Dopo una separazione spesso ho guardato il soffitto. Che è esattamente il posto da cui parte Come un re, il nuovo singolo dei Circus Punk uscito per La Tempesta Dischi.
Negli ultimi anni Arianna Muttoni e Antonio Squillante ci avevano abituati a un punk rock sporco, nervoso e pieno di spigoli, stavolta scelgono una strada diversa. Non rinnegano il loro passato ma danno spazio alla vulnerabilità.
Come un re nasce infatti da una separazione dolorosa e da quelle notti infinite in cui il tempo sembra essersi fermato. Quelle in cui non stai davvero pensando a chi hai perso. Stai cercando di capire chi sei diventato senza quella persona.
È una canzone che parla del momento successivo della separazione. Quello in cui smetti di contare le macerie e inizi a raccoglierle.
Anche il titolo racconta questa trasformazione perché Come un re parla della riconquista. Di quel momento in cui, dopo esserti sentito l'ultimo degli esseri umani, riesci a tornare padrone almeno del tuo piccolo regno personale: una stanza, una mattina qualsiasi, la tua testa.
Prodotto da Ivan Segreto nel suo studio di Sciacca, il singolo conferma il percorso che i Circus Punk avevano già iniziato a mostrare con Colla a caldo, la collaborazione con gli Africa Unite. Un percorso che li vede allontanarsi dalle formule più prevedibili del punk per esplorare territori emotivi più ampi senza perdere identità.
Mi raccontate com'è nata “Vivo come un re”?
Arianna: In realtà “Vivo come un re” nasce da una delusione d'amore. Da quel momento in cui ti rendi conto che una persona in cui avevi investito tempo, energie e aspettative non sarà mai quello che speravi. All'inizio c'è la rabbia, poi la delusione, poi arriva una specie di liberazione. A un certo punto smetti di rincorrere qualcosa che non puoi controllare e torni a occuparti di te.
Per questo il titolo “Vivo come un re” parla di uno stato mentale. Del momento in cui smetti di misurare il tuo valore attraverso gli occhi di qualcun altro e ricominci a vivere secondo le tue regole. Magari non hai una corona in testa, ma hai ritrovi te stesso. E in quel momento ti senti davvero come un re.
Nel rock si è sempre parlato molto di eccessi. Oggi mi sembra che la vera rivoluzione sia parlare di fragilità. Vi ritrovate in questa idea o vi sembra una cazzata da giornalista?
Arianna: Non lo so, guarda. Mi sembra un po' una paraculata questa cosa che la vera rivoluzione sia la fragilità. A volte ho l'impressione che sia un modo per giustificare il fatto che stiamo tutti impazzendo.
E allora qual è la vera rivoluzione?
Arianna: Secondo me oggi la vera rivoluzione è la spontaneità. Essere autentici. Essere se stessi, senza filtri e senza costruirsi un personaggio. Sembra una cosa semplice, ma è probabilmente la più difficile da fare. In un mondo dove tutti cercano di apparire qualcosa, la vera rivoluzione è avere il coraggio di essere quello che si è davvero.
Se doveste scegliere un'immagine che rappresenta "Vivo come un re", quale sarebbe? Una stanza vuota, una strada, una mattinata qualsiasi?
Antonio: Per me è una strada. Quelle strade lunghissime che sembrano non finire mai. Non sono mai stato in America, ma me le immagino così. In realtà la sensazione l'ho provata attraversando la Sicilia: una strada in mezzo al nulla, campagna da una parte e dall'altra, e la sensazione di poter andare ovunque.
Arianna: Anche in Sardegna ne abbiamo viste di strade così. Quelle che sembrano tagliare il paesaggio in due e ti fanno sentire piccolo ma libero allo stesso tempo.
Antonio: In Sardegna ancora di più. Ecco, quella è l'immagine che mi viene in mente. Una strada aperta davanti a te. Nessuno che ti dice dove andare, nessuno che ti aspetta da qualche parte. Solo la possibilità di scegliere
Quando avete scritto questa canzone vi sentivate davvero così o stavate cercando di convincervene?
Arianna: Credo che ci sentissimo davvero così. Alla fine c'è una specie di rivoluzione che avviene nel ritornello: a un certo punto lasci tutto alle spalle e dici "vaffanculo". Viaggi senza limiti, senza piano B. Questo sono io. Non è tanto una canzone sulla persona che perdi, ma su quello che diventi dopo averla persa.
Quindi state parlando più della persona che siete diventati che della persona che se n'è andata?
Antonio: Sì, esatto. Alla fine il centro del brano è quello. Chi si è diventati
Questa canzone avrebbe potuto nascere dieci anni fa o appartiene ai Circus Punk di oggi?
Antonio: No, appartiene decisamente ai Circus Punk di oggi. La fragilità di cui parla la canzone è una cosa reale. Arriva dall'esperienza, da quello che abbiamo vissuto e da come abbiamo imparato a guardare certe cose. Dieci anni fa probabilmente non avremmo avuto né le parole né la consapevolezza per raccontarla così.
Vi capita mai di ascoltare una vostra vecchia canzone e pensare: "Questi non siamo più noi"?
Arianna: Più che ascoltarle, perché in realtà le nostre canzoni non le ascolto quasi mai, mi succede quando devo suonarle. Magari prendo in mano un pezzo scritto tanti anni fa e mi sento un po' distaccato da quello che raccontava. Però penso sia normale.
In che senso?
Arianna: Quando scrivi una canzone fotografi un momento preciso della tua vita. Poi passano gli anni e, inevitabilmente, cambi. Resti sempre tu, ma cambiano le cose che cerchi, il modo in cui guardi il mondo, le priorità. A volte sembra quasi che quella canzone l'abbia scritta un'altra persona.
E questa distanza vi spaventa o vi piace?
Antonio: No, mi piace. È il bello della musica. Ti permette di vedere chi eri e chi sei diventato. Se dopo cinque anni ti riconosci identico in tutto quello che hai scritto, forse significa che non ti sei mosso di un centimetro.
Ora siete nel roster de La Tempesta. Negli anni è passata dall'essere un'etichetta a diventare quasi una comunità. È una sensazione che avete percepito anche voi?
Antonio: Ti dico la verità: La Tempesta, e quindi Enrico, li stiamo conoscendo adesso. Li conoscevamo per tutto quello che hanno costruito negli anni, per la musica che hanno pubblicato e per gli artisti che hanno accompagnato nel loro percorso. Però la realtà quotidiana di questa famiglia la stiamo scoprendo adesso.
Quindi è ancora presto per dirlo?
Antonio: Sì, stiamo entrando in punta di piedi. Questo è il primo singolo che esce con loro, siamo all'inizio del percorso. Mi piacerebbe risponderti tra un anno, quando avremo vissuto davvero questa esperienza.
Se doveste spiegare a un ventenne che oggi scopre La Tempesta perché è stata importante per la musica italiana, cosa gli direste?
Antonio: Noi abbiamo scelto La Tempesta prima di tutto per il tipo di artisti che ha sempre ospitato. Le band più forti della scena alternativa, in un modo o nell'altro, sono passate da lì. Da fuori ci ha sempre trasmesso una sensazione di libertà: libertà di scrittura, di espressione, di essere quello che sei senza dover inseguire per forza qualcosa.
Arianna: È stata un po' la culla della musica alternativa italiana. Dove c'era qualcosa di diverso, di non allineato, molto spesso c'era anche La Tempesta. È stata pioniera in questo senso.
Se doveste rubare una canzone dal catalogo de La Tempesta e inserirla nel repertorio dei Circus Punk, quale scegliereste?
Antonio: Io ruberei "Quando bevo" dei Sik tamburo. Senza pensarci due volte. La adoro. Proprio una di quelle canzoni che ascolti e pensi: "Ecco, questa vorrei averla scritta io".
Arianna: Io invece sceglierei "E tu" dei Bud Spencer Blues Explosion. Io vorrei essere lui.
Fare il vostro genere musicale oggi in Italia sembra quasi un atto di resistenza. Vi sentite una band controcorrente?
Antonio: Più che controcorrente, ci sentiamo testardi. Io e Ari stiamo portando avanti una battaglia: continuare a fare qualcosa di originale, senza copiare nessuno e senza inseguire quello che funziona in un determinato momento. Vorremmo che questo tipo di musica arrivasse a più persone, senza perdere la nostra identità. La sfida è proprio quella. Non chiudersi nella nicchia, ma nemmeno annacquare quello che sei per piacere a tutti. E poi c'è la scrittura di Ari. Ha un approccio da cantautrice, con un'attenzione particolare ai testi, che si mescola con un rock molto autentico. Stiamo cercando di portare questa cosa il più lontano possible come al Jova . È una lotta vera, anche se ci stiamo divertendo un sacco.
Quando vi hanno detto che avreste suonato al Jova Beach Party, qual è stata la vostra prima reazione?
Arianna: Ho vomitato. È stata una di quelle notizie che ti mandano completamente in tilt. La cosa assurda è che fino a cinque minuti prima stavo parlando di tutt'altro. Eravamo lì a organizzare una serata, a fare i conti su quante focacce comprare, quanto gin prendere, cose normalissime. A un certo punto arriva la chiamata e ci dicono che suoneremo al Jova Beach Party. Boom. Una roba completamente fuori scala rispetto a quello che stavamo facendo in quel momento.
E tu, Anto?
Antonio: La prima immagine che mi è venuta in mente sono state le foto di quando avevo dodici o tredici anni. Avevo il cappellino, le cartelle americane, ero una fan di Jovanotti. Poi negli anni l'ho seguito meno, ma quando è arrivata la notizia ho pensato: "Che cazzo". È stato come chiudere un cerchio. Il primo artista che ascoltavo da ragazzino e, anni dopo, mi ritrovo a condividere con lui un pezzo di strada. È una sensazione difficile da spiegare.
Come vi siete ritrovati nel cast del Jova Beach Party?
Arianna: È una storia abbastanza surreale. Eravamo a Pesaro, invitati da Valentino Rossi. Lui quella sera faceva il dj set, noi suonavamo prima.
E lì succede qualcosa?
Arianna: Sì, perché quella sera c'era anche il fonico di Jovanotti. Ci ha visti sul palco, ci ha ascoltati e gli siamo piaciuti.
Posto giusto, momento giusto, come si può dire. Sì, sentite, c'è una canzone che immaginate particolarmente bene con il mare davanti a migliaia di persone sulla spiaggia? Avete già iniziato a immaginare cosa porterete sul palco del Jova Beach Party?
Antonio: La verità è che siamo ancora nel mezzo del processo. Finora abbiamo portato in giro uno show che conosciamo bene, mentre adesso siamo nel momento in cui ci stiamo chiedendo come colpire duro.
Alfonico: No, non ancora. Ci stiamo lavorando. Anche perché non conosciamo ancora perfettamente tutte le tempistiche e questo cambia parecchio le cose. Però ci stiamo ragionando sopra.
Avete detto che suonavate prima dei djset di Valentino Rossi. Come nasce il vostro rapporto con lui?
Arianna: In modo molto più semplice di quanto si possa immaginare. C'era un nostro fan che poi è diventato un amico e che a un certo punto ha fatto ascoltare i Circus Punk a Valentino. A lui siamo piaciuti e ci ha fatto sapere che voleva conoscerci.
Avevate già una passione per il motociclismo?
Arianna: Assolutamente no. Almeno all'inizio. Di moto non sapevamo praticamente niente. È proprio questo il bello: il rapporto non è nato attorno alle corse o a qualche interesse particolare. È nato tra persone.
E oggi?
Antonio: Oggi è rimasta quella cosa lì. Un'amicizia che va avanti in modo naturale, senza secondi fini e senza interessi particolari. Ed è probabilmente il motivo per cui funziona ancora.
Qual è la cosa più punk che avete visto fare a Valentino Rossi? Sempre che si possa raccontare.
Antonio: La cosa più punk? L'ho visto mangiare salsicce con le mani e con i gomiti larghi.
Tutto qui?
Arianna: Sì, perché secondo me il punk non è fare cose assurde. È fregarsene.
Quest'estate cosa farete? A parte il Jova Beach Party, avete già in mente un tour?
Arianna: In realtà attorno alle date del Jova Beach Party abbiamo costruito una vera e propria tournée. Ad agosto saremo in giro soprattutto sulla costa adriatica, con una serie di date consecutive.
Quindi sarà un'estate on the road?
Antonio: Assolutamente sì. Tra il Jova Beach Party e le altre date che stiamo facendo, saremo praticamente sempre in giro. Abbiamo concerti già a fine giugno, diverse date a luglio e poi tutta la parte di agosto.
Tutta l'estate sarete in giro. Il prossimo disco quando arriva?
Antonio: Per il disco bisognerà aspettare ancora un po'. L'idea è di pubblicarlo nel 2027, probabilmente all'inizio dell'anno. In questo momento siamo nella fase delle pre-produzioni. Stiamo scrivendo, provando, sistemando le idee e cercando di capire che forma avrà il disco.