Lo sapete cosa vuol dire prendere posizione? Ve lo spieghiamo noi di MOW raccontandovi la decisione presa dalla Slovenia, che ha deciso di non prendere parte alla copertura dell’Eurovision Song Contest di quest’anno, schierandosi contro la decisione dell’European Broadcasting Union di ammettere la partecipazione di Israele alla competizione. Una presa di posizione che si inserisce in un clima sempre più teso attorno all’evento: “Non trasmetteremo l’Eurovision. Al suo posto andrà in onda la rassegna cinematografica Voices of Palestine, una selezione di film di finzione e documentari palestinesi”. Con queste parole affidate all’Associated Press, Ksenija Horvat, direttrice di RTV Slovenija, ha ufficializzato una scelta che era già nell’aria da tempo.
Non è la sola. Anche Spagna, Irlanda, Paesi Bassi e Islanda hanno adottato forme di protesta diverse, tra rinunce alla partecipazione e scelte editoriali alternative. In particolare, la televisione pubblica spagnola RTVE e quella irlandese RTÉ hanno confermato il loro dissenso, con Dublino che ha definito “inaccettabile” la presenza israeliana alla luce della crisi umanitaria in corso a Gaza.
Altri Paesi, come Paesi Bassi e Islanda, hanno invece scelto di non rinunciare alla trasmissione dell’evento, ma senza inviare propri artisti in gara, mantenendo così una posizione intermedia. Il risultato è un Eurovision sempre più al centro delle tensioni politiche internazionali, che rischia di perdere quella patina di leggerezza e spettacolo che lo ha sempre contraddistinto. L’edizione di quest’anno, in programma dal 12 al 16 maggio a Vienna, si preannuncia infatti come una delle più controverse di sempre.
A rendere il quadro ancora più complesso è anche la mobilitazione del mondo artistico: nelle ultime settimane oltre mille professionisti, tra cui nomi come Massive Attack, Brian Eno e altri artisti internazionali, hanno firmato un appello che invita a boicottare l’evento, sia in termini di partecipazione che di visione. Questo è per eccellenza l’Eurovision che, prima ancora di iniziare, sembra già diviso tra palco e politica.
In questo scenario sempre più polarizzato, la scelta della Slovenia non passa inosservata. Anzi, diventa quasi un punto di osservazione.
Perché, al di là delle posizioni personali sull’Eurovision e sulle singole proteste, la decisione di RTV Slovenija introduce un elemento chiaro: l’idea che un broadcaster pubblico possa non limitarsi a “trasmettere”, ma anche a prendere posizione editoriale netta, rinunciando a un evento globale pur di sostituirlo con un contenuto ritenuto più coerente con il proprio messaggio. Che si possa essere d’accordo o no: la Slovenia ha le palle.
Non tanto per il boicottaggio in sé, quanto per il principio che lo sostiene: l’idea che la programmazione non sia neutra, ma possa - e forse debba - riflettere una sensibilità politica e culturale. Perché chi l’ha detto che la musica - e quindi la cultura - non ha niente a che vedere con la politica? E qui sorge spontanea una riflessione che appare perfino scontata: come mai per la Russia non è stato adottato lo stesso atteggiamento di tolleranza che molti Paesi da tempo stanno dimostrando a Israele? La Russia fu esclusa nel 2022 dalla competizione dopo l’invasione dell’Ucraina, in seguito alla decisione dell’European Broadcasting Union di sospenderne la partecipazione. Una scelta che ha segnato un punto di non ritorno: per la prima volta, l’Eurovision ha mostrato in modo esplicito quanto il suo palco potesse essere condizionato dalla geopolitica. Da quel momento in poi, l’idea che il contest fosse “solo musica” è diventata sempre più fragile. Ogni edizione successiva ha portato con sé tensioni, prese di posizione, richieste di esclusione o boicottaggio. Ma evidentemente a fasi alterne o, per meglio dire, due pesi e due misure. Ecco perché oggi la decisione di RTV Slovenija assume un significato più ampio. Non è soltanto il rifiuto di trasmettere un evento, ma l’ennesimo segnale di un meccanismo che si è ormai politicizzato in profondità, al punto da rendere difficile distinguere tra palco artistico e arena diplomatica.
La rimozione della Russia ha aperto una soglia. Le scelte di oggi - dalla Slovenia ad altri Paesi europei - sembrano muoversi dentro quella stessa soglia, dove ogni partecipazione e ogni assenza diventa automaticamente una dichiarazione.
L’Eurovision, da spettacolo condiviso, è diventato uno specchio delle fratture politiche europee.
Prendiamo esempio dalla Slovenia, allora, non nel senso di replicarne automaticamente la scelta, ma nel senso di interrogarsi su cosa significhi oggi il ruolo dei media pubblici. Se restare spettatori di eventi globali o diventare soggetti attivi, capaci di prendere posizione anche a costo di rinunciare a visibilità e intrattenimento. Perché la vera riflessione, alla fine, non riguarda solo l’Eurovision, ma quanto spazio siamo disposti a concedere alla coerenza editoriale, quando questa entra in conflitto con lo spettacolo.