Se il Filorosso di Rai 3 non si aggroviglia mai è anche per merito di chi lo guida. Parliamo di un programma televisivo che vale e ha due bei volti alla conduzione. E non parliamo solo di estetica, anche se non facciamo peccato a dire che Antonino Monteleone e Adele Grossi hanno pure una presenza gradevole. E se quella non fosse un merito, parliamo soprattutto di postura giornalistica e di un’accoppiata che funziona con i dovuti meriti per entrambi. Avete presente il detto: “Dietro un grande uomo c’è sempre un grande donna”? Scordatevelo. Perché Grossi e Monteleone non hanno bisogno di questa retorica distinzione tra generi: quando due sono bravi il merito è di entrambi in egual modo. E noi oggi vogliamo approfondire la figura di lei. E allora sì, quanto è brava Adele Grossi? Abbastanza da meritare un po’ più di luce. Non perché sia stata finora nell’ombra, ma perché è una di quelle giornaliste che hanno costruito molto senza sentire il bisogno di costruire prima di tutto un personaggio. Adesso che è arrivata in prima serata, forse è semplicemente il momento di guardarla per quello che è: una professionista che per anni ha fatto il mestiere senza fare troppo rumore e che oggi ha finalmente davanti a sé un posto in prima fila.
Adele Grossi non è arrivata a Filorosso perché serviva una faccia accanto ad Antonino Monteleone, ma perché ha alle spalle anni di inchieste e reportage a RaiNews24 e Report. In televisione, ogni tanto, sarebbe bello ricordarsi che prima del conduttore viene il giornalista. Adele Grossi è brava a ricoprire entrambi i ruoli. Detta così sembra quasi una cosa scontata, invece vale la pena fermarsi un secondo, perché oggi in televisione non è così scontato trovare qualcuno che sappia stare davanti a una telecamera senza aver dimenticato come si sta un passo avanti rispetto alla notizia e, al tempo stesso, dentro una storia. Come durante la puntata in cui si parlava di crisi migratoria e della vicenda di Ceuta in particolare: colpisce che Grossi, presentando il tema, ponga un accento particolare su come il reportage realizzato da Filorosso indaghi sulle storie dei mingranti. Non solo, dunque, una vicenda giornalistica raccontata dall'alto, ma un racconto che lascia fare ai particolari la differenza. Un giornalismo che passa dalla singola storia di una persona per arriva a comprendere un fenomeno, senza ridurre tutto a generalismo.
Volti come quello di Adele Grossi ricordano che il giornalismo televisivo può ancora avere una sua misura. E lei dalla mondanità sembra lontana. Un buon giornalista racconta e accompagna, senza prendersi la scena. È quello che sta a centrocampo a leggere il gioco, si fa trovare quando serve e non pretende che il pallone gli venga passato ogni volta. Grossi rappresenta proprio questo: la capacità di stare un passo indietro quando è necessario, senza per questo sparire. Questo vuol dire saper occupare uno spazio senza appropriarsene.
Da giugno 2026 Grossi conduce Filorosso su Rai 3 insieme ad Antonino Monteleone. La Rai presenta il programma come un racconto dell’attualità costruito attraverso interviste e reportage dal campo, con la presenza di ospiti in studio e inchieste. E Grossi non ci è arrivata per caso, perché prima di sedersi in studio ha passato anni a fare esattamente quello che dovrebbe fare un giornalista televisivo, cioè andare a cercare le storie, verificarle e poi trovare il proprio modo di raccontarle. Adele Grossi non è una conduttrice prestata al giornalismo, ma una giornalista che è arrivata alla conduzione. Sembra una differenza sottile, ma in realtà cambia parecchio. Non serve parlare male di Monteleone per dirlo, anzi. Monteleone ha il suo modo di fare televisione, Grossi ha il suo. E la coppia di Filorosso funziona proprio perché non è necessario trasformare uno nell’alter ego dell’altra. Grossi porta in studio una marcata neutralità e quella precisione necessaria nel lavoro giornalistico. Prima ancora che arrivassero le luci della prima serata, infatti, c’erano le telecamere delle tv locali. Una gavetta che vale la pena di chiamare tale. Grossi, originaria di Cosenza, si laurea con lode in Giurisprudenza alla Luiss e poi frequenta il Master in Giornalismo alla IULM di Milano. La sua carriera parte dalle emittenti locali del Lazio, dove conduce telegiornali e programmi di approfondimento. Nel 2012 arriva già un segnale interessante: il suo reportage Il Paese che odia i libri, dedicato alla crisi delle biblioteche nazionali, si classifica al secondo posto al Premio ANSA “Professione Reporter”. Non è il genere di curriculum che nasce da una precisa costruzione d’immagine, ma quello di una che ha imparato il mestiere partendo dalle storie. Poi arriva l'esperienza con Reportime, il progetto di Milena Gabanelli, e quindi La7, dove Grossi lavora per programmi come Tagadà e L’Aria che tira, realizzando servizi e videoinchieste.
Nel 2016 approda in Rai con Indovina chi viene a cena e collabora anche con Dataroom. Dal 2019 diventa inviata di Report, dove firma inchieste su temi ambientali e giudiziari, tra cui quella sulla Solvay e quella sul caso Moby Prince. E qui si definisce agli occhi dello spettatore ancora di più il profilo della giornalista. Prendiamo l'inchiesta di Report del 2019 sulla Solvay. Si chiamava Alla faccia del bicarbonato di sodio e raccontava l'inquinamento legato agli stabilimenti della multinazionale in Italia. Il servizio è attribuito a Grossi anche negli archivi Rai e la sua realizzazione è stata poi richiamata perfino in atti parlamentari. Non è importante soltanto l'argomento quando si racconta ma, forse soprattutto, lo è il metodo. Grossi non sembra avere bisogno di gonfiare una storia per farla sembrare importante. La storia deve essere importante perché lo è e questo richiede un forte spirito di osservazione che renda capaci di scegliere e scartare la notizia.
Il lavoro del giornalista consiste allora nel mettere insieme documenti, testimonianze, persone, luoghi e responsabilità, fino a quando il telespettatore riesce a capire quello che prima non capiva. Non a caso, parlando proprio di Filorosso, Grossi ha definito il lavoro del giornalista come quello di chi va a “ficcare il naso” nei fatti, li semplifica e li propone a una platea più ampia, senza per questo rinunciare all'approfondimento. Questa cosa si vede anche nel passaggio successivo della sua carriera. Dal 2023 Adele Grossi entra nella redazione di RaiNews24, dove lavora come conduttrice e autrice di approfondimenti. Dal settembre 2025 conduce Mattina 24, la fascia mattutina della rete all news, e nel frattempo continua a occuparsi di cronaca e attualità. È un passaggio che conta perché la conduzione di un canale all news è una palestra diversa dalla prima serata. Non puoi vivere soltanto della frase giusta o della presenza scenica, devi sapere cosa sta succedendo ed essere pronto a cambiare scaletta, ma anche capire rapidamente una notizia e soprattutto riuscire a spiegarla. È esattamente la direzione che Grossi sembra aver preso anche a Filorosso.
La nuova edizione del programma è partita il 15 giugno 2026 e Rai la descrive come un racconto dell'attualità fatto di inchieste, reportage, interviste e collegamenti dal territorio. Al fianco di Monteleone c'è quindi una giornalista che quelle cose le ha già fatte per anni, prima che qualcuno le chiedesse di condurle in studio. Per questo Adele Grossi merita un ritratto e non una semplice biografia. Perché nella televisione italiana siamo abituati a parlare tantissimo dei conduttori e molto meno dei giornalisti. Ci interessa la faccia, poi il programma, meno osservare la modalità con la quale ci si approccia alle notizie. Spesso dietro quella faccia c’è che ha passato dieci anni a fare reportage, come nel caso di Grossi. Dopo una sostanziosa gavetta si trova è in prima serata su Rai3.
Qui non serve il santino, ma riconoscere che Adele Grossi conosce il mestiere e lo fa come si dovrebbe, risulta doveroso. Anche per questo che può permettersi di stare accanto a Monteleone senza dover diventare “la Monteleone donna”, senza dover contrapporre artificialmente la sua personalità a quella di lui o peggio trasformare la conduzione in una gara a chi occupa più spazio. Spesso si parla poco di quanto sia complicato condurre una trasmissione, (specie se giornalistica) in due: si deve essere allineati e capaci di non sovrastarsi a vicenda, riuscire a creare una sintonia quantomeno lavorativa che consenta questo equilibrio.
La Rai parla di un programma che prova a legare politica, cronaca, economia e temi internazionali attraverso un racconto dinamico; Grossi ha spiegato proprio la necessità di costruire le puntate sui fatti, modificando le scalette fino all'ultimo momento. È una mentalità da cronista e in un'epoca in cui spesso la televisione sembra chiedere al giornalista di essere soprattutto un personaggio, non è poco. Anzi. Forse la cosa più bella di Adele Grossi è proprio questa: riuscire ad avere una voce riconoscibile senza per forza puntare ad essere una maschera. La Grossi ha fatto il percorso inverso. Prima ha costruito una professionalità, poi è arrivata la televisione più esposta. Ed è proprio il percorso che definisce più di ogni altro accessorio. Si vede quando deve introdurre una storia e dal modo in cui arriva un collegamento. Per Grossi la domanda non serve a creare il momento televisivo, ma a capire qualcosa. È lì che il giornalista si distingue dal presentatore. E le sue domande arrivano sempre al momento giusto, chiare e ben argomentate, senza ormeggi o superflue divagazioni. Ma per poter essere conduttori e giornalisti al tempo stesso, bisogna anche fare i conti con le tensioni che possono crearsi tra gli ospiti in studio. Anche lì Grossi dimostra di avere polso, cercando di passare oltre il conflitto ma senza censurarlo. Succede, per esempio, nell'ultima puntata - sempre dedicata a quanto accaduto a Ceuta - durante la quale il direttore de Il Tempo, Daniele Capezzone, si dice offeso per non aver ricevuto delle scuse. Monteleone mette da parte l'orgoglio personale per fare questo mestiere - come dichiara lui stesso - Grossi interviene con discrezione e decisione al tempo stesso e pronuncia un verbo necessario: ricentrarsi. Perché è la notizia che deve essere protagonista, non chi la commenta.
Adele Grossi è abbastanza da non avere bisogno di essere presentata come “la co conduttrice di Monteleone”. Quello è solo un ruolo, importante sì, ma la personalità giornalistica di Grossi non può limitarsi al ruolo. C’è un curriculum da giornalista d'inchiesta costruito sul campo, che oggi finalmente ha anche una prima serata tutta da giocarsi. E senza togliere nulla a Monteleone, Filorosso non ha soltanto due conduttori, ma due giornalisti con due storie diverse e altrettanto rispettabili che si ritrovano nello stesso studio. E quando un programma funziona, gran parte del merito va a chi conduce e se ne fa bandiera. E Grossi sì, merita di essere raccontata. Dopo anni passati a raccontare le storie degli altri è arrivato il momento che qualcuno si fermi a raccontare anche la sua.