“Nessun percorso di analisi né di psicoterapia che meriti questo nome potrà mai eguagliare l’effetto benefico che, sulla vita di un essere umano, produce l’alzarsi dal letto forti della consapevolezza che il mondo non sta finendo”. Riporto, in apertura di questo momento di riflessione anarchica, la frase di una psicologa in gamba (sorella della sottoscritta scrivente). Accanto alle sue parole, tengo a mente Thomas Eliot, in particolare un verso tratto da “I Cori da La Rocca” (opera che Eliot scrisse nel 1934): "Mille vigili che dirigono il traffico / non sanno dirvi né perché venite né dove andate”. Trovo che questo verso descriva con immagini eloquenti quello che sta avvenendo dentro le nostre esistenze: mentre siamo afflitti da infinite attività organizzative perdiamo la bussola per andare avanti, qualunque cosa ci sia nell’”avanti” che ci aspetta.
Pare che non possediamo più una direzione, (questa è una costante segnalazione della filosofia contemporanea, da svariati decenni) una visione, una prospettiva, un’àncora - usiamo la parola che più ci aggrada - che ci consenta di procedere senza affanno, con proprietà di senso e ragione, non possediamo più qualcosa che ci permetta di guardare ai fatti, agli eventi, a tutte le declinazioni della realtà che ci riguarda, con uno straccio di fiducia. Siamo Perseo, nel fitto del labirinto, ma abbiamo perduto il filo, ed è scomparsa anche Arianna.
“Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?”, domanda ancora Eliot, sempre ne “I Cori”. Rileggo ciò che Anne Frank scriveva nel “Diario” durante la Seconda guerra mondiale, un adagio commosso, “ho uno scopo, un destino, una fede e un amore”, e mi accorgo di quanto il nostro correre anormale, e - quel che è peggio - del tutto irrazionale, (anche se non immotivato). Anne proclamava questo suo credo durante il momento più duro della sua esistenza, conscia del destino che si stava abbattendo su un intero popolo; di più, un intero continente. E non disperava. Oggi disperiamo tutti senza che vi siano “allarmi bomba”, ma con diversi nuovi allarmi confezionati dai vari bracci armati dei poteri. A sentir parlare un amico che ha vissuto quegli anni drammatici, gli anni di piombo, parrebbe di vivere immersi in una sorta di eterna Piazza Fontana, in una strategia della tensione che si è però estesa ben oltre i confini della nostra Italia. La situazione, a guardarci da fuori, è questa: ci stiamo uccidendo nella corsa, non sapendo più perché stiamo correndo, né per dove. Questo produce effetti mortali sulla psiche di tutti (in particolare dei più giovani, di coloro che sono meno “attrezzati” a reggere l’onda d’urto generata dal delirio collettivo), come è tristemente evidente, se solo consideriamo il fatto che a) il tavor è il farmaco più venduto al mondo b) il supporto dello psicologo/psicoterapeuta/psichiatra è complemento irrinunciabile della vita di praticamente tutti.
Credo che abbiamo bisogno, arrivati a questo punto (a questo punto della storia, della Storia grande, della nostra Storia Collettiva, ma anche di quella piccola, della storia minima, individuale di ognuno di noi abitante della cuspide occidentale, Europa-America, nell’anno 2026) che qualcuno, la mattina, appena svegli, ci dica con toni pacati, e magari anche con un sorriso: “il mondo non sta finendo. Vai a vivere”. Chi scrive non è impazzita, au contraire, è padrona dei suoi affetti per dirla alla maniera di Dante, e ritiene che non siamo sull’orlo dell’apocalisse. Detta meglio: forse lo siamo, dentro l’apocalisse, forse no; quale che sia l’ipotesi, l’apocalisse è abitabile, e può essere un nuovo modo di indicare il futuro.
Il presente e il futuro (così come il passato, ma ci arriviamo) non sono solo teatro dell’insensatezza, c’è molto intorno a noi che mira al “bene”, cioè al miglioramento, alla crescita, alla fioritura, alla riparazione (se vogliamo guardare a quello cui bisogna rimediare, accordandoci per un momento al senso di – vomitevole, detto en passant- vittimismo che imperversa dalle nostre parti) dei danni prodotti (in campo scientifico, educativo, filosofico, finanche politico), ma per comprenderlo e accorgercene occorre desintonizzarsi dalla corsa che facciamo sul tapis roulant su cui ci hanno piazzati (perché sì, ci hanno piazzati su un tapis roulant da cui non vogliono che scendiamo, con una precisa volontà, un disegno molto ben strutturato). Facciamo degli esempi concreti: pensiamo a quella rivoluzione in atto che si chiama “The Ocean Cleanup”, organizzazione no-profit fondata nel 2013 da Boyan Slat - inventore e imprenditore olandese - che ha la precisa missione di eliminare il 90% della plastica galleggiante negli oceani entro il 2040.
Non male, si direbbe, come esempio di maturata coscienza collettiva nei riguardi del problema climatico, convenite? Pensiamo alla miriade di volontari, e ai medici, agli operatori sanitari, agli ingegneri, a tutti i soggetti all’opera nei vari teatri di tragedia umanitaria in corso nel mondo (da Gaza all’Ucraina al Sudan) che ogni giorno salvano, rammendano, riparano vite, fondano scuole, rigenerano il tessuto umano di tantissimi territori. Pensiamo a quanti paesi si sono mobilitati immediatamente per soccorrere il Nepal dopo la strage che l’ha devastato, allo sforzo collettivo dell'Unione Europea, degli Stati Uniti e di numerose altre agenzie internazionali. Potremmo andare avanti per molto. Constatiamo tristemente una ulteriore evidenza, e cioè che le buone notizie non vendono, non generano indotto, e soprattutto non servono efficacemente il sistema della sorveglianza in atto. Ma esistono. Vi sono diverse buone cose, nel mondo, per cui essere fiduciosi: che si guardi alla scena del mondo grande così come al più piccolo sipario cui ogni giorno prendiamo parte, svolgendo la nostra vita, l’intera collettività intorno a noi è al lavoro, all’opera, nel suo minimo e commovente eroismo, e continua a far sì che le città si sveglino, prosperino, vadano avanti. Pur dentro al disastro. Insieme, al disastro. Lo possiamo vedere ogni giorno: basta saper guardare, soffermarsi per un momento su quale spirito animi il panettiere che ogni mattina continua ad alzare la saracinesca del forno per andare a preparare il pane (non bisogna dimenticare che è esattamente la piccola cosa portata avanti con pazienza a divenire la cosa grande – diffidare di chi si esalta solo al cospetto della grandezza).
Le strategie di comunicazione per mezzo delle quali veniamo inondati di informazioni catastrofiche sono sottili, ma in fin dei conti ripetitive: insieme al sentimento della vergogna venduto come oppio quotidiano (vergogna che dovrebbe derivare da un passato ignominioso di cui dobbiamo crederci, e pensarci tutto il tempo, responsabili), agisce sulle menti una strategia di soggiogamento che sta riducendoci in uno stato meno che umano (se con “umano” siamo ancora in grado di intendere quella forma di vita che mira a ben più che alla sola durata, ben più che alla sola sopravvivenza organica): la ripetizione diuturna dell’arrivo della catastrofe. Il paradosso insito in tutto questo è che coloro che, partendo dalla Silicon Valley in giù, vendono a carissimo prezzo (prezzo che si rovescia nella perdita della salute mentale di larga parte della popolazione occidentale) la narrazione apocalittica della realtà che degrada il nostro respiro sino a farlo divenire un singhiozzo conoscevano Wystan Hugh Auden, hanno avuto il tempo di studiarlo, forse, di studiarlo persino bene.
Auden è stato un poeta inglese che nel 1947 diede alle stampe un libro dal titolo profetico, “L’età dell’ansia”, poema in sei atti contenente gli ingredienti utili a spiegare l’isteria collettiva dentro cui siamo sprofondati. Nominiamo ogni cosa, di questi tempi, a partire da un certo tremore, un tremore dei sensi, dei nervi e delle ossa che non trova requie. L’intero sistema nel quale siamo immersi oggi vive (nel senso che si costituisce, perdura, prospera) grazie al mantenimento di un preciso progetto di “perenne stato di allerta” delle coscienze; o di quel che ne resta, delle coscienze, se non ritorniamo a ricordarci che le possediamo, che non sono un concetto astratto, ma un organo di nostra pertinenza che necessita di continua manutenzione. Non serve possedere particolari doti speculative per accorgersi che il Grande Occhio che dimora nei nostri schermi assume sempre di più una attitudine di carattere prescrittivo: ci dice cosa dobbiamo credere, (attraverso canali di informazione drogati e controllati) quali narrazioni dobbiamo prendere per vere, e soprattutto, attraverso il sopra detto stato di perenne allarme, cosa dobbiamo consumare e come dobbiamo comportarci. Esiste un solo comandamento dispensato dal Grande Occhio, un comandamento che è una endiadi: “consuma e accelera”. I profitti giganteschi di chi lucra su tale manipolazione delle menti sono sotto gli occhi di tutti: chi vuole farci credere che esistano solo morte, guerra, catastrofe incombente (sia essa climatica, nucleare o sanitaria) investe e guadagna un mucchio di soldi (molto probabilmente il valore dell’investimento moltiplicato per mille, o di più) affinché tutti continuiamo a crederci sull’orlo della fine, soldi che a questi signori servono per arredare il proprio presente e il proprio avvenire di svariate comodità, coltivando sogni di immortalità mentre il resto dell’umanità si deve continuare a credere spacciata. Altro paradosso. Possiamo immaginare una divisione di questo tipo: un mondo di sopra, quello dei tecnocrati (o tecno feudatari) oligarchi, che possiedono circa l’ottanta per cento delle ricchezze del mondo, e un mondo di sotto, composto dagli uomini comuni, e due diversi modi di sentire il tempo, di nominare il futuro, di crederlo possibile.
Non abbiamo ricette segrete per redimerci da tutto questo, abbiamo però la possibilità di fare delle scelte e di usare la forza della ragione per tornare a governare il nostro fiato, a orientare il nostro ragionamento, a “pulire” la nostra vista da tutto il ciarpame in più che la affligge. Studiare e – dunque poi - pensare in modo lucido, quanto più sia possibile, non possono essere un lusso per pochi (i tecnocrati e/o gli oligarchi), in questo scenario infodemico, dolosamente orchestrato dal potere.
Per studiare e pensare, (prerogative fondamentali del nostro spirito), occorre che spegniamo l’aggeggio infernale, il tapis roulant impazzito di qualche riga sopra, che riprendiamo il fiato, rallentiamo il passo, (nessuno ha mai fatto nulla di buono divorato dalla fretta più insensata), che ci impadroniamo di nuovo della nostra capacità di concentrazione e dunque del tempo, del tempo presente, del tempo a venire, ma anche e soprattutto del tempo trascorso, quello che è da custodire e ripensare.
Ripensare, custodire, ricordare sono attività che comunemente siamo stati abituati a designare con una parola: “memoria”. I fisici, sul tema della “compresenza” dei tempi in uno, in un solo “contenitore”, ci illuminano continuamente su questo. I poeti ci sanno dire ancora di più (scriveva Rimbaud “la scienza è troppo lenta per noi”): tutti i tempi sono qui, e per essere interi di nuovo occorre recuperare i nostri pezzi sbrindellati rimasti indietro nella corsa, e rimetterli in ordine, ridare ad essi dignità, scartare quel che di male è stato, tornare a fare la memoria (farlo prima che Anthropic si appropri di tutto il capitale libresco circolante in giro). Fare gli esseri umani.
Senza la memoria (cioè quello che si sedimenta dentro di noi, quello che ereditiamo, che inventiamo, che compone il bagaglio di esperienza che ci fornisce cittadinanza dentro uno spazio e un tempo precisi) non possederemmo più categorie, non avremmo una lingua, non avremmo una ontologia, non avremmo un bel nulla di nulla. Abbiamo bisogno vitale di continuare a fare la memoria, e chi imprime velocità al rullo su cui corriamo ogni giorno ha evidente interesse a che noi la perdiamo, la memoria, a che noi non abbiamo alcun modo (né tempo, né spazio) di farla, in modo tale da farci scordare chi siamo, cosa facciamo, e perché lo facciamo.
Non serve che spegniamo i telefoni, che disattiviamo i social, che non “editiamo” più le nostre vite, che non facciamo più niente di quel che gli anni duemila ci hanno insegnato a fare, ad avviso di chi scrive: serve che spegniamo l’infernale tapis roulant e torniamo a dare dignità a quel che di buono viene fatto, ogni giorno, da chi ci è più prossimo a chi è più lontano. In altre parole, dobbiamo tornare a dare dignità a questo momento, a questa nostra storia, questa nostra carne, questo nostro destino (strana parola, ce la ricordiamo?), questa nostra umanità (difettosa ma anche santa) che può ancora esprimere ed esprimerà dei mondi preziosi, delle visioni, delle cose preziose per cui provare se non felicità (forse la felicità non ci riguarderà mai, se intesa come sollevamento totale dall’avvertimento del dolore, a meno di essere scemi o completamente scollegati dalla realtà che ci contiene) quantomeno gioia, passione, orgoglio, grinta. Coraggio. Guardando alla nostra realtà locale, abbiamo molto bisogno di persone piene di coraggio, specialmente di giovani che sentano che di fronte a loro esiste una strada da percorrere e che quella strada porta il nome della loro singolare vocazione.
Come scongiurare la morte dell’avvenire se i cuori giovani che dovrebbero correre per abitare il futuro vengono fatti rassegnare da una vile, dolosa macchinazione di “spegnimento” ordita contro di loro? Nessuno di noi si augura di vedere sfiorire le promesse custodite nelle vite del domani ancor prima del tempo. Per questo occorre una presa di responsabilità a tutti i livelli: occorre che chi siede comodamente (un po’ troppo, e da troppo a lungo, nel nostro paese) nelle scuole, nei dipartimenti delle università, nelle aziende di ogni settore, e ancora più su, nei ministeri, nei palazzi di tutti i poteri, comprenda che c’è molto da fare, molto da cambiare, da mettere in movimento, e in fretta.
Non sappiamo quando sarà la fine, abbiamo dalla nostra calcoli continuamente smentiti, rettificati, revisionati dagli scienziati. Ma non è questa la domanda fondamentale che anima la ricerca dell’uomo da migliaia di anni (e dunque che è sostanzialmente inutile porsela, a meno di non voler essere completamente inattuali), bensì un’altra, affatto diversa, una domanda che contiene in sé tutte le altre e che suona più o meno così: “Cosa ci sto a fare al mondo? Cosa è il mondo? Come posso abitarlo?”
Per rispondere a tale infinito interrogativo la scienza “sarà sempre troppo lenta per noi”, per dirla con Rimbaud, ed è per questo che ci rivolgiamo anche a tutte le altre forme di conoscenza: le umane lettere, la filosofia, la teologia, la psicologia, la storia, la geografia. La danza. Queste altre scienze, che non procedono attraverso metodo dimostrativo, ma attraverso altri metodi, ci continuano ad indicare che l’apocalisse, qualora vi fossimo già tutti dentro, sarebbe comunque abitabile. Abbiamo un “ora”, cioè un presente, sicuramente, se siamo vivi e respiriamo in questo istante, di cui occuparci (e non pre-occuparci), da riempire di valore e significato, da costruire, dopo aver rigorosamente spento il tapis roulant impazzito. Valore e significato, d’altronde, sono due termini che racchiudono infiniti universi, tutti nostri, di cui dobbiamo continuare a prenderci cura, ancora e ancora.