“Il tempo non è solo decadimento, ma sedimentazione”. Lo dice Max Gazzè, presentando una delle tracce presenti nel nuovo disco: L’ornamento delle cose secondarie. La traccia si chiama Facce da vecchi, ma nella musica di Max Gazzè di “vecchio” non c’è davvero niente, nonostante i trent’anni di carriera che l’artista si porta benissimo. Noi di MOW siamo stati alla presentazione del disco in anteprima, il 12 maggio a Milano.
Il preascolto del suo disco alla Triennale è stato più che un regalo. È stato un privilegio. Nulla di digitale, un disco realizzato interamente con accordatura a 432 hz, in cui Max Gazzè sperimenta timbrica e suoni che sembrano provenire da un’altra epoca. E parte dai testi: poesie scritte trent’anni fa dal fratello, Francesco Gazzè, e da lui.
Quelle poesie senza tempo che tiri fuori dal cassetto (e menomale!) e si conservano intatte. Nessun inglesismo, in nessuna delle venti tracce presenti nel disco. Ascoltandolo, ci si accorge subito che “le cose secondarie” indicate nel titolo sono, in realtà, le cose necessarie. Nel mondo, negli ultimi tempi, devono essersi invertite le priorità. Perché quando ascolti L’ornamento delle cose secondarie, ti sorge spontanea una domanda: “ma che fine aveva fatto la poesia?”. Ma soprattutto: “quanto, la musica, aveva bisogno del ritorno di Max Gazzè?”.
Ascoltare l’album è un’esperienza mistica, un’immersione in quella poesia senza tempo e in quella musica creata con tanta pazienza, senza velocità, senza digitale, con cura certosina. Immancabilmente si accende il pensiero di Franco Battiato, che tempo fa chiamò lo stesso Max Gazzè ad aprire i suoi concerti, come viene ricordato durante il preascolto del disco.
I brani non seguono strutture precise, non hanno ritornelli: si lasciano trasportare dalle parole scritte su carta. Le assonanze avrebbero “costretto” i versi in una direzione forzata. E quei versi ci riguardano tutti, basta solo mettersi in completo ascolto.
Per questo Max Gazzè ha scelto di seguire un tour insolito: un tour di “residenze artistiche”. Sì, perché il musicista si fermerà per tre giorni consecutivi in ogni città che attraverserà, per narrare il disco e restituire il lavoro fatto in studio. Anche per questo la location scelta è quella del teatro e dell'anfiteatro: è la scelta più coerente per questo album che richiede un ascolto attento che non sarebbe possibile nei palazzetti. Il teatro è un ambiente più controllabile. L’ascolto de L’ornamento delle cose secondarie non può essere da playlist veloce. Quando si parla di Max Gazzè nulla può essere consumato “come un pasto rapido”, come canta in Terra mare, in cui aggiunge: “Ma capiranno che il mondo non si vende se non lo difendiamo”. E, come si può intendere anche solo da questo verso, questo è un album di resistenza etica, questo è il concetto madre e forse il filo conduttore principale. E la scelta etica non sta solo nella scelta di accordare tutti gli strumenti a 432 hz, opponendosi agli standard dei 440 hz. Max Gazzè ricorda che la frequenza veniva già utilizzata da Mozart, Bach e Giuseppe Verdi.
Ogni nota va assaporata, ogni strumento comunica qualcosa e trova il modo di arrivare al cuore dell’ascoltatore. D’altronde si tratta della “frequenza del cuore”.
Difficile restituire a chi legge questo articolo cosa si prova ascoltando l’album dal vivo, in una struttura così efficace come la Triennale di Milano. In Rumore c’è “il contrasto tra spiritualità e frastuono moderno”, come spiega lo stesso Max Gazzè. E, infatti, all’interno della sala “voce” della Triennale di Milano, ci si sente immersi in quella spiritualità, lontani dal frastuono del mondo e dalle atrocità che si consumano intorno a noi. Max Gazzè ce le fa dimenticare con questo disco. E anche quando ci narra di ferite profonde - individuali e collettive - lo fa cullandoci con la sua vocalità delicata e gli strumenti che suonano quando devono suonare, come devono suonare, comprese quelle “imperfezioni” che vengono registrate in sala.
Vibrazioni e fruscii di strumenti chiudono gran parte delle canzoni. Il tutto registrato con dodici microfoni su nastri che “puzzavano di fritto”, come afferma Max Gazzè per evidenziare la relazione sensoriale con gli strumenti utilizzati.
Quando Max Gazzè racconta il disco sembra una lezione di musica: niente durante la realizzazione è stato lasciato al caso. E si sente, con tutti i cinque sensi. Le prime tracce dell’album sono quelle più sperimentali in un disco che già di per sé lo è. Max Gazzè ha scelto che strumenti far suonare e ha dedicato cura ad ognuno di loro. Se questo - soprattutto nel 2026 - non è un atto rivoluzionario, cosa lo è? In un mondo artistico mangiato dall’industria musicale. Questo concetto bruttissimo che cancella ogni impronta di arte, Max Gazzè ci ha ricordato che la musica richiede ancora cura e pazienza. Ora più che mai.
L’album sarà disponibile su tutte le piattaforme digitali da venerdì 15 maggio. Previsto anche un Instore nelle principali città italiane. Il tour, invece, partirà da Spoleto il 10 ottobre, per poi proseguire da Mestre, Palermo, Napoli, Milano e molte altre piazze, prima di chiudere con il gran finale di cinque date all'Auditorium Parco della Musica di Roma dal 26 al 30 dicembre.