Per citare un famoso proverbio contadino dell'Emilia: "mèttar al porch a l'ôra", ossia: "mettere il porco all'ombra". Per la serie: intanto Mediaset si accaparra Infante, poi vediamo. Non è ancora chiaro perché Milo Infante sia arrivato a Mediaset. Di certo per contrastare la concorrenza con Rai, ma questo nuovo acquisto non ha nessun piano preciso. L'ormai ex conduttore Rai, infatti, non ha ancora trovato una collocazione nelle rete di Berlusconi.
Questa storia ha anche una reference cinematografica. “Ma dove ti colloco?”. La storia di Milo Infante a Mediaset ci fa pensare alla scena di Harry Potter e la pietra filosofale. Quando il cappello parlante doveva scegliere in che casa spedire il prescelto. Ci immaginiamo che Infante stia sussurrando: “Non Rete 4”. Ma non siamo certi che venga esaudito come il giovane mago di Hogwarts.
Il quadro che emerge dalla nuova stagione dell’informazione in prima serata sulle reti Mediaset, in particolare su Rete 4, somiglia sempre meno a una strategia editoriale ordinata e sempre più a un incastro di sostituzioni confuse.
La sensazione, osservando l’affollamento del prime time, è quella di una rete ormai al limite della saturazione: ogni serata della settimana è occupata da un talk politico o di cronaca. Con anche Milo Infante alla cronaca saremmo all’overdose. Lunedì con Nicola Porro e Quarta Repubblica, martedì con Tommaso Labate e il suo Realpolitik, mercoledì ormai presidio di Bianca Berlinguer, giovedì nelle mani di Paolo Del Debbio e Dritto e Rovescio. La cronaca giudiziaria detta il palinsesto.
In questo contesto, l’impressione è che Mediaset stia più rimescolando assetti che costruendo un progetto editoriale stabile. E soprattutto che stia pensando a rincorrere l’ascolto facile, piuttosto che a rinnovarsi e lanciare idee di format nuovi. Si sa, la politica tira, seconda solo alla cronaca nera.
L’eventuale inserimento di nuovi volti come Milo Infante viene raccontato come una “mossa strategica”, ma rischia di apparire un’operazione di sovrapposizione. Non tanto per arricchire l’offerta televisiva, quanto per spostare equilibri interni e, in alcuni casi, indebolire la concorrenza Rai più che rafforzare la propria identità. Della serie: se non sai come attaccare, difenditi.
Il problema più evidente resta quello della cronaca nera e giudiziaria, dove la centralità di Quarto Grado, condotto da Gianluigi Nuzzi, appare difficilmente negoziabile. L’idea di affiancare o posizionare nuove trasmissioni nello stesso perimetro editoriale sembra più generare sovrapposizioni che reali alternative, con il rischio di cannibalizzare un genere che Mediaset ha reso centrale.
Parallelamente, resta irrisolta la questione di Fuori dal Coro di Mario Giordano, costantemente oggetto di ipotesi di spostamenti e traslochi di rete. Una volatilità che, letta criticamente, suggerisce più una gestione tattica e funzionale dei palinsesti che una valorizzazione coerente dei format. Il programma viene considerato “flessibile”, ma questa ci sembra un po’ una parac*lata di chi non sa più gestire un palinsesto e garantire varietà.
La logica degli ascolti sembra prevalere su quella dell’identità editoriale. La prova è il sovraffollamento di talk e la ricerca di innesti esterni che danno l’idea di una rete in perenne assestamento, più attenta a inseguire i risultati immediati che a costruire una riconoscibilità nel lungo periodo.
Non mancano poi voci su possibili spostamenti tra day time e prime time, con incastri che coinvolgerebbero anche Dentro la notizia. Niente è definitivo, “ai programmi piace cambiare”, sempre per semi-citare la famosa saga della Rowling.
Vincere il confronto con la Rai resta l’obiettivo più visibile di Mediaset, soprattutto sul terreno della cronaca pomeridiana, dove figure come Alberto Matano e Salvo Sottile hanno consolidato linguaggi e pubblico. E proprio qui la strategia Mediaset appare più reattiva che propositiva. Perché intervenire sugli asset altrui sembra più semplice che costruire un’alternativa autonoma e stabile. Non a caso Milo Infante è stato strappato via da mamma Rai, ma senza un reale progetto. In molti pensano che Mediaset stesse risentendo degli ascolti di Ore 14. Alcuni sostenitori di Milo Infante si dicono delusi della scelta del conduttore, perché il successo di Ore 14 è stato plasmato dalla personalità di Infante: pacato e lineare.
Quello che è certo è che Mediaset non è più quella di una volta. Non è quel potere imperturbabile a cui basta poco per vincere la serata. Tra la concorrenza dei social e alcune scelte azzeccate da parte della Rai (com’era appunto Ore 14), al Biscione tocca difendersi con le unghie e con i denti. Si ritrova, quindi, a rincorrere il trend. Riempiendo i palinsesti di volti diversi che parlano tutti della stessa storia.
La scelta di Infante sarà valsa un contratto a più zeri, ma forse per lui sarà ancora più difficile distinguersi ed imporsi in un palinsesto già saturo di quel tipo di televisione. "Il porco", intanto, è all'ombra.