

Mettiamo sul il disco, allora. “Fanfole”: è una caratteristica soprattutto italiana quella di dire fanfole?

No. Dire frottole è una caratteristica di tutto il potere. Mi piace però pensare che rispondere con le fanfole alle frottole raccontate dalla politica – perché a essere precisi le fanfole non sono frottole, più che altro invenzioni linguistiche – sia un talento soprattutto italiano. Il termine viene da un autore, Fosco Maraini, che ha teorizzato la rottura della parola, una sperimentazione sulla parola. Loro, i potenti, dicono frottole. Il Popolo risponde con le fanfole.

Ne “I fiori del male” chiami Giuseppe Cruciani e lui “inizia a tossire”. What??

È una fotografia quasi nonsense. Lui ne “La zanzara” ha quasi sempre un ruolo dominante, anche perché spesso i suoi interlocutori vestono i panni dei pazzi o dei buffoni. Io immagino di invertire un po’ le cose creando a Cruciani un momento di imbarazzo. Chissà cosa sta nascondendo, mi chiedo… Perché tossisce quando si parla di alieni? Perché sto dicendo una cosa che non dovrei dire? Perché ci crede, negli alieni, ma non vuole farlo sapere? È mai successo qualcosa di simile, in trasmissione? Probabilmente no, ma nella canzone sì. Nel pezzo chiamo Cruciani e lui va in crisi perché parlo di massonerie e società segrete. Poi parlo di alieni “e lo faccio con stile”. Che cosa vuol dire questa cosa? Non si capisce bene. Torniamo a un nonsense che mi è stato suggerito dalla surreale telefonata tra Cruciani e Corrado Malanga.

Poi c’è questa canzone romana molto bella, “Roma non può”. “Dove c'è politica c'è la vera criminalità”, dici.

Senza giri di parole, è così. Chi detiene il potere ha una responsabilità che molto spesso non viene compresa da chi non è dentro il potere. Deve gestire tutto, anche cose che ci appaiono scollegate, ma non lo sono affatto. Il bene e il male dipendono l’uno dall’altro. C’è chi ci cammina sopra, al bene e al male, come se si trattasse di un pavimento a scacchi superiore a entrambe le dimensioni. Nei meccanismi di potere, bene e male passano in secondo piano.

“Neminem” è un’orgia di versi che merita, per quanto stramba, un’osservazione. Alla fine del pezzo ti ho immaginato ospite di Paolo Del Debbio, a “Dritto e rovescio”. Tu che dialoghi con lui sui temi che animano il Paese e la sua trasmissione. In questo pezzo dici: “La Legge ormai è una gaffe democratica”, “gli amici tuoi che fanno i soldi con gli scafi”, “turba questa curva demografica dell’Africa”. Asfalti tutto, eppure continua a venirmi in mente la trasmissione di Del Debbio, un contesto in cui questa curva demografica fa davvero paura. Penso ai maranza invitati in trasmissione… Che ne pensi?

Mah, a me quella roba mi sembra uno stupro psicologico. Non conosco bene la trasmissione, ma quando vedo una serie di persone in giacca e cravatta che attaccano uno venuto dalla strada che – è evidente – non si rende nemmeno conto davvero di dove è finito, che possiede un altro linguaggio… Magari ridono perché ha detto una cosa sbagliata, fatica a farsi capire. Boh, mi sembra come la gente che va al circo a vedere gli animali. È una cosa che non riesco a reggere. Non si può chiamare un ragazzo, che fatica quasi a parlare, e circondarlo di persone molto più grandi di lui che hanno vissuto buona parte della loro vita non in tempi di crisi… Ma siamo fuori? Se ci andassi cercherei di mantenere la calma, perché la trappola sta nel farti perdere il controllo, farti reagire con le emozioni. Certo che se le emozioni me le tiri fuori con la violenza, anche le mie emozioni saranno violente e quindi saranno meno giuste e più contestabili.

In “Nuovo single” introduci una nuova figura idiomatica “il rapper del venerdì” (è lui l’erede del “guidatore della domenica”?). Parli di nuovo singolo, inteso come nuovo pezzo, ma anche di nuovo singolo come di un nuovo individuo. E mi hai ricordato un intellettuale britannico abbastanza alternativo, Adam Curtis, che dice che la Thatcher, attaccando l’idea di società ed esaltando l’individualismo, ha inaugurato un’epoca della politica che, felice di vedere disgregato il concetto di comunità, si è limitata a “gestire” una massa di tante individualità.

Abbiamo politici molto individualisti, pensiamo solo a Trump. Lo scopo principale della politica di oggi è fare in modo che io e te non parliamo perché se io e te non parliamo non possiamo fare una rivoluzione. Possiamo lamentarci quanto vogliamo, però al massimo ci lamentiamo con uno psicologo che prende i soldi e se ne va. Ma io e te non parliamo più, non litighiamo più. E se io e te neppure litighiamo, figuriamoci come possiamo capirci e conoscerci. E figurati se domani potremmo mai scendere insieme in piazza. Impossibile.
È un processo iniziato con la Rivoluzione industrale. Prima, a lavorare, eravamo vicini, poi ci hanno distanziati di due metri, poi tre metri, poi quattro metri, oggi esiste lo smart-working, neanche devi uscire di casa. Questo è un individualismo solitario che rischia anche di cascare sugli archetipi femminile/maschile. Oggi c’è un problema di comunicazione col femminile. Anche del femminile che abbiamo dentro noi maschi. La mia sensibilità maschile non può e non deve essere estrema, devo cercare di comprendere tutti gli aspetti che fanno parte di me. La creatività è femminile, è lei che ci fa scrivere le canzoni.

Però dicci, ti prego, che questi versi sono anche un po’ ironici: “Gli uomini no, non piacciono più, non hanno più niente, non sanno fare due cose insieme tranne guardarti le tette […] Sarà che altri uomini li hanno ridotti così in questa guerra di ca**i” (“Nuovo single”).

Sono ironici perché fingo di essere quel maschio che pensa di non essere maschilista ma che, dicendo una cosa simile, lo è ancora di più perché sembra che il mondo sia controllato solo dagli uomini.


L’album è anche percorso da una vena spirituale che emerge soprattutto in “Normalità” (“Vorrei solo che Dio mi sentisse ma non può”) e “L’Italia è l’unico paese che” in cui dici che “L’Italia è l’unico paese che bestemmia, che ha ancora un po’ di religione”.

Tutto l’album parla di temi scivolosi. Parto con le “fanfole” e chiudo aprendo una finestra. Per quanto blasfema, la bestemmia è un tema. Da noi la bestemmia è radicata, in altri paesi non è così.
La ragione potrebbe essere il Vaticano, ma in questo momento di crisi spirituale, un momento in cui il Cristianesimo e la Chiesa stanno avendo grossi problemi, le ragioni potrebbero essere più profonde. In questo mondo Cristo è l'unico messia che puoi prendere in giro senza patire nessuna conseguenza (lo puoi vestire da donna, mettergli un mitra in mano, metterlo nei cartoni animati), mentre con qualsiasi altro dio sorgono problemi. Cristo è il messia più bersagliato, ma anche il più aperto. Si è cercato di toglierlo di mezzo e si è creato vuoto che è stato sostituito dalle cose che compriamo, dal capitale. Mi chiedo quindi: e se la bestemmia non fosse un disperato urlo verso Dio? Perché mi hai abbandonato? Perché non riesco più a trovare un'unione tra la fisica e la metafisica? Dov'è il mio trascendente? Perché mi stanno convincendo che la trascendenza non serve, eppure io mi sento vuoto, solo e ammalato? Forse serviva? Perché poi si scopre che i potenti del mondo fanno i riti, non si sa bene dove, magari sottoterra. Perché loro ci credono nella trascendenza pur avendo i milioni? Perché Rasputin aiutava lo zar? Perché il potere ha sempre bisogno di questa spiritualità come sottofondo e al popolo invece viene tolta?
Forse lo “xenoverso” esiste e ce lo tolgono perché se ti tolgo lo xenoverso ti imprigiono nell'universo. A volte si dice ti amo anche solo insultando l’altro. E forse ho scritto una canzone sulle bestemmie perché queste sono l’ultimo baluardo che ci rimane per mantenere un contatto con Dio. Sperando che l’insulto, prima o poi, smetta di esistere. Riconosco il fascino linguistico delle bestemmie, ma non mi piacciono. Mi interessa più la ricerca di contatto che sottintendono, come quando tuo padre non ti ascolta e inizi a disubbidirgli, ma la speranza è quella di trovare un dialogo con lui.
 

Rancore 01
La copertina di "Tarek da colorare", nuovo album di Rancore

Alcuni versi di “Arakno 2100”, brano contenuto nell’album “Xenoverso”, sono entrati da poco nei manuali scolastici italiani. Qual è la tua esperienza fra i giovani?

Nei ragazzi vedo una voglia enorme di ascoltare qualcosa di genuino. Vedo tanta ansia, tanta frustrazione.

Scuole sempre più violente…

Credo che in generale i giovani che compiono violenze pensano di riuscire a ritrovarsi negli altri, ma quando questo non accade parte un cortocircuito che li paralizza. Non sanno più come muoversi, la psiche va fuori dai binari. Si arriva a uccidere l'altro perché l’altro non ci restituisce l'identità che pretendevamo ci restituisse. È una cosa molto complessa, che andrebbe intuita e vista prima, se solo ci fossero delle sensibilità capaci di osservare di più anziché restare inglobate nei propri bisogni. Ma il prossimo non si osserva più, non si riconoscono i segnali dello tsunami prima che arrivi. I mezzi ci sarebbero, ma siamo distratti. A scuola vedo ragazzi che cercano una verità. Cercano un tempo nuovo. Ma intanto, fuori, c’è un mondo che trita tutto e va nella direzione contraria. Spero nella musica, nell’arte, in un’alternativa. Si stanno perdendo la genuinità, l'istintività e soprattutto il senso delle cose. Un senso più puro, non solo economico. Un senso che valga fuori dal tempo entro cui stiamo vivendo, che poteva valere ieri e che varrà per sempre. Il presente come tutto è l’apocalisse.

Ti accomuno, per questioni biografiche, a Sayf, Ghali e Mahmood, tutte figure che, come te, hanno mezza famiglia nord-africana. È anche questa condizione che vi ha spinto a esprimervi attraverso l’arte?

Sì, può essere. Il Nord-Africa e i paesi europei mediterranei sono intimamente legati. Ci assomigliamo. Eppure sono anche distanti. Il Nord-Africa è influenzato dalla cultura araba, da una religione forte come quella musulmana, talvolta anche vicina al cristianesimo, perché tanti paesi arabi hanno una grande parte della popolazione cristiana. Questa condizione ci ha spinto a trovare una sintesi fra più culture e creare un nostro linguaggio. Vai in Egitto, ci rimani un po’ e al ritorno capisci che le lingue sono suoni dentro cui c’è lo stesso significato. La musica, in questo senso, aiuta perché è libera, svincolata.

Hai partecipato a Sanremo due volte (2019, 2020), ma non ci sembra che il Festival ti abbia particolarmente cambiato.

Mi ha semplicemente fatto conoscere a persone diverse. Se giro al Tufello e vado dal panettiere che prima non sapeva chi fossi, di colpo mi chiama Rancore, neanche Tarek. Sanremo mi ha aiutato a far sapere/capire ciò che faccio, ma tanto io risulterò sempre strano ovunque sarò collocato. Nel pop o nei locali underground, a destra o a sinistra, sempre strano risulto. Il Festival mi ha aiutato a rendere la mia stranezza evidente e definibile.

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