Ora sì che iniziamo a ragionare. Questa seconda semifinale di Eurovision 2026 regala, finalmente, qualche gioia. Evidentemente durante la prima puntata si è voluto puntare sul trash per lanciare lo spettacolo. In questa seconda, invece, c’era sicuramente la musica, nonché la possibile canzone vincitrice della kermesse.
Si parte a razzo con la hit di questo festival. E a portarla sul palco di Vienna è la Bulgaria con Dara e la sua Bangaranga: un po’ Shakira agli esordi. C’è un po’ di Major Lazer in questo brano e anche per questo ci fa impazzire. Sound irresistibile e performance live che ci porta direttamente dentro un videoclip. Se non fosse che all’Eurovision negli ultimi tempi vengono premiati i piagnistei in musica, potremmo dire che Dara trionferà in finale, ma purtroppo non sarà così. Di certo il podio è molto probabile.
Ma chi si è occupato della scaletta, evidentemente ha scelto di rallentare lo show proprio mentre Dara lo aveva fatto partire in quarta. E, infatti, Jiva, rappresentante dell’Azerbaigian decide di ammorbarci con Just go. Viene giustamente eliminata tra uno sbadiglio e l’altro e se ne va direttamente dalla porta, proprio come il ballerino a fine performance.
Proprio nel momento in cui stavamo decidendo di prendere un caffè per restare svegli, arriva lei: la nostra vincitrice assoluta. Al centro delle polemiche di questo Eurovision per un brano che si intitola Choke me (ovvero “soffocami”). E a noi effettivamente la sua performance live ci ha tolto tutto il fiato. Alexandra Căpitănescu se non la metti troppo a fuoco, ti sembra un po’ l’Annalisa della Romania in versione decisamente più cattiva, tra l’altro anche la Căpitănescu ha conseguito la laurea in fisica: e se fosse la sua gemella cattiva? Con l’occhio ben definito dall’eyeliner nero intenso punta la telecamera e attraversa lo schermo del televisore. La sua energia quasi oscura una scenografia di per sé magnifica. La canzone ricorda un po’ lo stile Linkin Park e non mancano le note altissime che richiamano la lirica. Qualcuno la paragona perfino a Lady Gaga. Insomma: Alexandra Căpitănescu per noi è la vincitrice, signore e signori, non abbiamo alcun dubbio.
Canta, poi, uno dei Paesi eliminati: il Lussemburgo, che schiera Eva Marija con Mother nature, che non ha niente a che vedere con Ciao Darwin. La canzone è leggerissima, forse anche troppo: non lascia il segno, non cattura l’attenzione. Una canzone da mettere nelle storie Instagram quando vuoi postare la foto dell’alba.
E la Repubblica Cieca ha Daniel Žižka con Crossroads. Una vocalità interessante e singolare. Un bel brano, non c’è che dire, ma manca un po’ di “spinta” e le urla finali non bastano.
Si esibisce una delle Big Four già in finale. La Francia si gioca la minorenne Monroe con Regarde!, un’opera pop che la rende la protagonista assoluta di questa serata. Non abbiamo dubbi: la Francia quest’anno pretende la vittoria. Un talento anomalo: un’artista navigata dentro un corpo da diciassettenne. E sarà che in Italia non abbiamo niente che le somigli, ma Monroe è davvero incredibile. Non è difficile sentirsi dentro il Teatro dell’Opera di Vienna, anziché nel Wiener Stadthalle, quando si ascolta Regarde!. Che non è una canzone memorabile, ma è ben impreziosita da una produzione musicale e artistica che fa la differenza. Palpabile vincitrice.
Il look di Simòn, rappresentante dell’Armenia, ci ricorda un po’ quello dell’iconico Tommy Cash in Espresso macchiato. Ma Paloma Rumba, pur essendo in perfetto stile Eurovision, viene eliminata. Il brano fonde ritmo e tensione. Elettra lo definisce “un po’ too much”, ma ad Eurovision vince chi osa e, talvolta, anche chi strafà: Simòn lo ha fatto e ci piace. Peccato per l’eliminazione.
Arriva la Svizzera con “un piccolo giallo messo in musica”, come lo definisce la voce di Gabriele Corsi. Ma il vero giallo è capire come mai Veronica Fusaro sia arrivata all’Eurovision. Con la sua Alice convince poco sin dalla prima nota e non a caso viene eliminata. Unica nota di merito per l’occhialino da vista, davvero singolare: avete mai visto qualcuno cantare con gli occhiali da vista ultimamente? A parte Michele Zarrillo da Pio e Amedeo, intendiamo. Questo è l’unico motivo per cui ci ricorderemo della Fusaro, oltre che per il cognome che ricorda un po’ la vicina di casa dell’hinterland milanese su cui spettegolare, del tipo: “Ma hai visto con chi è uscita ieri la Fusaro?”. Vabbé, ci sembra chiaro che su di lei non abbiamo altro da dire.
Ma ecco che, finalmente, arriva la quota gitana di questo Eurovision. A farci togliere le scarpe ci pensa Cipro con frizzantissima Antigoni che performa su Jalla. Quanto ci mancava la canzone zingara? Ed eccola qui. Antigoni ci fa venire voglia di ordinare un kebab su Glovo istantaneamente. Tra le produzioni migliori in gara. Tutto così arabeggiante: dalla melodia alle decorazioni. Bellissimo.
Arriva Cosmò per l’Austria, il Paese ospitante. Stella sull’occhio e look da supereroe Marvel. Tanzschein, però, è una canzone che “non scivola”. Suona rigida, forse per via del tedesco che non è certo la lingua più musicale del mondo. Particolare sì, ma non memorabile. Il prossimo anno non torneremo a Vienna per l’Eurovision, questo è poco ma sicuro.
La Lettonia è un altro dei Paesi che non accederanno alla finale. Atvara canta Ēnā ha un’eleganza e una vocalità incredibile, per carità. Ma in una competizione come quella dell’Eurovision, presentarsi con un brano del genere significa schifare la vittoria. Atvara può cantare nei teatri migliori del mondo, sarebbe capace di incantare immense platee, ma all’eurofestival la sua performance si riduce a un esercizio vocale: bello, ma fuori contesto.
La Danimarca si gioca il festino bilaterale, per citare la stessa Elettra Lamborghini. Søren Torpegaard Lund canta Før vi går hjem e abbiamo dovuto fare copia e incolla del titolo del brano e del nome dell’artista, per non sbagliare. Scenografia e concept pazzeschi, che servivano forse a coprire una canzone decisamente tiepida: tolta la cassa dritta, rimane la monotonia di una melodia che non esplode mai abbastanza.
L’Australia è rappresentata da Delta Goodrem con Eclipse. Lo staging brilla: il pianoforte dorato che matcha con l’abito ci ricorda un po’ lo spot di Dior: ci si aspetta un bagno in un fiume dorato a un certo punto, come minimo. Ma oltre l’estetica c'è di più? Elettra la definisce giustamente un mix di Frozen e Celine Dion, con una canzone un po’ datata e noi concordiamo, anche stavolta.
Arriva il turno dell’Ucraina con Leléka che canta Ridnym: una melodia delicata ed emozionale che rimanda all’atmosfera da musical. Qui siamo di fronte a una maestra della voce, è chiaro: note alte sovrumane. Ma Ridnym la ascolteremo un’altra volta? La risposta è no.
Ed ecco che arriva il Regno Unito con il solito ego gigantesco: Look Mum No Computer è un’artista ma anche un youtuber e si vede: la performance è molto visiva e parla chiaramente di lui, giocando con ironia sul nome d’arte. Eins, Zwei, Drei è una canzone delirante, ma mica male. Un ottimo performer, nulla da dire.
L’Albania si gioca la carta "mamma" perché vuole puntare sulla lacrimuccia. Alis con Nân, però, ci fa anche bene agli occhi. L’estetica è maestosa e la scelta di mettere i sottotitoli durante la performance valorizza un testo molto interessante. Un po’ canto gregoriano, soprattutto per i cori. Carico di tensione e teatralità. A maggior ragione quando la mamma sale sul palco e partecipa alla performance. Un po’ come Sayf a Sanremo, ricorda Elettra. La parac*lata è la medesima.
Ma a proposito di ciò che fa bene agli occhi, arriva Aidan per rappresentare Malta. Canta Bella, ma il figo è lui. Vorremmo essere quel vento esagerato che, a un certo punto gli spettina il capello lungo. Ma, a parte il commento tendenzialmente sessista, Bella è bella? Un po’ floscia e ripetitiva, preferiamo chi la canta.
E la Norvegia? Si gioca la “schitarrata” rockettara con Jonas Lovv che presenta Ya Ya Ya. Il rock, negli ultimi anni, all’Eurovision non è stato premiato. Ma quest’anno in Jonas Lovv il genere musicale potrebbe trovare una rivalsa. Se non la vittoria, almeno un grande successo per questo artista che ha ancora il coraggio di gareggiare con un genere bistrattato dalla discografia.
Si conclude con lui la seconda semifinale di Eurovision: uno show rapido e frizzante al punto giusto, fatta eccezione per qualche lagna che ci saremmo volentieri evitati. La finale è prevista per sabato 16 maggio e noi siamo pronti a sfoderare il tricolore con addosso la maglia del Napoli per Sal Da Vinci, perché ci tocca. Anche se, ormai senza troppi misteri, chi scrive l’articolo sta già urlando: “strangolami” e non solo per il capolavoro cantato da Alexandra Căpitănescu, ma anche per colpa del tulle tricolore che ci toccherà vedere un’ultima volta. Stringiamoci, Italia, a breve sarà tutto finito.