Alla sbarra a Norimberga ci sono Hermann Goering e altri 21 gerarchi nazisti, accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. A giudicarli saranno i vincitori: Urss, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il procuratore capo statunitense Robert Jackson durante la sua arringa di apertura del processo guarda gli imputati e poi la corte: in quell’aula, quel giorno, ci sono criminali tedeschi; domani, però, ci potrebbero essere compatrioti, militari dell’esercito della propria nazione, capi di stato del nostro mondo. Il processo di Norimberga è un’assunzione di responsabilità collettiva: l’intera comunità internazionale, dopo la sentenza, dovrà rendere conto delle proprie azioni secondo quanto stabilito. Un punto di non ritorno giuridico ed etico. L’arringa di Robert Jackson, dunque, è un monito per l’America stessa e gli alleati. James Vanderbilt ha ricordato quei fatti nel suo film Norimberga, uscito a dicembre, dimenticato in poche sale per far spazio a Buen Camino e ad Avatar. I protagonisti sono Russell Crowe nei panni di Hermann Goering e Rami Malek come Douglas Kelley, psichiatra americano incaricato di sorvegliare sulla salute mentale dei gerarchi per impedirne il suicidio. Il processo è cominciato il 20 novembre del 1945 e si è concluso il primo ottobre 1946. Sono passati 80 anni dall’arringa di Jackson. Lezione imparata, quindi?
Lo scheletro del diritto internazionale che si stava formando in quel processo e i principi che ne formarono il corpo vennero confermati nel 1946 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e resi universali dalla giurisprudenza, quindi oltre il caso tedesco, nel 1950. “Tutte le guerre locali diventano mondiali, alla fine: nessuna delle grandi nazioni può restarne fuori. Il passo finale”, conclude Jackson nel film di Vanderbilt, per mettere fine alla prepotenza “è rendere gli autori responsabili per legge. Siamo in grado di eliminare la tirannia interna e la violenza e l’aggressione da parte di chi detiene il potere contro i diritti del suo popolo, solo quando rendiamo tutti gli uomini responsabili per legge”. Tutti, per legge. Risuonano ancora più stonate, dopo aver visto Norimberga, le parole del ministro degli Esteri italiano quando dice che “il diritto internazionale conta fino a un certo punto”.
I doveri imposti riguardano tutte le nazioni, aveva detto il giudice americano Jackson: l’America non fa eccezione. Tra i crimini sanzionati ci sono anche la pianificazione e l'inizio di una guerra di aggressione; e anche la “partecipazione”, dunque il sostegno di qualsiasi tipo alle azioni di guerra, è da ritenersi criminale. Gli autori di un’aggressione e i complici devono essere puniti. Lo dice il diritto internazionale nato dopo Norimberga, voluto dalle nazioni vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il commissario Onu Guterres ormai esprime continuamente la preoccupazione per il mancato rispetto di quelle norme, il suo lamento è un pro forma inascoltato da chiunque. Lo vediamo anche oggi con il bombardamento di Caracas. Lo abbiamo visto altre volte negli ultimi tre anni, prima in Ucraina e poi a Gaza. Ma il diritto oltre che nei tribunali militari deve trovare legittimazione nelle posizioni politiche ufficiali: gli stati e gli individui ne sono i diretti responsabili.
Guardare Norimberga di Vanderbilt e guardare il mondo l’attimo dopo fa venire il dubbio su quale sia il vero presente. In aula sono proiettate le immagini dei campi di sterminio liberati. Il diritto internazionale nasce per evitare che quei crimini possano ripetersi. “Dopo Auschwitz non si può più dire nulla”, diceva un filosofo. Lo sforzo di continuare a parlare, invece, ha prodotto principi che oggi sono calpestati quotidianamente: fregarsene è un insulto alla memoria. Alla fine del film è Douglas Kelley a parlare: i nazisti erano persone e non bestie, la prossima volta che verranno non indosseranno divise mostruose. Processi, oggi, nessuno ha la forza di farli. I responsabili difficilmente verranno giudicati. Ma se un procuratore, come un contemporaneo Robert Jackson, fosse in un’aula ipotetica con gli imputati alla sbarra, conosciamo l’identità di coloro a cui rivolgerebbe lo sguardo per l’arringa.