N OI è un titolo strano: corale, ma non troppo. Il concetto esprime una pluralità, ma la scelta di scriverlo in questo modo da cosa è data? Gli Eugenio in via di Gioia ci spiegano che a un certo punto questo concetto di coralità scomparirà, ma senza fare troppi spoiler. Abbiamo fatto alcune domande alla band: dagli esordi, passando per l’Ariston e ora su questo nuovo progetto discografico che abbiamo ascoltato in anteprima. N OI è un disco fresco, leggero, pop ma che non segue le classiche logiche algoritmiche. Seppur le melodie siano canticchiabili in auto o sotto la doccia, i testi lasciano sempre in bocca quell’amaro che rappresenta la realtà attuale, difficile, ma non così tanto da far dissolvere la speranza. Dopo averlo ascoltato in anteprima, abbiamo parlato con la band del nuovo EP, della discografia e di quanto i social la influenzino.
Voi siete nati come artisti di strada e oggi riempite anche club e palazzetti. Nel 2020 siete stati a Sanremo con “Tsunami”. Qual è la differenza tra suonare in strada ed esibirsi a un festival come Sanremo? Ne siete stati più contaminati o lo avete contaminato più voi?
È un incontro in cui ci si contamina a vicenda. Il senso può essere negativo, se lo si vive male, o può essere positivo, se si prende il buono. E noi abbiamo portato sicuramente il nostro estro, abbiamo suonato veramente ovunque in quei giorni, abbiamo raccolto tutto quello che potevamo raccogliere. Siamo stati eliminati, ma abbiamo poi vinto il premio della critica. Siamo riusciti a portare la nostra capacità di trasformare ogni situazione in un’occasione e Sanremo ci ha insegnato tanto, ci ha insegnato che il mondo della televisione racconta solo un aspetto di quello che succede veramente nel mondo della musica. Quando si suona dal vivo, si percepisce una tridimensionalità della musica anche per chi ascolta il concerto. Quando si suona davanti a un pubblico che ci guarda dallo schermo, - e questo vale per tutti i programmi televisivi - l'immagine viene schiacciata e quindi nello schiacciare si perde una tridimensionalità. Ecco, la tv ha questa caratteristica, però ti consente di arrivare attraverso altri linguaggi e anche a un altro pubblico.
Nelle vostre canzoni usate spesso la critica sociale, anche attraverso l'ironia. Non temete a volte che l'ironia e le vostre melodie leggere possano far risultare i brani meno efficaci nella trasmissione di messaggi sociali importanti?
Questo è uno dei punti su cui riflettiamo più spesso, perché il grande limite dell'ironia è quello di generare poi nell'ascoltatore un pensiero cinico, distaccato e, nella peggiore delle ipotesi, una sorta di impotenza; perché si può pensare: “Vabbè, ci rido su proprio perché non posso farci niente”. Allora, la nostra arma che spesso utilizziamo è quella dell'autoironia, perché nel momento in cui si ironizza, ma mettendo se stessi in prima persona come soggetto di questo problema l’io contribuisce ad alimentare questo problema, allora non c'è più un un distaccamento tra quello che si racconta e quello che si vive, ma si è parte, si è dentro questo problema. In molte delle nostre canzoni dove utilizziamo l'ironia, cerchiamo proprio di usare questo stratagemma dell'autoironia, tipica poi del teatro canzone di Gaber; ultimamente abbiamo scoperto che, invece che dire le cose più semplici, chiare, anche a costo di risultare banali, invece molto spesso si arriva molto più al al cuore, utilizzando linguaggi poetici oppure dei linguaggi più elementari, si crea più empatia col col proprio ascoltatore.
Come mai avete deciso di intitolare il disco N OI? Con questo spazio che separa una parola così corale?
Come si vede dalla copertina, l'immagine è uno zoom, già questo dice molto. Nell'immagine siamo noi specchiati all'interno di un cucchiaio che è al contrario: sono tutti degli input che sono metafora di quello che viviamo oggi, viviamo in una società che non si avvicina veramente alle cose, ma per vederle da vicino zoomma parecchio e ha un'altra tendenza, cioè quella di cercare di dare un significato, una definizione, a ogni cosa che succede e di darglielo in divenire, solo che è una cosa che molto spesso ci fa poi tornare indietro sui nostri passi. Lo vediamo anche con i giornali: comunicano le notizie e poi si smentiscono da soli qualche ora dopo. Noi volevamo provocatoriamente dare questo titolo che fosse interpretabile, così che le persone provassero a interpretarlo e o sbagliassero o facessero giusto, ma vuole essere il nostro invito a sospendere eh il giudizio e la volontà di dare un significato a tutti i costi, di provare ad allontanarsi e guardare le cose da un'altra prospettiva, e questo vale per il nostro CD, ma vale in generale per per la nostra vita.
Com'è nata la vostra collaborazione con il coro dell'Antoniano?
La collaborazione è nata già qualche anno fa perché avevamo pubblicato un brano che avevamo registrato con loro, cioè Filastrocca per grandi. Inoltre, Eugenio aveva scritto una canzone proprio per lo Zecchino d'Oro che è andata in gara, è arrivata pure al secondo posto, si chiama La canzone della settimana. Ci eravamo trovati benissimo sia con la direttrice, con l'organizzatore e con i bambini. In particolare, per Ciao bella Italia ci piaceva tantissimo l'idea di far dire a delle voci così innocenti, così trasparenti, dei messaggi bellissimi, forti, messaggi che se trasmessi da un da un adulto possono sembrare delle critiche. Dei bambini invece danno più l'idea di autenticità, di verità. Quello che vedono e dicono i bambini è qualcosa che non ha filtri, non c'è una volontà di essere cattivi o sospettosi, ma semplicemente di riportarle. E così li abbiamo li abbiamo contattati, siamo andati al teatro lì dove c'è il coro dell'Antoniano e abbiamo girato quel videoclip in cui abbiamo invertito il ruolo dei bambini che rappresentavano gli adulti e gli adulti che rappresentavano il coro dell'Antoniano che canta insieme a noi. I bambini del coro sono molto attenti e pieni di stimoli: bisogna dare fiducia ai giovani perché sono incredibili. Inoltre, una parte del brano è stata anche scritta insieme a loro perché abbiamo poi disegnato prima di chiudere il testo con loro immagine di futuro e d'Italia, siamo tornati a casa e alcuni dettagli li abbiamo poi rifiniti attraverso i loro disegni.
Il disco si apre con “Come si fa”, che descrive una realtà difficile. Però poi il disco si chiude con “Baciamoci”, che sembra proprio un inno alla speranza nonostante tutto. Questo è un disco di critica, ma anche di speranza?
Non sei la prima persona che ci dà questa lettura ed è bellissima perché in realtà non l'avevamo immaginata, ma effettivamente probabilmente chiude il cerchio. L'inizio e la fine sono due opposti, oppure semplicemente portano l'ascoltatore ad arrivare a una considerazione che insieme si può ancora sognare, si può essere romantici, nonostante le difficoltà che vengono invece raccontate all'inizio dell'EP.
Cosa pensate della discografia italiana? C'è davvero ancora spazio per chi ha qualcosa da comunicare o si pensa soltanto ai numeri?
È interessantissimo vedere in televisione e anche in radio, quando vengono presentati gli artisti, si dice: “E adesso chiamiamo sul palco Tizio con 100 milioni di stream, 100 miliardi di follower”. Non viene neanche più raccontato il cosa, ma il quanto. Questa cosa è triste, no? Perché è come se il contenuto fosse completamente secondario, proprio perché abbiamo perso di vista quello che ci piace davvero, quello che ci piace è diventato quello che funziona. Allora secondo noi non mancano gli artisti con i contenuti, ma forse ci sono artisti senza contenuti che vengono valorizzati in questo periodo. Si tende a privilegiare chi fa più numeri, che non è un un un errore, ma così stiamo quantificando un dato e, secondo noi, il grande ruolo da parte di chi fa critica (giornalisti ma anche pubblico), è sentirsi parte di questo processo e non assecondare il flusso. Ne è una prova il fatto che la musica indie a un certo punto sia esplosa perché la necessità del pubblico era quella di esprimere una propria opinione: è stata una sorta di resistenza. Per noi è importante che ciascuno ascolti quello che gli piace, a prescindere dai numeri, però è veramente un grande paradosso perché è complesso.
Quanto influiscono i social in queste dinamiche secondo voi? Voi come li utilizzate?
I social noi li abbiamo sempre utilizzati proprio per riuscire a veicolare chi fossimo senza filtro. Ovviamente per chi ci vede suonare in un concerto, il filtro è ancora minore, però i social inizialmente - almeno col primo Facebook e con Instagram - davano questa possibilità di esprimersi senza una maschera. Oggi gli algoritmi hanno cambiato completamente il modo di fruire i social e anche il modo di arrivare a un potenziale proprio pubblico di persone che possono essere appassionati al proprio genere. La risposta è veramente complessa, perché a seconda del social l'approccio cambia, a seconda del periodo l'approccio cambia. Io personalmente sono un po’ stufo di stare sui social perché ho la sensazione di essere lo strumento in mano dell'algoritmo, invece che l'algoritmo essere lo strumento in mano a me. E quindi preferisco un live, preferisco una chiacchierata dal vivo o altri canali per esprimere la musica. Però mi rendo conto che siano ad oggi forse il più importante strumento, considerando che anche Spotify subisce i flussi di TikTok molto più di quanto subisca qualsiasi altro tipo di flusso. Poi noi all'interno della band siamo abbastanza divisi, perché alcuni di noi vorrebbero usarli il meno possibile e lanciare solo le comunicazioni più efficaci e importanti, e invece altri vorrebbero pompare sempre perché adesso l'algoritmo favorisce se se bombardi. Però ci sono degli esempi di progetti che anche con pochissimo utilizzo dei social invece su Spotify vanno fortissimo: i Pinguini Tattici Nucleari, o Andrea Laszlo De Simone, Fresh Mula, insomma, anche loro fanno pochi contenuti, ma talmente di qualità che effettivamente generano attenzione. Noi all’inizio utilizzavamo i social anche per fare dei video, dei contenuti diversi che spesso sono paralleli. Avendo iniziato così diventa difficile abbandonarli per comunicare solo questioni musicali. Poi essendo una band dobbiamo anche trovare un compromesso e questo è bello perché ci permette di non essere troppo radicali.