Uno dei libri più belli pubblicati da Adelphi negli ultimi anni, intitolato “Altre menti”, inizia più o meno così: “Benché mammiferi e uccelli siano unanimemente considerati le creature più intelligenti, si va imponendo una diversa, sorprendente evidenza: da un ramo dell’albero della vita assai distante dal nostro è nata una forma di intelligenza superiore, i cefalopodi, ossia calamari, seppie e soprattutto polpi”.
Partendo dalle parole di Peter Godfrey-Smith, uno dei massimi esperti di animali al mondo e autore, appunto, del volumone Adelphi della collana “Animalia”, “Darwin’s Paradox” ha fin da subito attirato l’attenzione di molti.
Un po’ perché il protagonista, giustappunto un polpo, è una ventata d’aria fresca in un mercato videoludico popolato ormai soltanto da cavalieri marcescenti e solitari, personaggi femminili più o meno sessualizzati (sempre e comunque sovraumani), oppure da protagonisti di proprietà intellettuali ormai “antiche” da più di quarant’anni. E magari pure con i baffi, vero Mario?
Finalmente un gioco che non promette di fare centinaia di cose e di “regalare” ore e ore di gameplay agglutinante e senza soluzione di continuità.
Qui siamo di fronte a un gioco verrebbe da dire onesto, cioè che si presenta fin dalle sue prime battute per quel che è: un platform vecchia scuola, con stage, o livelli se preferite, di difficoltà crescente, con una sua narrativa interna semplice e cristallina. Siamo un polpo che se ne sta tranquillo a vivere negli oceani quando una sedicente azienda ittica, in realtà un gruppo di alieni da B-movie americano anni ’50, ci rapisce e, per una serie di sfortunati eventi, ci ritroviamo in un’enorme e tentacolare fabbrica di pesce, con l’unica missione di scappare.
Bon, questo è e tanto ci basta. Con lo spirito di un videogioco puramente arcade uscito dagli anni Novanta ma con la freschezza di un’esperienza pienamente contemporanea, “Darwin’s Paradox” ci offre, per compiere questa nostra operazione di fuga, una serie di possibilità che sembrano venire direttamente dal corpo del polpo: un’intelligenza fuori dal comune, tentacoli che si muovono ognuno per conto proprio, ventose capaci di aggrapparsi ovunque e, quando serve, una nuvola d’inchiostro per sparire.
Ecco che questo gioco con un polpo diventa una specie di “Metal Gear Solid” degli abissi, ovvero un’esperienza puramente puzzle-stealth in cui dovremo aggirare e non farci vedere dai nemici (pesci, umani o altro che siano) e dove i livelli saranno pieni di insidie che appaiono, in un primo momento, insormontabili ma che poi, tramite un po’ di ragionamento (che anche un polpo potrebbe fare), saranno superabili.
Se è vero, come è vero, che la difficoltà è tarata verso il basso e che il finale è un po’ troppo “memetico” per non lasciare un pochino di amaro in bocca, “Darwin’s Paradox”, targato Konami, è un videogioco che, è il caso di dirlo, pesca a piene mani dalla tradizione platform-arcade degli anni Novanta per portarla all’oggi. Con la forza di otto tentacoli, e nessuna voglia di essere qualcos’altro.