Avevamo appena finito di scrivere che l’estate 2026 sarà un’estate senza tormentoni cult e lo confermiamo. Finora il vero tormentone estivo è quello di Samurai Jay. Ossessione si insinua nel cervello in maniera letteralmente ossessiva. E funziona, sì, a breve termine. Tra qualche anno non la assoceremo all’estate 2026. Perché una cosa è fare un tormentone, un’altra diventare parte della storia, cosa che oggi sembra molto difficile per gli artisti italiani.
Avevamo anche parlato di come le hit estive escano ormai tutto l’anno. Di come molti artisti musicali partecipino a questa corsa con anche più di un singolo estivo a testa lanciato a distanza di poche settimane. Tra questi c’è sicuramente Serena Brancale.
Dopo aver pubblicato Al mio paese, a fianco di Levante e Delia e attirando non poche critiche sulla narrazione semplicistica del Sud Italia, Brancale ci riprova con un altro feat che sembra promettere successo. Con la band italiana che di hit estive, da anni, ne ha fatto una sua cifra: i The Kolors. Cover art estiva, produzione di Mark & Kremont e sound che si presta ad essere passato da ogni DJ che si ritrovi a suonare in una tipica “Serata italiana” di luglio o agosto.
Se l’obiettivo di Partenope era questo, missione compiuta. Non ci soffermeremo sul commento della canzone, perché non c’è molto altro da dire. Sicuramente il classico sound dei The Kolors si sposa bene con la voce e l’energia di Serena Brancale.
Il punto però qui è un altro e svela molto su quello che è il sistema musicale italiano. Riguarda proprio Serena Brancale che è esplosa nel mondo mainstream da Baccalà in poi - sua hit estiva 2024 - ma che, in realtà, non è solo l’hitmaker della bella stagione. È molto altro, ma molto di più.
Parliamo di un’artista a 360 gradi. Cantautrice e polistrumentista, diplomata in canto jazz al Conservatorio Alfredo Casella dell'Aquila. Nel 2009 viene bocciata a X Factor da Simona Ventura e nel 2011 fonda il Serena Branquartet, con la quale si esibisce dal vivo con brani che vanno dal genere nu-soul al jazz. Da lì pubblica Serena Brancale live. Viene poi selezionata al Festival di Sanremo 2015 nella sezione “Nuove proposte” e all’Ariston presenta Galleggiare, ma senza avere accesso alla finale. Dopo il festival esce il suo primo disco omonimo.
Ma al di là della biografia, ciò che emerge dal percorso di Serena Brancale è un cambio di rotta deciso verso il mainstream più “spietato”. Se prima nella sua produzione era presente una forte identità artistica, lontana dalle mode commerciali e più vicina a una ricerca sonora raffinata. Con l’esplosione dei primi successi, la sua direzione sembra essere cambiata nettamente.
Galleggiare è un album che rappresenta la sua identità originaria, nonché la sua inclinazione verso sonorità moderne ma radicate nel jazz. Nel corso degli anni, Serena Brancale ha continuato a evolvere il suo linguaggio musicale, sperimentando con beat elettronici e groove funk, senza trascurare influenze mediterranee. Una delle sue caratteristiche più riconoscibili, infatti, è l’uso del dialetto barese in alcune produzioni, una scelta che rafforza il legame con le sue origini e aggiunge identità culturale al suo lavoro artistico. Questo aspetto la rende una figura particolare nel panorama italiano, capace di fondere localismo e contemporaneità. Fino alla hit Baccalà, appunto, che parte virale sui social e riesce a prendersi il suo spazio anche nelle programmazioni radiofoniche.
Sui social, in particolare, il brano aveva scatenato il dissing di Miss Fritty, rapper di spicco della scena urban. La rapper aveva accusato Serena Brancale di essersi indebitamente appropriata del dialetto barese e di essere passata "da fare il jazz a questa schifezza" (per tradurre un verso del brano Gelatine di Miss Fritty, interamente in dialetto barese). Ma anche di essere eccessivamente rifatta. Una sintesi brutale del cambio di rotta che Serena Brancale aveva già scelto di intraprendere. E da lì effettivamente si apre una riflessione.
Perché dopo il successo di Baccalà, Serena Brancale si presenta al Festival di Sanremo 2025 scegliendo di cavalcare l’onda di quel successo. Anema e Core diventa una delle hit dell’anno, grazie alla sua forte componente commerciale. Anche l’estetica di Serena Brancale cambia: capello corto ossigenato tirato indietro con il gel e abiti di pelle succinti. L’immagine è quella di una pop star che vuole rimanere anche dopo il Festival di Sanremo. E, in effetti, il successo di Anema e core è tanto da portarla in tour mondiale: Londra, Madrid, Barcellona, ma anche New York, Pechino, Seoul e Shanghai.
Il featuring Serenata con Alessandra Amoroso le permette di rimanere un’artista di punta dell’estate 2025, fino ad arrivare al Festival di Sanremo di quest’anno, in cui si classifica nona con Qui con me, brano dedicato alla madre scomparsa. Anche stavolta Serena Brancale cambia look e sembra tornare a uno stile iper classico, in perfetta linea con la narrazione del brano.
Se, per esempio, paragoniamo Al mio paese a Paprika (brano del 2019), c’è un abisso: Serena Brancale in Paprika segue una narrazione testuale e strumentale ben precisa, disegnando dimensioni sonore sperimentali assenti nell’attuale musica mainstream e assenti persino nel suo attuale repertorio. In confronto, Al mio paese, sembra un brano scritto con IA. Anche Paprika è un brano leggero, ma il confronto è il perfetto esempio della differenza tra leggerezza e superficialità.
Lo stesso vale per Partenope, nel quale si ha l’impressione che Serena Brancale venga “ospitata” nel sound dei The Kolors. E che un’artista del calibro di Serena Brancale si accontenti di fare l’ospite, ci sembra quantomeno paradossale.
Con Al mio paese e Partenope Serena Brancale si conferma ancora al centro della musica iper commerciale. E non ci sarebbe niente di male se non fosse per il fatto che, nel suo caso, abbiamo assistito a un evidente calo degli standard in termini musicali.
Ma questa è una colpa di Serena Brancale? In parte. Perché se un’artista del suo talento e con le sue capacità, decide di chinare il capo alle regole del mainstream, è anche perché nella discografia italiana se non scegli questa strada, sei tagliato fuori.
Ed è così che, negli ultimi due anni, assistiamo a una Serena Brancale che oscilla dalla hit estiva alla classica canzone melodica sanremese (come nel caso di Qui con me). Il che non significa che dietro non ci sia un lavoro accurato, ma che quel lavoro sia più proiettato a salire in classifica, che alla creazione di un prodotto culturale originale, come Serena Brancale saprebbe fare molto bene. Come ha dimostrato di fare già anni addietro.
Il problema è che in Italia per avere successo serve essere “provinciali”, altrimenti si è destinati a rimanere artisti di nicchia. Sta all’artista scegliere da che parte stare. Ma per chiunque voglia vivere di musica, la tentazione del compromesso è quasi irresistibile.
E allora Serena Brancale mette da parte ciò che non serve al mercato e incide un album come Sacro, che profana la possibilità di una carriera originale, sacrificata per diventare un tormentone facile. Avrebbe potuto approfittare dei primi successi per fare quello che voleva, invece pare abbia scelto di fare ciò che vogliono gli altri. Ma forse la musica italiana non è ancora pronta a premiare un talento unico e originale come Serena Brancale. Per questo, se anche lei ha deciso di allungare la lista delle hitmaker italiane immerse nello showbiz, forse non possiamo neanche biasimarla. Non è vero che in Italia non ci sono più talenti validi, è che il contesto li spinge a ridimensionarsi.