Sapete cos’è una strategia di comunicazione? Se non lo sapete, osservate il modo in cui comunica Liberato. Non si tratta solo di mascherare l’identità - da sempre scelta che garantisce una certa attenzione - ma di sapere quando tornare e quando tacere. Liberato ci ha garantito un appuntamento fisso con la sua musica. Una data dell’anno precisa. E che quel giorno esca o no nuova musica di Liberato, quella data porta la sua firma.
Nove maggio non è solo il titolo della sua hit migliore, ma è anche un simbolo culturale. Il 9 maggio si ascolta Nove maggio. È una tradizione, una ricorrenza simbolica che si è insinuata dal 14 febbraio del 2017, quando Liberato si è presentato al grande pubblico: dialetto napoletano, effetti di distorsione della voce, sound elettronico ed emozionale. Un’identità artistica ben chiara, senza bisogno di vederne il volto, mai rivelato dall’artista.
E questo 9 maggio 2026 non poteva che essere il suo, ancora. C’è un nuovo capitolo nell’universo di Liberato. A mezzanotte è arrivato sulle piattaforme Radio Liberato, il quarto album del progetto del cantante, pubblicato a due anni di distanza da Liberato III.
Per presentare il disco, Liberato ha organizzato un’azione a sorpresa negli studi di Rai Radio 2, a via Asiago, a Roma. Dopo un dj set improvvisato, l’artista ha issato sul tetto della sede la bandiera con la sua iconica rosa, simulando anche un “hackeraggio” dell’emittente attraverso la diffusione dei suoi brani.
Radio Liberato contiene quindici tracce e mescola inediti, reinterpretazioni e ospiti inattesi. Tra questi compaiono Calcutta, che presta la voce a Me staje appennenn’ amò, Mahmood in Intostreet e Iosonouncane in Gaiola. Nel disco trova spazio anche Napoli Queen, rilettura in chiave Liberato di Trap Queen.
Tra i featuring più curiosi ci sono anche Stefano De Martino, che apre e chiude l’album interpretando il conduttore della fittizia Radio Liberato, e Alberto Angela, presente nel brano Sibilla. Compaiono inoltre Maria Esposito, voce recitante in Alessandro Magno, Serena Rossi, Valerio Lundini e Stash.
Non i soliti featuing, insomma. Non il solito album. Ma un concentrato di idee che si sposa perfettamente con la comunicazione di Liberato. Le voci ospitate sono tutte campane o campane “d’adozione”. Tutti gli artisti coinvolti hanno un legame, più o meno diretto, con Napoli. La novità è che Liberato non abbia chiamato solo colleghi cantanti, ma anche personaggi dello spettacolo che contribuiscono a rendere il disco un altro simbolo del progetto del cantante partenopeo.
Il sound è ancora il suo, riconoscibile. La Intro è un ronzio fastidioso che crea la suspance sufficiente a spingere l’ascoltatore a godersi le tracce dell’album. Liberato è freschissimo e potrebbe condurre il disco da solo. Ma va riconosciuto il contributo prezioso di Calcutta e Mahmood, in particolare, che hanno impreziosito le hit migliori del cantante: Me staje appennenn’ amò si apre con un vocoder che trasporta l’ascoltatore in una dimensione a parte, che sa quasi di Daft Punk. Quando entra la voce di Calcutta, poi, è come se il pezzo si aprisse per ospitare il caos di emozioni che già di per sé la canzone originale suscita. La produzione è un trip incredibile e conferisce al brano un respiro internazionale a cui, nel mondo mainstream, non siamo più abituati. La canzone non esplode mai e forse è proprio questo il suo punto di forza. Inevitabile il desiderio di riascoltarla.
Intostreet con Mahmood è quel brano del disco che ti fa esclamare: Sì. Intostreet pretendeva la voce di Mahmood e di nessun altro. La canzone diventa un reggaeton che si lascia cullare dalla voce di Mahmood, che può cantare tutto, ma su Liberato si adagia perfettamente.
Liberato ha azzeccato tutto, ancora una volta. E nonostante il suo ritorno il 9 di maggio possa portare con sé il rischio di farlo apparire prevedibile, nella tradizione ha dimostrato comunque di saperci sorprendere. Alcuni fan lamentano la presenza di pochi inediti. La verità è che quando dietro un progetto c’è un’idea, puoi anche riproporre le stesse tracce in dischi diversi, perché è l’originalità che premia, non necessariamente la canzone nuova.
Intanto, anche questo 9 maggio, è stato presidiato dal cantante. E il vero colpo di genio e non aver inserito nella tracklist proprio la canzone. Perché spesso nel mondo della comunicazione musicale ciò che funziona di più è la sottrazione. Inserire una reinterpretazione di Nove maggio sarebbe stata una forzatura. Ma Liberato non è solito strafare, per fortuna.
E mentre i fan si chiedono se un approdo al Festival di Sanremo possa diventare realtà già nel 2027, Liberato prepara un altro traguardo importante: il prossimo 5 giugno salirà per la prima volta sul palco dello Stadio Diego Armando Maradona di Napoli. Seguendo il filo logico della sottrazione, forse Liberato non ha bisogno di Sanremo. Può collocarsi benissimo tra quegli artisti che sono riusciti a “farsi da soli”, senza passare dal tanto ambito palco dell’Ariston, da anni culla del mainstream. Anzi, forse vederlo lì, in mezzo a una rosa di concorrenti spesso discutibile, gli farebbe perdere un po’ di quella credibilità che negli anni ha saputo costruire bene.
Eppure, la presenza di Di Martino nel disco, ci fa sospettare che possa trattarsi di una reale possibilità. E mentre anche i Måneskin si stanno riunendo in vista del Festival, quella di Liberato all’Ariston potrebbe essere un altro pacco fortunato per il conduttore napoletano.
Nel frattempo, per quanto Sanremo faccia gola a tutti, bisogna dirlo: essere Liberato ha un suo prezzo. E forse il suo punto di forza maggiore finora è stato proprio non concedersi e a Sanremo, si sa, di non svelato rimane sempre poco: la sua assenza all’Ariston potrebbe fare più rumore della sua presenza.