Vi sarete sicuramente accorti che oggi per essere considerati veri rapper bisogna essere passati almeno una volta dal gabbio. È una sorta di boost necessario per la carriera. Il reato puzza di scorrettezza per antonomasia e la scorrettezza nel mondo urban è sinonimo di credibilità assoluta. Sarà per questo che, da qualche anno, ai (t)rapper che passano un po’ di tempo al fresco ci abbiamo fatto l’abitudine. Come se fosse normale spacciare, maltrattare o sparare alle gambe di qualcuno. Shiva ha fatto la terza e non solo.
Il 26 ottobre del 23 Andrea Arrigoni era stato condannato in prima grado a sei anni, sei mesi e venti giorni di reclusione per tentato omicidio, porto abusivo di arma da fuoco ed esplosioni pericolose a seguito di una sparatoria avvenuta l’11 luglio dello stesso anno. Mentre si trovava nella sua casa discografica Milano - Ovest, era stato aggredito da due ragazzi facenti parti di un gruppo collegato al trapper Rondo Da Sosa: uno scontro tra titani, insomma. Dopo averlo aggredito, i due ragazzi erano scappati, ma le telecamere esterne dello studio avevano ripreso uno Shiva in preda all’istinto della vendetta che, munito di pistola calibro 9, puntava alle gambe degli avversari. Ma lo spettacolo più raccapricciante di quella sera, in via Cusago a Settimo Milanese, non erano stati di certo gli spari, bensì la mutanda di Shiva in bella vista, coi calzoni all’altezza delle ginocchia: tutto maledettamente trap. E tutto bellissimo, se non stessimo parlando di un reato vero.
Shiva ci piazza l’album, Milano Los Angeles, nel 2024. Un disco fortemente influenzato dall’esperienza di detenzione e con un bel flex su quanto sia da maledetti farsi arrestare. Ovviamente nell’album c’è molta sofferenza, quella vera che vende tanto. Poi esce l’album con l’amico Sfera Ebbasta e di recente pubblica il disco Vangelo, in cui, indovinate di cosa si parla? Della detenzione narrata come fosse la storia di Cristo.
In questi anni, non a caso, ci siamo dovuti sorbire lo shooting in tribunale dove Shiva appariva fresco e in perfetta forma e poi le foto con la barba lunga da carcerato trasandato: si sa, nel mondo della narrazione trap tutto fa brodo. Nel frattempo Arrigoni diventava padre: una vicenda giudiziaria degna delle migliori produzioni cinematografiche. Da quell’episodio pare che Shiva abbia fatto un salto di qualità, se non a livello artistico, a livello di immagine. La credibilità gli è costata cara, ma ne è valsa la pena perché è riuscito a sfruttarla. Per questo ieri sera il suo nome era tra quelli degli ospiti di Belve.
Francesca Fagnani lo ha invitato e non di certo per parlare del suo talento musicale. Tant’è che la conduttrice svela di avergli proposto di partecipare a Belve Crime, ma il trapper ha preferito la versione classica del programma.
Si presenta subito come “uno che perde la testa facilmente”, ma con l’occhialino da intellettuale e il tono di voce misurato, perché lui fondamentalmente è un buono che ha fatto delle cose cattive, è una persona “molto etica”. Motivo per cui ha disertato l’invito a Belve Crime per venire a Belve: “Perché prima delle cose crime successe nella mia vita, mi sento un artista”. Ah ecco, menomale che l’ha specificato perché in effetti ce n’eravamo dimenticati. “Il principe di Milano” in pochi minuti ne spara parecchie (di scemenze, per fortuna). Compreso affermare che i Club Dogo e Sfera Ebbasta per lui siano allo stesso livello e che lui si ritiene tra i primi tre top rapper dopo Sfera e Geolier, seguito da Kid Yugi. Insomma, un delirio in piena regola per gli amanti del rap.
Ma Andrea delira con ponderazione, perché sullo sgabello di Belve appare un po’ democristiano, come gli fa notare giustamente Fagnani. Si ritiene un “c*glione”, ma fondamentalmente perché ha puntato 10.000 euro sul passaggio dell’Italia ai mondiali, non per altro. In generale, i versi ad effetto presenti nelle sue canzoni non trovano corrispondenza nelle risposte deboli date alla Fagnani: non che i suoi versi siano chissà che concetti pregni di profondità, ma le frasi fatte con le quali risponde nell’intervista sono anche peggio. L’intervista è piena di cliché e retorica trap: il padre assente, la scuola abbandonata dopo numerose bocciature, gli amici invidiosi del successo e la vera rivelazione: “Fa parte di un grande uomo avere grandi difficoltà”. Il carcere, aggiunge, è stato una difficoltà. Anche qui, siamo sbalorditi.
Ma attenzione, sui testi violenti, sessisti e brutali Shiva ci stupisce con la trasgressione: a differenza dei suoi colleghi, non ammette che quel tipo di linguaggio faccia parte dello show, al contrario, afferma che quella è vita vera. Salvo poi pentirsene quando Fagnani gli legge una parte di un suo testo dove si parla di violenza sessuale: “No, qui era show, è una rima invecchiata male perché ancora non c’erano i movimenti che ci sono ora”, dice il temerario trapper. Fagnani, giustamente, gli fa notare che il periodo storico c’entri poco e che nel brano si parla chiaramente di un abuso di gruppo, ma Shiva se ne esce dicendo che è stato fortunato perché nessuna gli ha mai detto di no tanto da dover ricorrere a un abuso, per sintetizzare la risposta. Menomale. Ogni tanto le fortune degli altri ci recano sollievo.
Andrea non riesce neanche a motivare il perché di un determinato linguaggio, anzi, si giustifica dicendo che si tratta di una rima abbastanza isolata perché lui ha scritto un sacco di canzoni sull’amore e sui suoi figli. Albano in confronto è un gangsta, di certo molto più street del trapper, che in fin dei conti, anche se lo nega a parole, nella sua musica fa solo show e gli riesce pure male.
L’intervista si fa crime quando Fagnani gli fa presente che la pistola con la quale aveva sparato agli aggressori non era mai stata trovata e che in dei cespugli era, invece, stato ritrovato un silenziatore. Shiva non sa motivare e capiamo subito perché abbia preferito venire a Belve anziché a Belve Crime: il trapper non fa che schiarirsi la voce e abortire risposte confuse che potrebbero aggravare la sua posizione, perfino a processo dichiarato concluso. Francesca Fagnani gli fa notare che non si potesse trattare di legittima difesa, dati come sono andati i fatti, ma Shiva non sembra convinto, anzi incalza: “In altri Paesi non mi avrebbero nemmeno processato” e sostiene che gli abbiano sparato per pura invidia.
Ma Shiva in carcere ha capito un sacco di cose: “Non vince il più coraggioso. Bisogna essere furbi e non mettersi mai contro la polizia”. In effetti, tutto molto “etico”, per tornare alla sua presentazione iniziale. Ci permettiamo di dubitare del fatto che il significato della parola “comprensione” in Shiva non sia perfettamente centrato.
Si parla, poi, del movimento che si era creato a favore della scarcerazione del trapper, sotto lo slogan “Free Shiva”. Fagnani evidenzia come l’unico rapper a contestare lo slogan sia stato Fedez ed è lì che si verifica il momento più interessante della puntata: “Fedez in quella puntata di Muschio Selvaggio mi aveva incasinato. Aveva letto delle mie rime ritenute misogine. Il mio gip era donna e lui mi ha messo in condizioni difficili. Fedez si è esposto su di me nel momento più critico della mia carriera”. E Fagnani: “Ma non è colpa di Fedez che le ha lette, se mai è colpa sua che le ha scritte”, ma Shiva trova sempre il modo di deresponsabilizzarsi. È chiaro che in carcere abbia imparato un sacco di cose, soprattutto l’autocritica e la consapevolezza.
L’intervista si fa difficile, quindi Shiva si gioca la carta dei figli: “Mi commuovo sempre quando li guardo”. Perlomeno non pretende di appaire trasgressivo, se mai a tratti. Tant’è che ammette di non aver mai provato droghe pesanti, solo la codeina della lean con cui ora ha smesso.
“L’aura da maledetto” si dissolve definitivamente (qualora ci fosse mai stata) quando ammette che il suo quiz preferito è L’eredità. Shiva è andato dalla Fagnani con uno scopo poco chiaro. Dà un colpo alla botte e uno al cerchio: un po’ gangsta e un (bel) po’ no. Non è irriverente, appare se mai un tenerone che non vuole neanche nasconderlo più di tanto. Nel suo personaggio convivono due narrazioni parallele che restituiscono l’immagine di una personalità confusa. A occhio e croce ci viene da pensare che quest’intervista andava disertata, almeno così qualcuno avrebbe potuto illudersi che Shiva è un bad boy senza macchia e senza paura. Sarà difficile flexare i suoi album mentre lo si immagina guardare L’eredità. Forse gli servirebbe un altro reato, che infatti arriva puntuale. È di poche ore fa la notizia secondo cui Shiva sarebbe stato condannato a tre anni e sei mesi per una rissa del 2023 a San Benedetto del Tronto: rissa, porto abusivo di un'arma da taglio, lesioni aggravate e furto aggravato. Uno dei ragazzi coinvolti sarebbe stato ferito alla schiena dal trapper, che evidentemente non perde il vizio di aggredire alle spalle. Ma, anche in questo caso, Shiva ritiene di aver reagito a delle provocazioni. Il reato è servito, ora si può fare un altro disco. Dalla tv, però - data la figura fatta a Belve - è meglio stare lontani.