Elisa ha pubblicato Kintsugi.
E se questo non fosse un articolo da MOW? Oggi sovvertiamo le regole perché oggi, signore e signori, Elisa ci annuncia che è finita la guerra. E cosa c’è oggi di più dissacrante, potente, “falciante”? Forse allora no, questo articolo è proprio da MOW, che in inglese significa “falciare”. Perché noi stiamo sempre dalla parte di chi sovverte: che lo faccia incazzato, che lo faccia con grazia, ma dalla parte di chi rovescia tutto per rendere almeno un po’ migliore questo mondo.
Mettete da parte il cinismo: oggi c’è Kintsugi, il nuovo singolo di Elisa. Riduzionista definirlo così. Sembra di seguire l’ennesima formula dell’ennesimo singolo dell’ennesima cantante a caso. E invece qui siamo davanti a qualcosa che ci costringe a fermarci. Provate a trovarla una canzone che vi fermi nel 2026. La musica corre, mentre questa canzone si imprime nella coscienza dei coraggiosi, che poi sono i profondi, che poi sono quelli che nonostante tutto ancora si aggrappano alla speranza di una qualche felicità senza sentirsi stupidi per questo.
E già dal significato del titolo dovevamo aspettarci un altro prodigio di quella che possiamo tranquillamente definire la migliore cantautrice italiana in vita: Elisa Toffoli. Kintsugi significa letteralmente “riparare con l’oro” ed è legato a un'antica tecnica artigianale giapponese del XV secolo per riparare oggetti in ceramica rotti. Sapete quando qualcosa ci fa davvero bene? Quando riusciamo a trasmettere quel bene anche all’altro. E che questa nuova influenza della filosofia orientale faccia bene ad Elisa è evidente, soprattutto nel momento in cui ci accorgiamo che attraverso lei, fa bene anche a noi.
Il brano anticipa il disco di Elisa in uscita il 27 novembre e se questi sono i presupposti, possiamo rilassarci: per un po’ la musica italiana è salva, perché ancora qualcuno lotta nel silenzio di un’apparente inattività per provare a dirci qualcosa. Kintsugi è un’opera, che non serve neanche comprendere, va sentita. E se non siete in grado oggi, riprovate tra un anno, tra tre, tra cinque, tra dieci. I neonati non conoscono i benefici del latte, eppure lo cercano, se ne nutrono. È un istinto primordiale. È ciò che accade quando si ascolta Elisa: non serve necessariamente essere giunti al suo livello di consapevolezza e trasformazione, si sente e basta. E scuote. E abbraccia. Kintsugi è per i fiori tardivi, quelli che si sono fatti aspettare ma che non hanno mai smesso di scontrarsi col fango, non con la foga dei lottatori, ma con la disciplina dei fiori di loto. Il loto dal fango cresce imperterrito, silenzioso, senza turbamenti. Le radici affondano nel fango mentre lo stelo s’allunga verso l’alto e se ne frega. Lui va: il loto è forte e lo è senza proclami, né gloria né miseria lo sfiorano, lui fa quello che deve fare e basta. Mica come noi, che mentre la vita prende il suo corso ci interponiamo con le cronache, le proiezioni, le soluzioni. E questa storia la senti cantare da Elisa in Kintsugi.
La voce di Elisa sembra fare un passo indietro: Elisa non ci gioca, non gorgheggia, non ci spara in faccia quegli acuti potenti che traforano la carne. Elisa addirittura parla. Si sente la necessità che ha in questo nuovo disco di comunicare tanto con le parole. Anche con i giochi di suono sì, l’effetto della voce distorta e frammentata sul finale si inserisce perfettamente nel quadro di un racconto in cui ci si perde molte volte. Nelle strofe c’è molto del pop contemporaneo: ritmo, metriche strette e una narrazione chiara che non ha bisogno di metafore (pensieri intrusivi, attacchi di panico). Sembra quasi di sentire Emma o Elodie. Elisa “ruba” qualcosa dai mondi a lei circostanti e li fa propri. Nel ritornello, invece, Elisa ruba da Elisa. Finisce la sperimentazione, prosegue la tradizione. Nel videoclip di Kintsugi si susseguono le stagioni dall’interno di una stanza nella quale Elisa si osserva, si spaventa, si protegge, si deforma, torna alla forma originaria, viene scaraventata, sollevata, si rompe, si ricompone. Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere scriveva: “Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”. Provate a chiedere ad Elisa se è così. La sofferenza non serve ai codardi. Per gli artisti è vitale e non solo per loro.
Elisa è un fiore tardivo sì, ma solido e determinato come solo la parte più preziosa e profonda di noi sa. In Kintsugi Elisa scopre proprio quella parte di sé e le dedica (e ci dedica) il verso più potente del brano: “Tu mi apri il cuore”. La gioia spregiudicata e serafica di scoprirsi, finalmente, senza spaventarsi più. Mettendo in off quel senso di inadeguatezza che non aveva fatto altro che alimentare il dolore. E fa la cosa più rivoluzionaria del mondo: apre. “Tu mi apri il cuore”. Attenzione, ancora: mi apri, non mi spacchi. Graffia Elisa con la sua gentilezza in Kintsugi, perché le carezze delicate in questa fauna discografica ci sembrano graffi. E dalle carezze ci siamo corazzati. Ci desta Elisa e a non a tutti va di essere svegliati. E allora buongiorno a chi non aspettava altro che questo risveglio. Di Elisa. Della musica che torna umana, profonda, vitale. Di noi ancora un po’ sporchi di fango ma sempre con lo sguardo rivolto in alto, un po’ offuscato dai residui della melma ma pur sempre in alto. Lo sguardo, come quello timido che Elisa nel videoclip vede proiettato. Elisa vede finalmente chi era mentre vede chi è. E l’incontro con le immagini del suo passato quasi la confonde tanto da deformarla. Ma poi si ricompone e brilla: proprio nei punti in cui ha fatto più male. Questo brano è un passaggio che serve a scoprire un segreto, un passpartù. È una mano che Elisa ci tende, ma poi si prosegue da soli. Chi va?