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8 ottobre 2026

Levante è meglio di Freud. Siamo stati alla Warner per il lancio del nuovo album “Dell’amore il fallimento e altri passi di danza” e abbiamo capito che anche la musica può essere una terapia

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

8 ottobre 2026

Alla Warner di Milano, Levante presenta “Dell’Amore il Fallimento e Altri Passi di Danza”: un viaggio viscerale in 16 tracce fatto di sonorità cinematografiche e dancefloor improvvisi. Un disco caotico e maturo che non cerca la hit da classifica, ma dimostra come anche le cadute e i passi falsi possano trasformarsi in una bellissima coreografia

Foto di Ansa

Levante è meglio di Freud. Siamo stati alla Warner per il lancio del nuovo album “Dell’amore il fallimento e altri passi di danza” e abbiamo capito che anche la musica può essere una terapia

Se il disco vi sembrerà già una seduta di analisi psicodinamica diluita in 16 tracce, provate a parlarne con Levante. Quando arriva alla Warner di Milano per presentare il nuovo album, il tempo rallenta e ogni particella presente nella stanza si riempie di significato. Domande e risposte quasi marzulliane e soprattutto tanta introspezione, che non finisce con la sedicesima traccia. Nel nuovo album di Levante non si canta, si danza. C’è l’amore che cambia forma e le cadute che spezzano il ritmo, prendendo una forma a se stante. Gli errori diventano coreografia, se sai come rimediare, o potremmo dire anche improvvisare: esattamente come accade a un ballerino. Sarà fuori questo venerdì 9 ottobre: Levante firma il suo ritorno sulle scene con Dell’Amore il Fallimento e Altri Passi di Danza, un tassello nuovo di zecca nel suo percorso artistico che mescola la tradizione del cantautorato con una fame di sperimentazione a cui l’artista ci ha abituati. Già la scelta del titolo lungo, in un clima discografico particolarmente immediato e frenetico, definisce questo disco diverso dal solito. Prodotto a sei mani con Antonio Filippelli e Gianmarco Manilardi, il progetto racchiude 16 tracce sorrette da un’ossatura sonora potente: bassi profondi, percussioni decisive e suoni orchestrali cuciti su misura, senza mai soffocare il vero centro nevralgico del disco, che sì - come detto - è un disco che danza, ma è la voce di Levante che lo traina. Ma per l'artista siciliana non è mai questione di sfoggio vocale o virtuosismo fine a se stesso; la priorità resta l'impatto emotivo e la capacità di trascinare chi ascolta dentro una vertigine intima.

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Levante al Festival di Sanremo 2026

Alcuni dei brani della tracklist li conosciamo già perché sono stati rilasciati come singoli. Il primo estratto è stato Follemente, colonna sonora dell’omonimo film diretto da Paolo Genovese. Levante e il cinema stanno bene come pane e Nutella, anche per raccontare l’eterno contrasto tra ragione e sentimento, narrato dalla pellicola di Genovese e decantato in questa prima traccia che non ha paura di non riuscire ad entrare in classifica, oseremmo dire. Sì perché quando una cantautrice libera come Levante incontra il cinema, un posto dove ancora la musica può raccontare senza essere per forza una “hit”, non può che verificarsi la magia.
Mai mai
è l’altro brano edito. Nel videoclip abbiamo già un buon accenno al concept del disco: Levante e lo sposo posano immobili su una torta nuziale, ma a un certo punto si uniscono in un passo a due che racconta un amore deludente e conflittuale, costellato di orgoglio e risentimento: “ti piacerà la torta al mio livore”. Il brano ha un sound che strizza l’occhio all’oriente e un ritmo incalzante e allegro, la voce di Levante e il testo fanno da contrasto rendendo il brano leggero e piacevole all’ascolto nonostante racconti la sofferenza di mancate attenzioni. 
Niente da dire è il terzo brano edito del disco: “Ci crediamo legati, ma poi alla fine siamo solo aggrovigliati”, probabilmente è il verso chiave. Anche in questo videoclip Levante danza, ma stavolta è da sola lungo il fiume Po. Si narra la scelta del silenzio, usato per non ferire l’altro e per mettere un punto laddove il sentimento da solo non basta. Questo è un po’ il denominatore comune di questo disco, un argomento che ritorna: l’amore da solo non basta. Anche il brano che ha dato il titolo all’album, in modo diverso, ne racconta. Anche qui “fuochi fatui” e “l’assenza di un lieto fine”.
Ma tra i brani editi - e qui chi scrive sarà di parte - Sono blu è forse la punta di diamante: Levante sull’elettronica ci sta proprio da dio e sentendo questo pezzo viene da augurarsi che torni a farlo più spesso.
E non possiamo dimenticare la canzone presentata all’ultimo Festival di Sanremo: Sei tu avrebbe meritato più risonanza; ma forse per quanto possa definirsi il brano più “sanremese” di Claudia, forse non lo è abbastanza per questi tempi che richiedono ritornelli da trend e orecchiabilità a tutti i costi.
Dalla classe di Sei tu, siamo tornati a danzare con Malìa, che poi è la dodicesima traccia del disco e l’ultimo singolo rilasciato dalla cantante. Qua c’è un’influenza più che apprezzata a Carmen Consoli e questo è uno di quei brani che quelli all’estero ci invidiano: nella sonorità c’è un po’ di Sicilia e un po’ di Francia (o forse di Torino, che oltre ad essere la città “adottiva” di Levante è anche “cugina” di Parigi): un crossover curioso e succulento che ci ha lasciati con l’acquolina in bocca, desiderosi di ascoltare il resto dell’album. E forse, se c’è una traccia che rappresenta a pieno la copertina dell’album è proprio questa: Levante è la protagonista di un’opera d’arte, che forse per la coralità e il contrasto ricorda un po’ La libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix in versione 3.0 e un po’ la Madonna ritratta sui santini con ai piedi i suoi fedeli. Lo spiegherà durante la conferenza: questo album ha due colori: il blu, che è lei, è l’arancione che rappresenta l’esterno.

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Noi di MOW lo abbiamo ascoltato in anteprima e tra le tracce inedite e possiamo confermare che ce n’è per tutti i gusti e per tutte le temperature: freddo, caldo, aperto, chiuso, si alternano a partire dai titoli: da Ruggine, Arcani, Sono blu fino a Luna di sangue, Fuoco mio e Allegria. Al centro del disco ci sono queste tracce che raccontano più di ogni altra recensione il contrasto presente nel concept. In Levante c’è spazio per tutti, d’altronde ogni passo di danza (anche quello sbagliato) è necessario nella costruzione di un percorso, seppur tortuoso. La vera apertura è proprio al centro del disco: l’ottava traccia, Fuoco mio, si spalanca in un ritornello energico dove voci e strumenti travolgono chi ascolta. Ci sbilanciamo: questa sarebbe potuta essere una canzone vincitrice a Sanremo. Le sorprese non finiscono quando nella traccia dopo, che poi è uno skit, sentiamo la voce registrata della figlia di Levante, Alma Futura. Colpisce che Monellerie non sia una registrazione l’audio ripulito: è imperfetta e per questo molto più impattante. Scegliere di “mostrare” la voce della figlia senza filtri risulta puro e per questo efficace: “Quando siamo insieme, tutto riprocede da capo” è la frase finale che segna la fine della prima metà del disco. Quando Claudia parla dello skit racconta com’è nato: “Io, Pietro e Alma ci eravamo temporaneamente trasferiti nel mio laboratorio mentre ristrutturavamo casa. La stanza era piccola e noi improvvisavamo un sacco di giochi e canti. Una sera Alma mi chiese di inventarci una canzone; io intonai un do Maggiore, ma lei anziché iniziare a cantare, recito le parole che io ho voluto inserire nel disco. Ho pensato: ‘abbiamo creato un mostro’”. Alma Futura è una bimba dal pensiero vivace che spesso sorprende Claudia con domande esistenzialiste forse premature per la sua età. L’artista racconta di aver voluto inserire questa voce non in quanto mamma, ma in quanto Levante: questo brano spacca in due il disco.

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Facendo un salto alla tredicesima traccia, troviamo una Levante da dancefloor con Sorry Boy. E qui - come per Sono blu - ci ripetiamo: Claudia, cantaci l’elettro più spesso. Dopo averci abituati a un album melodico, quando parte questo brano si può confermare una delle principali caratteristiche di Levante: sorprendere proprio quando meno te l’aspetti. Dopo l’atmosfera cinematografica di Follemente, come penultima traccia troviamo Castigo, che è un viaggio verso quel “giù” che Claudia canta sostenuta da riverberi e distorsioni della voce che ci accompagna in una dimensione profonda e buia. Qui c’è la vera sperimentazione e la lunga parte strumentale in chiusura, ci conferma che questo brano non vuol essere solo compreso. Chiude poi il disco Abissale con violini e viole da pelle d’oca che scandiscono un ritmo che è un climax emotivo o, come lo definisce lei, un vero e proprio vortice: qui “il fallimento” si sente, ma diventa un passo di danza fondamentale per poter compiere quello dopo e soprattutto, come ricorda anche Levante, il fallimento è il risultato finale; è il risultato di un movimento che c’è stato prima. Questo brano è un sospiro di sollievo sofferto, dove testo e musica si alleano con il solo obiettivo di smuovere i dotti lacrimali: Levante vuole lasciarci con gli occhi lucidi e il viso bagnato e con una domanda: ma perché quando si tratta di accogliere l’amore che semplicemente meritiamo, tutto diventa così spaventoso e sofferto?

E come lo sintetizzi un disco come questo? Tra sonorità cinematografiche, deviazioni dance e picchi d'intensità orchestrale, Levante ha firmato uno dei suoi lavori più maturi e sfaccettati. Durante la conferenza ammette che questo non è un disco di “guarigione”, ma di consapevolezza, dove inaspettatamente è riuscita a trovare delle risposte e a perdonare: l’assenza del padre in primis e poi tutte quelle storie descritte nel disco che sono finite. “L’amore eterno”, dice “è quello mancato, che vive solo nell’immaginazione e dove non avviene il contatto”. Questo non è un album di guerra, dichiara, ma un album di pace e, per la prima volta, Levante guarda l’amore da fuori e non dall’interno, mossa da sentimenti ancora più o meno vivi dentro di sè. Quando qualcuno le chiede: perchè proprio adesso; lei risponde: “Perché mi sto avvicinando ai miei 40 anni e mi ero anche un po’ stufata di vivre l’amore con questa sfiducia. Faccio un mestiere per cui potrei anche vivere una vita rock n roll e dire Fanculo l’amore, ma la verità è che io sono una grande amante dell’amore, solo che non sono in grado di prendermene cura e portarlo avanti come fanno gli altri”. Eppure qui dobbiamo contraddire Levante: perché se anche fosse vero che le sue relazioni finiscono, una grande cura viene fuori da questo disco ed è la cura più difficile da attuare: quella verso se stessi. In Dell’Amore il Fallimento e Altri Passi di Danza c’è un grande spirito di ricerca che mostra una voglia di “guarire” tale da non temere la sofferenza che si prova quando si toccano tasti dolenti del proprio vissuto.
Questo album non sembra seguire un filo rosso. Sicuramente ci sono temi ed elementi che ritornano (la danza tra tutte), ma è un disco che si muove caotico, esattamente come a volte è la vita, sfacciato nel dire che l'amore da solo non basta, ma capace di ricordare a tutti che anche “un passo falso” è pur sempre un passo.

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