Come fare a spiegare il portato storico, culturale, ma anche sociale e politico, di un manga come Ashita no Joe, in Italia conosciuto come Rocky Joe? Forse è il caso di partire dalla “fredda” cronaca, ovvero quella che ci impone di parlare della scomparsa del suo disegnatore, il meraviglioso Tetsuya Chiba, che ci lascia a 87 anni dopo averci regalato alcune tra le tavole più importanti della storia del fumetto e non solo. Già, perché la storia scritta da Asao Takamori, pseudonimo dello sceneggiatore Ikki Kajiwara, è una di quelle storie che entrano di diritto nell'olimpo della nona arte. Uscito sul finire degli anni Sessanta, Ashita no Joe ebbe subito un grande, anzi grandissimo successo in Giappone, conquistando anche quelle frange di studenti, liceali e universitari, più politicizzate e, in un certo senso, radicalizzate.
La storia di riscatto sociale, attraverso lo sport, di un “miserabile”, per dirla alla Victor Hugo, come Joe, una persona reietta, che viene proprio dai bassifondi della società e che arriva a toccare con mano la fama e il successo, per poi buttare tutto alle ortiche un po' per via del suo iconico caratteraccio e anche per una condotta morale, intima ed esistenziale, a cui non può concedere alcuna deroga, ha acceso gli animi di quegli studenti che, negli autunni caldi del Giappone di fine anni Sessanta, manifestavano, giustappunto “da Sinistra”, denunciando il militarismo, le contraddizioni di un capitalismo sempre più aggressivo e anche una sudditanza politica, economica ma, soprattutto, “esistenziale” nei confronti dei “padroni” rappresentati dagli Stati Uniti. Un Paese, quest'ultimo, la cui presenza militare e la cui influenza politica sul Giappone del dopoguerra erano al centro di molte di quelle contestazioni, anche alla luce della guerra in Vietnam.
In quegli anni così tumultuosi, più precisamente tra il 1968 (guarda caso) e il 1973 (l'anno, tra le altre cose, del golpe di Pinochet in Cile), sulle colonne di Weekly Shōnen Magazine è andata in scena la parabola di questo super proletario, un ragazzo “di borgata” che non ha mai voluto togliersi di dosso la patina di emarginato dalla società. Sin dalle prime vignette, infatti, vediamo Joe vestito di stracci, una persona cenciosa, che si arrabatta nella vita vivendo ai margini della società. E come spesso accade a questi reietti, anche se di giovane età, Joe finisce ben presto in riformatorio. Ed è proprio qui che fa la conoscenza di Rikishi, che inizialmente viene tratteggiato come il classico “rivale dell'eroe”, ovvero l'antagonista che è tanto più forte e pericoloso quanto più deve far risaltare, giustappunto, il protagonista. Joe è uno che picchia duro e forte, anche Rikishi: ovvio che diventino rivali, quasi scontato salgano su di un ring per fare la boxe.
Peccato che qui i due autori del manga compiano uno dei loro grandi capolavori: prendono questo personaggio, apparentemente il più classico dei bulli, e lo fanno diventare una persona, un martire che per lo sport sacrifica tutto pur di lottare, ad armi pari, con il suo rivale/avversario Joe. Le tavole in cui Rikishi, più possente fisicamente di Joe, decide di dimagrire in modo feroce per potersi battere sul ring con lui sono strazianti e meravigliose. Ed è qui che l'arte di Chiba prende sempre più spazio, sino ad esplodere nelle tavole in cui si susseguono i vari avversari di Joe. Corpi martoriati, volti deformati dalla fatica, muscoli tesi sino allo spasimo, sguardi che raccontano più di mille parole. La boxe diventa qualcosa che va ben oltre lo sport, diventa una questione di vita, di morte e, soprattutto, di dignità.
Un fumetto sul pugilato, certo, ma anche e soprattutto sulla vita. Un manga maturo che attinge a piene mani anche dalla tradizione del gekiga, quella corrente alternativa e, per certi versi, sotterranea della nona arte giapponese che aveva messo in discussione le convenzioni del manga più tradizionale, anche quello del “dio del manga” Osamu Tezuka, colui il quale aveva reso popolari quei personaggi con gli occhioni grandi, “imitando la Disney”, e i volti perfetti e tondi. Anche se, va detto, lo stesso Tezuka avrebbe poi esplorato territori ben più adulti e drammatici. Nel gekiga, e in molte delle soluzioni espressive di Ashita no Joe, tutto è spigoloso, dolente e sofferente. I corpi non sono più soltanto quelli degli eroi, ma diventano il luogo in cui si manifestano la fatica, la rabbia, la sconfitta e il desiderio di riscatto. Non è un caso che questo personaggio, con tutte le sue profondissime contraddizioni, sia diventato ben presto uno dei simboli delle rivolte studentesche in Giappone.
Una popolarità tale che, negli ambienti della sinistra radicale giapponese, si arrivò a identificare la propria lotta con quella di Joe. Celebre, in questo senso, il richiamo ad Ashita no Joe contenuto nella dichiarazione dei militanti dell'Armata Rossa giapponese protagonisti del dirottamento dello Yodogō nel 1970. Un episodio drammatico, certo, ma anche la dimostrazione di quanto quel personaggio fosse ormai uscito dalle pagine di un fumetto per entrare nell'immaginario politico e sociale di un'intera generazione. “Noi siamo Rocky Joe”, insomma.
Ecco allora che le recenti immagini e i video delle proteste, ancora una volta di studentesse e studenti, dalla Francia alla Spagna, passando per l'Italia, con tanti simboli “anche” della cultura pop, dalla ciurma dei Mugiwara di One Piece sino a Spider-Man, ci raccontano qualcosa che affonda le proprie radici anche in quella stagione culturale. Perché, in fondo, cosa c'è di così diverso tra un ragazzo giapponese del 1968 che si riconosceva nella rabbia di Joe Yabuki e uno studente che oggi scende in piazza sventolando il Jolly Roger di Luffy? Certo, sono cambiati i contesti, le rivendicazioni, le forme della protesta e persino i linguaggi. Ma non è cambiata quella capacità della cultura pop di dare un volto, un corpo e un simbolo a un sentimento collettivo di ribellione.
Non si tratta, ovviamente, di immaginare una discendenza diretta tra Joe e tutti questi personaggi, ma di riconoscere una continuità culturale: quella che permette a un fumetto, a un manga, a un personaggio nato per intrattenere, di diventare qualcosa di più. Un simbolo politico, sociale e, soprattutto, esistenziale. Qualcosa in cui riconoscersi quando non ci si sente rappresentati da nient'altro. Ed è proprio qui che Ashita no Joe continua a essere rivoluzionario. Perché Joe non è un eroe perfetto, non è un vincente nel senso più tradizionale del termine, non è nemmeno un personaggio che vuole davvero integrarsi in quella società che lo ha sempre considerato uno scarto. Joe combatte, cade, si rialza, si ostina a non voler essere diverso da quello che è. Anche quando questo significa perdere tutto.
Oggi salutiamo Tetsuya Chiba, colui il quale ha dato un volto, un corpo e un cuore al nostro scontento, al nostro sentirci inadatti, alla nostra irrinunciabile voglia di protestare, lottare e stringere i denti per, forse, un domani migliore. In fondo, uno dei simboli più potenti di Joe è proprio quel suo continuare a combattere per un domani che forse non arriverà mai, ma per il quale vale comunque la pena salire sul ring. Ecco perché, oggi più che mai, “noi siamo Ashita no Joe”.