Che cosa rende un personaggio dei fumetti qualcosa che travalica il medium e diventa una figura pop, iconica, immortale? Non esiste una ricetta, né studi scientifici in grado di spiegarlo. Eppure, Dylan Dog appartiene senza dubbio a questo club esclusivo. La creatura inventata da Tiziano Sclavi nel 1986 ha attraversato, più o meno indenne, quattro decenni in cui sono caduti muri, cambiati governi, mode e persino direttori editoriali. Eppure, qualcosa è rimasto sempre uguale “fra le pagine chiare e le pagine scure”, per citare il poeta: la filosofia che sottende le avventure dell’Indagatore dell’Incubo. È questa, almeno per chi scrive, la vera ragione della sua longevità.
Perché ancora prima del suo volto, (quello di Rupert Everett negli anni Ottanta) ancora prima delle Clarks scamosciate, della giacca nera, della camicia rossa portata rigorosamente fuori dai pantaloni, è il modo in cui Dylan guarda il mondo ad affascinare. Fa un mestiere improbabile, quello dell’indagatore dell’incubo, e arriva da un passato a Scotland Yard, ma è tutto fuorché un santone dell’occulto o uno di quei guru del paranormale tanto in voga negli anni Ottanta. Dylan è sorprendentemente concreto. Vuole guadagnare appena il necessario per mantenere la sua enorme e polverosa casa di Craven Road 7, litiga con Groucho, si lamenta della vita e, quando lo stress prende il sopravvento, si rifugia nel clarinetto.
Poi, certo, arrivano storie impossibili. Dimensioni che si intrecciano, mostri, paradossi temporali, vicende che a tratti ricordano alcune delle migliori run di Doctor Strange, fortunatamente senza mantelli e pizzetti. Ma anche nel pieno dell’assurdo Dylan mantiene sempre quell’understatement tipico di certi londinesi. In fondo sa che ben poche cose possono davvero sconvolgere chi vive in una grande città. Forse soltanto trovare chiuso il proprio pub di fiducia. È proprio questo continuo rimbalzare tra l’incubo e la quotidianità a renderlo unico. Da una parte le dimensioni impossibili dell’orrore, dall’altra il tempo lento della casa piena di “care cose ricordiose”, delle abitudini, dei piccoli rituali. È lì che Dylan continua a essere profondamente umano.
Va da sé che stagione editoriale ci ha consegnato, con alterne fortune, un Dylan leggermente diverso. C’è chi ne ha accentuato il lato horror, chi quello metanarrativo, chi quello più intimista. Ma, a ben vedere, sono sempre state variazioni sul tema più che autentiche rivoluzioni. Cambiano i curatori, cambiano le firme, Dylan resta, resta Dylan. E resta anche una costante troppo spesso data per scontata: quarant’anni di tavole che hanno mantenuto uno degli standard qualitativi più alti del fumetto popolare italiano.
Ma c’è un altro motivo per cui Dylan Dog continua a parlarci. Ed è molto meno horror di quanto si possa immaginare. L’amore. Perché è vero che soprattutto nei primi anni Novanta parlare di Dylan Dog significava anche pensare alla bellissima di turno destinata a condividere almeno qualche tavola con lui. Ma basta andare appena oltre questa vulgata per accorgersi che le sue relazioni seguono quasi sempre lo stesso schema.
Dylan incontra una donna. Di solito è lei a fare il primo passo. Lui inizialmente si schermisce, poi finisce puntualmente per innamorarsi. E quando ormai sembra tutto scritto, è lei ad andarsene. Per i motivi più disparati: perché è un demone millenario, un fantasma, un mostro, una vittima o semplicemente una persona destinata a sparire. Sotto il cinismo ostentato e l’ironia malinconica, Dylan Dog è un eterno ragazzo di quarant’anni, dal cuore di panna, che continua a credere nei colpi di fulmine, nell’amore assoluto e nelle ragazze misteriose. Anche quando finiscono per avere tremila anni e un discreto problema con l’umanità.
Infine c’è la sua vita. Una vita semplicissima. Sempre la stessa casa. Sempre Groucho. Sempre il clarinetto. Sempre lo stesso Maggiolone. Sempre gli stessi vestiti. In fondo Dylan è come quell’amico che, superati i venticinque anni, ha smesso di cambiare guardaroba, frequenta ancora gli stessi posti e guida ancora la stessa macchina. Anzi, forse quell’amico siamo proprio noi.
È anche per questo che continua a sembrarci contemporaneo. Non perché insegua il presente, ma perché resta ostinatamente fedele a sé stesso. Mentre il mondo cambia a una velocità folle, lui continua a vivere “a forza di essere vento”. E noi, dopo quarant’anni, continuiamo ad amare quei capelli spettinati, quella camicia rossa rigorosamente fuori dai pantaloni e quell’ostinazione quasi commovente nel credere che, nonostante tutto, valga ancora la pena innamorarsi.
E se questo non è essere iconico, non so cosa serva, giuda ballerino.