Che vi posso dire? Forse i miei trent’anni si sentono più di quelli dei Subsonica.
Poco ma sicuro. Dato che Samuel invecchia come il vino, Boosta è Benjamin Button e Ninja, Vicio e Max Casacci sono freschi come le rose.
Loro sì che hanno il fisico per affrontare un tale devasto.
Perché il concerto per il trentennale della band prometteva effetti collaterali devastanti; tant’è che posso testimoniare di aver visto Il cielo su Torino, letteralmente, poco prima del blackout, in orizzontale.
E se tutto questo vi pare un’allegoria, siete fuori Strade.
Entrare alle OGR di Torino d’ora in poi sarà come entrare nella grande casa dei Subsonica.
Prima del concerto ho visitato il museo dedicato presente all’interno. E già lì ho iniziato a percepire Il paradosso dei battiti, forse per via della nostalgia che si avverte Nei nostri luoghi, quelli della band torinese, ma anche quelli di Generazione X e Millennial, proiettati tra le pareti della stanza.
Trent’anni di carriera e un museo che neanche Michael Jackson. Sacrosanto.
Scatti storici, dischi, gadget, i cappellini di Samuel, gli abiti, i premi vinti, perfino quelli della compianta MTV. Ma l’idea clamorosa è stata quella di proiettare i video più iconici della band da televisori di varie generazioni. Regalava quel tocco di vintage a una contemporaneità per niente asettica, piena di concetti profondi da approfondire. Multidimensionale, emotivamente mentale, proprio com’è la musica dei Subsonica.
Anche al ristorante - presente all’interno delle OGR - si sentono loro in sottofondo.
È un presidio lieve, che non invade: sei tu ad essere a casa loro e la loro ospitalità è quantomeno accogliente.
Arrivata sotto palco (o quasi). Il live è iniziato puntuale, ore 21:00.
Un palco non grandissimo, ma ben disposto. Diviso in due, come due erano i microfoni con cui cantava Samuel. Gli strumenti erano presenti sia nella parte destra che nella parte sinistra, dove poi sarebbe stata eseguita la seconda parte della scaletta, in acustico.
Samuel ha iniziato a cantare dritto, senza troppi giri di parole. Non dimenticando di ringraziare Torino, che è la città che li ha visti nascere e che oggi li accoglie festosa per questo tour epocale.
Gli ospiti previsti: Willy Peyote, Tara e Eugenio Finardi.
Una prima parte energica: da Sonde fino a Nuvole rapide. Poi, nessuna pausa. I Sub ci hanno fatto immergere nella dimensione del live acustico con (in ordine): Dormi, Ancora ad odiare, Incantevole (brano che contiene uno spoiler di ciò che mi sarebbe successo poco dopo), Le serpi e Tutti i miei sbagli (altro spoiler).
Durante l’acustico Samuel ha ricordato che Tutti i miei sbagli è il brano che gli ha permesso di essere conosciuti e apprezzati da un pubblico più ampio, grazie alla partecipazione al Festival di Sanremo del 2000.
Ha anche ribadito che sì, loro sono quelli “che hanno fatto l’elettronica in Italia”, ma che sono pur sempre nati in una mansarda in Piazza Vittorio, scrivendo Ancora ad odiare, nel lontano 1995. Un dolce ricordo legato alle origini. Romanticismo. Poesia.
“Ma tutto qui cade incantevole”, cantava Samuel.
E mai profezia fu più azzeccata. Non proprio tutto, ma io sì: sono caduta, incantevole, con lo charme che mi contraddistingue.
D’altronde il concerto è stato un delirio composto, specchio del pubblico dei Subsonica: disciplinato, ma passionale. E io quella passione da fan l’ho sentita, forse pure troppo.
Tanto che il mio cuore, a un certo punto, non ha retto.
A metà concerto, mentre Samuel eseguiva Tutti i miei sbagli in acustico, io ripensavo ai miei. Tra tutti ripensavo al grande sbaglio di non aver riempito abbastanza il mio stomaco e di non aver calcolato quanto il pubblico della band torinese potesse essere “caloroso”, a tratti asfissiante (con tutto l’affetto).
Sarà per questo che il mio corpo ha deciso di andare a seguire il concerto in “un’altra dimensione”. È stato come vedere i Coriandoli a Natale. E non era ancora neanche aprile, né mi ero fatta di qualcosa. Pazzesco.
Erano proprio i Subsonica che erano pazzeschi. Non si può pensare di stare sotto il loro palco senza sentirsi attraversati da La luce che illumina, tutto, soprattutto la mia vista. Infatti, in quell’istante ho visto tutto bianco. Come mi trovassi improvvisamente catapultata dentro la Discolabirinto, “bianca, senza luci colorate”.
Non a caso, da scaltra stratega, ho deciso che quel brano - che sarebbe stato eseguito da lì a poco dalla band - meritasse un ascolto più attento: ho optato per andare a godermelo in santa pace, come brano merita: in barella.
Anche perché la gente era tantissima, era difficile Respirare. Il caldo non si sopportava e, mettici pure che, si sa, ai concerti, proprio nel momento migliore, arriva lo spilungone che ti impedisce la visuale. Pertanto ho pensato bene di collassare, per godermi il resto del concerto Tra gli dei, che nel mio caso sono stati incarnati dagli infermieri dei soccorsi. Lunga vita a loro! E al medico presente tra il pubblico che mi ha soccorsa in un primo momento: se mi leggi, sappi che sei un figo quasi quanto Boosta (dico ‘quasi’ perché il contrasto tra il buio della sala e la bianca luce divina che voleva chiamarmi a sé, impediva un po’ la mia visuale).
Vivere il concerto dei Subsonica, vivere così il concerto dei Subsonica, è un’esperienza che consiglio vivamente, a tutti. Soprattutto se, come me, deciderete di guardare metà concerto da fan e metà riflesso nei grafici di un elettrocardiogramma. Oltre i confini della Realtà aumentata.
Una vera e propria esperienza immersiva nell’Alba scura, Dentro i tuoi vuoti (che poi erano i miei), causati dalla mia pressione sanguigna sempre più calante.
Ho sperimentato in prima persona la dimensione del concerto e questi trent’anni - loro e miei - li ho sentiti tutti.
Alla fine del concerto, mentre Samuel giustamente mi cercava cantando Preso blu ("Ma sai dirmi dove sei?"), io come una Fenice che risorge dalle proprie ceneri, come Lazzaro che risorge dal sepolcro - o dalle barelle dell’area soccorso, se preferite - mi sono alzata e ho applaudito a questo trentennale indimenticabile.
Grazie Subsonica. Grazie ai nostri trent’anni. Ma grazie soprattutto a chi ha agito nel Punto critico: il personale del pronto soccorso di Torino.