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14 aprile 2026

Ho pianto guardando la prima puntata de “I Cesaroni - Il ritorno”

  • di Marika Costarelli

14 aprile 2026

Ma non abbiamo pianto tutti? Le previsioni erano pessime, ma la lacrima nostalgica non perdona. C’è chi si nasconde dietro al cinismo e chi si è lasciato trasportare dalla emozioni. Claudio Amendola regala una regia strepitosa. Vecchie e nuove conoscenze lasciano avvertire meno l’assenza dei colossi della fiction. Ma uno di loro manca più di tutti e l’omaggio rivolto a lui non poteva che essere un realistico e (quasi) totale silenzio. La coerenza è il punto forte di questa nuova stagione. Abbiamo portato i personaggi in terapia

foto di Ansa

Ho pianto guardando la prima puntata de “I Cesaroni - Il ritorno”

Ebbene sì, ho pianto, signore e signori. E non perché sono una piagnona millennial nostalgica (o almeno non solo), ma perché ieri sera, durante la messa in onda della prima puntata de I Cesaroni - il ritorno, è avvenuta la magia. E una magia è più magica quando avviene in un contesto storico arido e ostico. Lo sapete cos’è la magia nel 2026? Quella cosa per cui ti scordi di guardare lo smartphone. Smetti di scrollare per goderti qualcosa che è capace di scuoterti, perché esiste ancora qualcosa capace di scuoterti.
Quanto era difficile questa messa in onda dei Cesaroni nel 2026? Dopo 12 anni dall’ultima stagione, con l’addio dolorosissimo di Antonello Fassari e con l’assenza bruciante di Max Tortora, Elena Sofia Ricci, Alessandra Mastronardi, Micol Olivieri, Rita Savagnone. Con un’Italia così devastata in ogni frangente e con la polizia del politicamente corretto sempre alle calcagne. Con una prima serata che inizia in seconda serata. Era davvero difficile riportarli in tv, rimanendo fedeli alla fiction originale, ma senza risultare “antichi”. Ora che le serie tv più viste stanno su Netflix e non di certo su Canale 5. E le trame sono così intricate e cervellotiche che I Cesaroni ci sembrano equiparabili a un cinepanettone dei primi anni 2000.
Il pregiudizio per questa nuova stagione era immenso, ne avevamo parlato anche noi di Mow. Eppure, il team guidato dalla regia di Claudia Amendola, ieri sera è riuscito a stupirci. Perché ne I Cesaroni - il ritorno c’è il perfetto equilibrio tra nostalgia e contemporaneità e l’equilibrio, si sa, è la cosa più difficile da ottenere.
La sigla è velocissima: 41 secondi a fronte dei 100 secondi delle stagioni precedenti. Mancano i frame della serie, ci sono solo gli attori che saltano con il green screen sullo sfondo, che a malapena fai in tempo a riconoscerli. E già questo inizio ci anticipa un aspetto fondamentale di questa nuova stagione: la velocità. Non c’è più tempo per i 100 secondi di sigla, non c’è più tempo per gli sketch lenti, d’altronde I Cesaroni lenti non lo sono mai stati, ma l’impressione è che questa settima stagione corra un po’ più delle altre. È come se si fosse avvertita la necessità di correre per adeguarsi a un nuovo modo di guardare la tv. Ecco perché, tra una scena e l’altra, non c’è il tempo di scrollare i social: ogni scena è dinamica e veloce, ogni personaggio ha un senso e ogni legame tra i personaggi si incastra perfettamente con tutto il resto. Niente tempi morti, nessuno spazio per metabolizzare. Anche Mediaset si fa complice e interrompe la puntata con appena 3 o 4 pause pubblicitarie, di cui la prima piazzata dopo la prima metà della puntata. L’obiettivo è chiaro: catalizzare l’attenzione.
Con un ritorno così non ci si poteva permettere errori. Mediaset sa che si sta parlando di una perla di diamante e, dopo le numerose ospitate degli attori nei vari programmi della rete, è disposta perfino a rinunciare alla pubblicità. Ma I Cesaroni ce l’avrebbero fatta anche senza l’aiuto del padrone, bastava solo concedergli un po’ di fiducia.

 

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Giulio Cesaroni con i figli: Marco, Rudi e Mimmo

La musica mescola vecchi e nuovi temi e i vecchi ci accarezzano il cuore. Vecchi e nuovi sono pure i personaggi. Le new entry non si lasciano parlare dietro. Lucia Ocone stratosferica, restituisce il fastidio che vuole suscitare il suo personaggio, Livia. A cui perdoneremo tutto molto presto, si può già prevedere. Carlo (Ricky Memphis) è un padre delinquente e mattacchione, ma si fa fatica a crederlo perché Memphis è ancora il buon ispettore Mauro Belli del X Tuscolano: aspettiamo che acquisisca credibilità nelle prossime puntate. Il piccolo Adriano (Pietro Serpi) prosegue la tradizione dello zio Mimmo, è il narratore 2.0, con il suo smartphone che però non riesce ad escluderlo dal calore della famiglia più allargata d’Italia (menomale!). La “piccola” Marta (Valentina Bivona) è pestifera e incontenibile. E pure un po’ odiosa, diciamoci la verità. Che sia messa lì per farci odiare la madre Eva? Olmo (Andrea Arru) è il ragazzo bello, triste e misterioso nel suo spettro autistico che la conquisterà e che legherà con Mimmo, il suo insegnante di sostegno, mentre subisce l’eccessiva apprensione della madre Ines (Chiara Mastalli) che lo tratta da malato.
Ma c’è pure ancora Augusto (Maurizio Mattioli) che continua a indebitare la famiglia, pretesto utile a non farcelo rivedere nelle prossime puntate, probabilmente e purtroppo. Ma la famiglia Cesaroni c’è ancora e si fa sentire.
Giulio Cesaroni (Claudio Amendola) tiene ancora tutto sulle spalle e stavolta è davvero solo. Non ci sono le idee geniali di Ezio e i mormorii di Cesare in quella bottiglieria della Garbatella, che è rimasta vuota tanto che si sente l’eco: con Cesare muore quella romanità verace che popolava quelle quattro mura. Giulio è visibilmente stanco, tant’è che lo confessa pure a Paolo Bonolis, che irrompe in bottiglieria in un cameo insensato ma favoloso: Bonolis è il grillo parlante che dà buoni consigli, una sorta di coach motivazionale che attua metodi pratici. Giulio vuole cedere? E lui arriva, gli rifila lo sganassone e se ne va, perché “quando la vita ci percuote, va percossa”. Tutto bellissimo. D’altronde di Bonolis ci basta pure una comparsa.

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Paolo Bonolis con Claudio Amendola (Giulio Cesaroni)

Giulio è ancora il padre di famiglia, l’unico. Si era detto che a prendere il suo posto sarebbe stato Marco Cesaroni (Matteo Branciamore), invece Marco si porta ancora gli strascichi della sua adolescenza da insicuro. Tant’è che non riesce a imporsi sulla figlia Marta: un’adolescente della gen Z, che basta solo questo a capire quanto sia “difficile” (per usare un eufemismo). Marco è il papà-amico perché altro non sa essere. È ancora quel ragazzino che si nasconde dietro i sensi di colpa. E a poco servono gli ammonimenti di Giulio sul suo modo di esercitare il ruolo paterno: “Anche i Cesaroni cambiano”, si difende Marco con il padre. Eppure ci sembra che lui non sia cambiato affatto. Adesso non imbraccia più la chitarra, ma smanetta su un programma di produzione musicale al pc; ma il senso di inadeguatezza è ancora quello del 2006. Per questo lo amiamo ancora, perché Marco Cesaroni adulto è maledettamente realistico. È quel ragazzetto sensibile della Garbatella che arrossiva e che oggi, nonostante sia diventato papà due volte, si sente ancora fuori posto. Per questo non possiamo aspettarci che riesca a dire no alla figlia peperina tornata dall’America, dopo che la madre severa e rompipalle (Eva) non è solita concederle nessuna libertà.
E, come karma vuole, Marco oggi sta con Virginia (una giustissima Marta Filippi), una donna ferita dalla vita, ma sicura, tenace e capace di imporsi: il perfetto completamento per Marco. Ma c’è qualcuno che continua a sentirsi inadeguato, molto più di Marco, e quello è Walter Masetti (Ludovico Fremont). La genetica non mente: Walter non è Ezio, ma combina disastri ben più gravi delle idiozie dei padre. Il figlio di Ezio non è riuscito a realizzare i suoi sogni e oggi si ritrova a spazzare il dehors della bottiglieria, con tanto di parannanza. E se questo non bastasse a restituire il quadro dell’insicuro cronico ed eterno Peter Pan, ci pensa la sua casa a completare il tutto: un monolocale disordinato con tanto di altalena e tavolino da ping pong: Walter vive un’estensione della sua adolescenza e ancora non sa badare se stesso. Ma non è tutto, Masetti Junior ci regala anche la sorpresa (che poi tanto sorpresa non è): si innamora, per l'ennesima volta, della donna di Marco. Prima Eva, poi Simona, ora Virginia. È uno schema psicologico che si ripete da sempre. È triste da credere, ma pare che l’amicizia tra Marco e Walter si regga su questa verticalità tra i due. Nessuno dei due è davvero forte, anzi, i due si assomigliano più di quanto si creda, ma il meno forte (Walter) continua ad alimentare questo legame di dipendenza dall’amico per non soccombere al ruolo cui è destinato. E, mentre affonda nei sensi di colpa, ama Virginia in segreto, tanto che è costretto ad optare per l’espatrio. Ma Stefania Masetti (la madre) lo blocca, perché neanche lei ha superato il trauma dell’abbandono di Ezio e non può permettere che la ferita si riapra con la fuga del figlio.
Stefania (Elda Alvigini) è una boomer a tutti gli effetti. Sta su Blinder (corrispettivo fantasioso di Tinder) e, da buona amica, non pensa solo per lei, ma prova a rifilare a Giulio qualche date, che lui per il momento si rifiuta categoricamente di accettare: “La verità che che abbiamo perso due persone eccezionali. Io Lucia, tu Ezio”, le dirà Giulio sul dondolo del giardino di casa Cesaroni. Lui sì, è il più nostalgico di tutti e non teme di mostrarlo. Stefania, invece, reagisce per finta, ma la sua fragilità è evidente pure a un cieco. D’altronde chi ricorre alle app di incontri dopo un abbandono non risolto, quanto deve sentirsi triste?

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Walter Masetti, Giulio Cesaroni e Stefania Ansaldo (Ludovico Fremont, Claudio Amendola, Elda Alvigini)

E poi c’è Mimmo (Federico Russo) e mai mestiere fu più azzeccato per lui. Mimmo, fresco di laurea, fa l’insegnante di sostegno. È assennato e intelligente, sempre pronto a trovare nuove soluzioni. Inoltre, nel 2026, qual è il mestiere più accreditato? Oggi tutti sono insegnanti di sostengo, vuoi che non lo diventi Mimmo Cesaroni? Che quanto a sensibilità ve se magna da sempre?
E a Rudi (Niccolò Centioni) quale destino poteva essere destinato? Ma quello del collaboratore scolastico, o bidello, come ama definirsi lui, che quanto ad autostima avrebbe ancora da lavorare. E Rudi si vede poco in questa prima puntata: a Rudi togligli le marachelle e poco rimane, almeno all’apparenza. Perché Rudi Cesaroni è lo stesso di sempre, anche se oggi non fa l’imitazione di Paperino. E in quelle poche scene in cui si fa vedere è perfettamente coerente, sul pezzo. Non a caso, durante la scena finale, è lui a sentire il padre che manda un messaggio vocale al compianto zio Cesare. L’espressione di Rudi in quel momento è perfetta, ci sembra un deja vu: il pestifero Cesaroni si disegna sul volto la delusione, la tristezza di una perdita in famiglia che non verrà mai colmata. Se torniamo indietro di qualche stagione, possiamo rivedere quella stessa espressione quando parlava della madre deceduta o quando incassava il rifiuto sentimentale della sorellastra Alice.
Ed è proprio in quella scena finale che si compie l’incantesimo: Giulio è costretto a trasformare la bottiglieria in un ristorante. Ironia della sorte: è quello che accade nella realtà. A Garbatella lo storico bar dei Cesaroni diventa un’osteria. Il tempo non perdona e la crisi è spietata pure nella fiction per la bottiglieria Cesaroni, un tempo abitata dalla caciara dei tifosi della Roma e oggi vuota.
Anche se questo vecchio/nuovo cast è stato bravo a non farcene accorgere, gli assenti ci mancano tutti. Ma uno ci manca un po’ di più: Cesare Cesaroni (Antonello Fassari). Dov’è Cesare? Perché nessuno ne parla? Viene da chiedersi guardando la puntata. Ma la risposta è più cruda e reale di quanto ci aspettiamo: la perdita di Cesare è così devastante che nessuno riesce ancora a nominarlo. È una ferita aperta, che forse non si rimarginerà mai. E ce lo conferma Giulio, che a fine episodio si ritrova ad usare la tecnologia per non soccombere alla mancanza lancinante del fratello: gli invia un vocale in cui lo informa che la bottiglieria “del padre del padre del padre di nostro padre diventerà un ristorante”. Poi Giulio guarda in camera. Gli occhi lucidi, un mezzo sorriso malinconico: “Che amarezza”. E non dobbiamo aggiungere altro. Asciughiamoci le lacrime.

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