Il cinema è finito. Me ne dà la prova il film Norimberga di James Vanderbilt, dietro cui scorrono storie segrete che nessuno si è dato la pena di scovare. Il regista, infatti, parlando di Douglas Kelley, non fa altro che parlare del suo prozio, Cornelius Vanderbilt jr., ed è un film sugli allarmi inascoltati, sulla superficialità del genere umano, sulla sua meschinità e sulla rincorsa narcisistica del Potere che ci fa chiudere gli occhi per convenienza personale, oggi, non nel secolo scorso, oggi, proprio nel momento in cui scriviamo, oggi, in cui film e romanzi non servono più a nulla.
Hitler's Reign of Terror, un documentario "cancellato"
Vi ricopio le note che accompagnano il film Hitler’s Reign of Terror, perché vale la pena leggerle per intero (sono prese dal Festival Il Cinema Ritrovato): “Nel 1933, Cornelius Vanderbilt Jr. girò l’Europa con due operatori per intervistare personalità come Stalin e Mussolini. Ovviamente non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di recarsi a Berlino e a Vienna per documentare gli strascichi delle elezioni che segnarono la nomina di Hitler a Cancelliere. Girando liberamente e senza autorizzazioni di sorta, filmò immagini che non venivano mostrate dai cinegiornali ufficiali dell’epoca. Una volta a casa, Cornelius montò questo materiale aggiungendovi spezzoni di cinegiornali, alcune scene (goffamente) rigirate e un commento (letto da una famosa ‘voce’ radiofonica della CBS) e nell’aprile del 1934 portò sugli schermi Hitler’s Reign of Terror. L’analisi di Vanderbilt è inflessibile e straordinariamente precisa: Hitler è un mostro e darà sicuramente inizio a una guerra. Per incredibile che possa sembrare, Cornelius è perfino capace (nel 1933!) di chiedere a Hitler: ‘E gli ebrei, Vostra Eccellenza?’. Inutile dire che l’Ambasciatore tedesco protestò, gli americani temettero ritorsioni economiche da parte dei nazisti e il film ben presto scomparve. Nel 1939 Vanderbilt lo rimontò in una sorta di ‘ve l’avevo detto’, ma ancora una volta il film fu ignorato al punto che non parve sopravvivere in alcuna sua parte. Di fatto, un’unica copia su supporto nitrato della versione del 1939 riuscì ad arrivare in Belgio (probabilmente alla ricerca di una distribuzione pochi mesi prima dell’occupazione nazista), non venne reclamata alla dogana e fu infine acquistata dalla Cinémathèque, che la conservò felicemente nelle sue fredde stanze, perfettamente intatta come la copia che si credeva conservata in qualche archivio statunitense. In tempi recenti la Cinémathèque ha contattato Thomas Doherty (lo storico del cinema autore del fondamentale Hollywood and Hitler) per ottenere maggiori informazioni sul film, sulle due versioni e sulla sua storia. Solo allora è apparsa evidente la rarità di questa copia e la necessità di preservarla. Grazie anche a Thomas Doherty e alla vedova di Cornelius, possiamo finalmente vedere un’opera che non solo contiene magnifiche immagini inedite di Vienna e Berlino all’inizio del 1933, ma svela come il mostruoso pericolo del nazismo e perfino dell’Olocausto fosse già sotto gli occhi di tutti, ma l’Europa e gli Stati Uniti decisero di ignorarlo”.
Douglas Kelly e la sua storia simile a quella di Cornelius Jr.
Il film di James Vanderbilt, pronipote di Cornelius, parla dello psichiatra Douglas Kelley, che, dopo essere stato chiamato al processo di Norimberga per occuparsi dei 22 gerarchi nazisti, scrisse un libro, Le 22 celle di Norimberga, per dire che il pericolo della sopraffazione dell’uomo ai danni del suo simile non era per nulla scongiurato. Fu preso per pazzo. Fu accusato di parlare male degli americani per pubblicizzare il suo libro. Alcolizzato, in preda a scatti d’ira, si suicidò con il cianuro. A Cornelius Jr. andò meglio: faceva sempre parte (come James, del resto) di una delle più importanti famiglie americane, ma dopo quel documentario profetico, importante e ignorato, la sua carriera cinematografica finì. Norimberga è un omaggio a quel documentario, alla figura di un prozio “cancellato” per avere detto la verità quando la meschinità dell’uomo ha la meglio sui pericoli che si vedono all’orizzonte (James Vanderbilt non risparmia neanche papa Pio XII, interpretato dal nostro bravissimo Giuseppe Cederna).
Perché in quest'epoca narcisista prona al Potere a nessuno conviene parlare della questione posta da Vanderbilt nel suo film
Dicevo che il cinema è morto. Già, perché Norimberga sarebbe dovuto essere uno di quei film sui quali discutere (non “dibattere”, cattiva abitudine). E invece nessuno ha saputo scoprire questa ascendenza cinematografica, questo ripetersi degli allarmi inascoltati (Cornelius Vanderbilt jr. e James Vanderbilt), presupposto del ripetersi delle tragedie della Storia. Ringrazio PISTO, il direttore di MOW, per avermi invitato a riflettere su questo film che non sta avendo il successo che merita o che almeno non sta avendo il riscontro di riflessione che un film del genere invita a fare. Una storia di narcisismi reciproci, di genuflessione al Potere, di Goering quasi “innamorato” di Hitler a tal punto da vedere i propri “colleghi” come concorrenti “amorosi” verso Hitler, che è un oggetto di assoluto “amore virile” (Goering, durante il processo, si comportò come un amante tradito eppur fedele, incolpando gli altri ma proclamando infine il suo amore per Hitler). Un film che porta a galla l’osceno amore per se stessi che arriva a riflettersi nell’altrettanto osceno amore per un altro, anche se un mostro, ma capace di darci una qualche forma di potere: non solo l’amore di Goering per Hitler, ma anche l’amore di Douglas Kelley per Goering (e quello di Goering per Douglas Kelley). Una grande storia di meschina ipocrisia, di gatti che giocano con i topi, di convenienze reciproche, che lascia dietro di sé quei milioni di morti che diventano solo un’appendice trascurabile – o un mezzo – di fronte all’affermazione delle varie individualità repellenti che ci passano di fronte agli occhi. Norimberga è un film che avrebbe meritato ben altra riflessione, una riflessione attuale, su Israele e Palestina, su antisemitismo e Hamas, su terrorismo e America, su un’Europa prona al potere economico. Ma non conviene. Non conviene perché siamo – come siamo sempre stati – in un’epoca meschina, narcisista, prona al potere, in cui mentire soprattutto a se stessi nella ricerca ossessiva di affermazione personale. Che non è la sana “ambizione”, ma la capacità di calpestare i propri simili per il proprio vantaggio. E stiamo parlando di oggi. Non del secolo scorso. Di oggi, in cui questo articolo è totalmente inutile e “inattuale”.