C’è una scena, e una soltanto, che mi viene in mente quando penso a Principessa Mononoke. Non è quella della principessa che corre sui tetti del villaggio di Lady Eboshi, né quella di Ashitaka che ferma il cinghiale corrotto sacrificando il proprio braccio. È un momento più piccolo, quasi laterale, ma decisivo: “Eppure, non c'è uomo che non lotti per vivere fino all'ultimo”. La dice uno dei lebbrosi che Lady Eboshi protegge, e dentro quella frase c’è già tutto Miyazaki. Vivere è fatica, è conflitto, è ostinazione. Non è consolazione, ma non è nemmeno disperazione. È una tensione continua che torna identica anni dopo in Si alza il vento, quando il regista prende in prestito Paul Valéry e il suo verso “Le vent se lève, il faut tenter de vivre”, cioè “Si alza il vento, bisogna tentare di vivere”, trasformandolo in una dichiarazione di poetica. Anche visiva.
Principessa Mononoke è un film che non accarezza, ma espone: viscere, sangue, corpi mozzati ma anche esseri magici, notti stellate e un tempo prima del tempo. Uno Studio Ghibli in stato di grazia che non arretra mai: i corpi si spezzano davvero, il sangue c’è, la violenza pesa. Non per compiacimento, ma perché quella violenza è parte del mondo che racconta. È qui che il film diventa un nodo centrale nella carriera di Miyazaki, regista ma anche mangaka, uno che ha sempre costruito i suoi mondi prima sulla carta e poi sullo schermo. Riprende i temi di Nausicaä della Valle del vento, l’umanità come forza che contamina, la natura che reagisce, e li rende più opachi, meno conciliabili. Dentro ci sono anche le radici televisive, Conan il ragazzo del futuro con le sue rovine e la tecnologia fuori controllo, ma anche Heidi, dove il conflitto tra natura e società è più sottile ma già presente. Qui però non è più sfondo: è scontro aperto.
La foresta è viva, e quello che la abita non è mai neutro. Il dio cervo, presenza silenziosa e inquietante nella sua forma diurna, e la sua trasformazione notturna, enorme, quasi incomprensibile, che cammina sopra il mondo senza appartenergli davvero. Non sono creature da ammirare, sono forze con cui fare i conti. E lo stesso vale per i personaggi: Lady Eboshi distrugge la foresta ma salva i reietti, San, “principessa spettro” allevata da Moro, la dea lupa, combatte gli umani ma non può smettere di esserlo del tutto, Ashitaka osserva e prova a tenere insieme ciò che non si tiene.
È proprio tra Ashitaka e San che il film raggiunge uno dei suoi momenti più alti. San non conosce l’amore, conosce solo il linguaggio degli animali e la logica dello scontro. Quando solleva il pugnale per colpire, non è solo rabbia: è difesa, identità, sopravvivenza. Eppure Ashitaka, in quell’istante, vede altro. Non un nemico, ma una ragazza, fiera, sporca di sangue e terra, illuminata dalla luna. E se ne innamora, glielo dice. Subito dopo, San reagisce con una capriola improvvisa, quasi un backstab da videogioco: un gesto fulmineo che è insieme attacco e fuga, rifiuto e paura. Dentro quel movimento c’è tutto: la sua storia, il suo trauma, la sua incapacità di riconoscere ciò che prova. È una lezione di scrittura che passa attraverso il corpo, un punto in cui animazione e narrazione coincidono.
Non è un caso che Miyazaki tenesse così tanto a questo film. Dopo lo scempio fatto con Nausicaä negli anni ’80, lo Studio Ghibli decise di mettere le cose in chiaro: durante la distribuzione americana fu inviata a Harvey Weinstein una katana con un messaggio secco, “No cuts”. Niente tagli, nessun compromesso. Un gesto che dice tutto su quanto quest’opera fosse, ed è, intoccabile.
Rivederlo oggi in sala, in 4K, non è solo un’operazione nostalgia. È accorgersi che certe immagini non si sono mai spente, che quel mondo così antico continua a parlarci senza bisogno di aggiornarsi. E alla fine si torna sempre lì, a quella frase, a quell’idea ostinata che vivere significhi continuare a provarci, anche quando non cambia niente, anche quando si perde. Mal che vada, ci resterà un’altra storia da raccontare al chiaro di luna alla persona a cui vogliamo bene.