L’animazione oggi è terreno delle grandi corazzate. Mentre la scena indipendente continua a produrre perle e perfino a vincere Oscar, come nel caso di Flow, sono i franchise a fare davvero la differenza al botteghino. Da Demon Slayer ai Minions, il cinema animato vive una fase d’oro, senza scordarsi di KPop Demon Hunters e con buona pace di Disney e Pixar, sempre più in affanno. In questo contesto uno dei casi più clamorosi è stato senza dubbio quello di Super Mario, frutto della collaborazione tra Illumination e Nintendo. Il primo film ha registrato incassi record e ha conquistato il pubblico, pur restando, dal punto di vista strettamente cinematografico, un prodotto piuttosto modesto. Proprio per questo l’attesa per il seguito era altissima, anche perché l’ispirazione dichiarata, Super Mario Galaxy, pesca da uno dei vertici assoluti della storia videoludica. Questo secondo capitolo mostra subito ambizioni più grandi. L’introduzione di Yoshi e Rosalinda, insieme agli Sfavillotti, le piccole creature stellari che la accompagnano, amplia l’immaginario del film. Il passaggio dal Regno dei Funghi allo spazio conferisce un respiro più ampio, con minacce più grandi e una posta in gioco più alta. Sul piano della sceneggiatura, però, i limiti restano evidenti. La struttura è quella di un’avventura molto pensata per i più piccoli e la semplificazione si sente. Soprattutto nella prima parte, che diventa un girovagare a vuoto dei personaggi, separati in modo forzato per preparare una ricongiunzione finale prevedibile. La seconda metà recupera ritmo e spettacolo, con sequenze riuscite. Va detto che il film funziona bene sul piano delle battute. L’umorismo è centrato, leggero, e rende l’esperienza piacevole anche quando la struttura scricchiola. Nel complesso questo Super Mario Galaxy è superiore al primo film. Aumenta il senso di magia e restituisce, a tratti, l’emozione di vedere sul grande schermo personaggi che ci accompagnano da quarant’anni. I fan adoreranno questo sequel, forse ancora più del primo. Ma l’entusiasmo del fandom non può essere un criterio critico. Quando si valuta un film il cuore conta, la reverenza no. E qui Super Mario Galaxy si ferma un passo prima. Perché la dimensione Galaxy non è solo un fatto estetico o videoludico, è una questione di meraviglia.
Nei giochi Galaxy è quella sensazione di leggerezza e stupore continuo, quasi cosmico. Un’esperienza che ricorda certe pagine di Orbital di Samantha Harvey, con la percezione di trovarsi davanti a una sorta di canzone d’amore per la Terra scritta da lassù nello spazio. È il gesto semplicissimo di saltare da un pianeta all’altro, usando come trampolino stelle sospese nel cosmo. Se questa non è magia trasformata in videogioco, è difficile dire cosa lo sia. Peccato non averla vissuta davvero anche in sala. Ecco, tutto questo nel film si intravede appena. Le intuizioni ci sono, ma restano marginali e concentrate nel finale. Paradossalmente, in un film che dovrebbe essere Galaxy, di Galaxy ce n’è pochissimo. Illumination fa comunque un lavoro solido sui personaggi. Toad, Luigi, Yoshi, Bowser e Bowser Junior funzionano, e proprio su Bowser il film sembra inizialmente voler fare qualcosa di più interessante. Si intravede un’evoluzione, poi abbandonata in favore di soluzioni più prevedibili. Molto riuscite invece le scene di flashback tra Bowser e suo figlio. Sono momenti piccoli ma perfetti, delicati e sinceri, capaci di dare una vera profondità emotiva. Insomma, il Mario cinematografico fa un passo avanti, ma resta ancora distante dalla forza immaginifica dei capitoli videoludici. È un film tecnicamente ineccepibile, spesso divertente, ma che fallisce nel trasformare quella magia in qualcosa di davvero memorabile. In un mondo dove le monete d’oro spuntano dalle pietre e i power up regalano poteri straordinari, non era chiedere troppo.