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1 settembre 2026

Svolta clamorosa sull’omicidio di Tupac Shakur: finalmente c’è un colpevole, ma non sappiamo ancora chi lo ha ucciso

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

1 settembre 2026

Chi ha sparato a Tupac? Trent’anni dopo non lo sappiamo ancora. Ma oggi quell’omicidio ha finalmente un colpevole: Duane “Keffe D” Davis, l’uomo che avrebbe organizzato la vendetta e procurato la pistola. Questa si conferma la storia infinita, infatti manca ancora un pezzo fondamentale del puzzle. Ma il nome del mandante non è una novità: era già lì da tempo, l’aveva raccontata lo stesso “Keffe D” finito oggi a processo. Abbiamo ricostruito la vicenda

foto di Ansa

Svolta clamorosa sull’omicidio di Tupac Shakur: finalmente c’è un colpevole, ma non sappiamo ancora chi lo ha ucciso

Oggi è il giorno. Dopo trent’anni un tribunale ha stabilito che Duane “Keffe D” Davis è responsabile dell’omicidio di Tupac Shakur. Non sarebbe stato lui a premere il grilletto: secondo l’accusa avrebbe organizzato la vendetta, procurato la pistola e partecipato all’agguato. Il presunto esecutore materiale non è mai stato processato. E la storia più incredibile è che gran parte delle prove contro Davis arriva dalle sue stesse parole.
Per trent’anni Tupac Shakur è stato un omicidio senza colpevole. Adesso un colpevole c’è. Ma l’uomo condannato non è quello che, secondo la ricostruzione dell’accusa, avrebbe materialmente impugnato la pistola, ma quello che avrebbe organizzato la vendetta, la mente dietro a un braccio non ancora identificato. E il dettaglio interessante è che per anni quella storia l’ha raccontata lui stesso. Il 31 agosto 2026 una giuria di Las Vegas ha dichiarato Duane “Keffe D” Davis colpevole di omicidio di primo grado con l’uso di un’arma letale per il suo ruolo nella morte di Tupac. Davis ha 63 anni e rischia l’ergastolo; la pena sarà stabilita il 13 ottobre. Per la giustizia del Nevada, quindi, la morte di Tupac ha finalmente un responsabile. Ma non ancora un assassino nel senso più semplice della parola. Perché resta senza risposta la domanda che accompagna questa storia dal 7 settembre 1996: chi sparò davvero? Probabilmente un “pesce piccolo” che ha semplicemente eseguito un ordine, come accade in casi come questo. Sta di fatto che l’esecutore, dopo trent'anni, un nome ancora non ce l’ha. Proviamo a ricostruire tutta la vicenda per arrivare a capire come, e soprattutto da quanto, si era già arrivati al nome del mandante.

Duane Keith "Keefe D" Davis, l'uomo arrestato per l'omicidio di Tupac
Duane “Keffe D” Davis, il mandante dell'omicidio di Tupac

La notte dell'omicidio
Il 7 settembre 1996 Tupac è a Las Vegas. Ha 25 anni, è già una delle più grandi star del pianeta e si trova in città insieme a Marion “Suge” Knight, il fondatore della Death Row Records, per assistere all'incontro tra Mike Tyson e Bruce Seldon all'MGM Grand. Tyson vince rapidamente e, almeno in apparenza, la serata dovrebbe proseguire come una consueta celebrazione. Invece, all'interno dell’hotel, Tupac e alcuni uomini della sua entourage incrociano Orlando “Baby Lane” Anderson, membro dei South Side Compton Crips e nipote di Duane Davis. Tra i due gruppi scoppia una rissa e le telecamere dell'MGM Grand riprendono Tupac e i suoi mentre aggrediscono Anderson. Secondo la ricostruzione sostenuta dall'accusa, quella che poteva essere una semplice rissa diventa una questione di vendetta. Tupac e Suge Knight lasciano l'MGM Grand e si mettono in viaggio verso il Club 662, dove il rapper dovrebbe esibirsi quella sera.

 

La Cadillac bianca
Tupac è seduto sul sedile del passeggero di una BMW nera guidata da Knight. Poco dopo le undici di sera, mentre l’auto è ferma a un semaforo, una Cadillac bianca si affianca. Gli uomini a bordo estraggono le pistole e aprono il fuoco. Tupac tenta di spostarsi verso la parte posteriore della BMW, ma viene raggiunto da quattro proiettili: due al petto, uno alla mano e uno nella zona pelvica. Knight viene ferito, ma sopravvive. Tupac viene trasportato in ospedale e rimane in condizioni gravissime per sei giorni. Il 13 settembre 1996 muore. Ha 25 anni. Da quel momento nasce uno dei più celebri casi irrisolti della storia della musica contemporanea.

 

Chi c’era nella Cadillac?
La ricostruzione degli investigatori porta a quattro uomini presenti nella Cadillac: Terrence Brown alla guida, Duane Davis, DeAndre Smith e Orlando Anderson. Sono tutti legati ai South Side Compton Crips. Nessuno di loro, con l’eccezione di Davis, arriverà mai davanti a una giuria per rispondere della morte di Tupac. Anderson, il ragazzo aggredito poche ore prima all'MGM Grand, viene ucciso nel 1998 a Compton, durante una sparatoria collegata alla guerra tra gang. Ha appena 22 anni. La sua morte elimina dalla scena uno dei principali sospettati dell’omicidio e contribuisce a lasciare il caso in quella terra di nessuno in cui resterà per decenni: abbastanza elementi per costruire una storia, non abbastanza per trasformarla in una condanna.

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Tupac la notte dell'omicidio RSI

Il sospetto che porta a Orlando Anderson
Il nome di Orlando Anderson torna continuamente nelle ricostruzioni della morte di Tupac proprio per la sequenza degli avvenimenti di quella notte. È l’uomo che viene aggredito all'MGM Grand, è il nipote di Davis ed è uno degli uomini che, secondo la ricostruzione del gruppo, si trovavano nella Cadillac. Per anni viene indicato come il possibile uomo che materialmente sparò contro Tupac. Ma questo non è mai diventato un fatto giudiziariamente accertato: Anderson non è stato incriminato per l'omicidio e ha sempre negato il proprio coinvolgimento. Quando viene ucciso, nel 1998, il caso perde definitivamente la possibilità di arrivare a una verifica processuale del suo eventuale ruolo. Anche per questo la condanna di Davis è importante ma non coincide con la soluzione completa del mistero: la giuria ha stabilito la responsabilità di un uomo che avrebbe contribuito all'omicidio, non identificato il presunto esecutore materiale.

 

La guerra del rap
Per molto tempo la morte di Tupac è stata raccontata soprattutto attraverso la rivalità tra East Coast e West Coast, la guerra simbolica e commerciale che negli anni Novanta contrapponeva le grandi scene hip hop di New York e Los Angeles. Tupac era diventato il volto della Death Row Records e della West Coast; dall'altra parte c’erano la Bad Boy Records, The Notorious B.I.G. e Sean "Puff Daddy" Combs. Ma sotto la rivalità musicale correva un conflitto molto più concreto. L’ambiente della Death Row era legato a gruppi vicini ai Bloods e ai Mob Piru, mentre Davis e Anderson appartenevano ai Crips, storici rivali dei Bloods nelle strade di Los Angeles. Tupac, in quel momento, non era semplicemente un musicista che raccontava la violenza, ma era anche diventato parte di quell'universo e ne era uno dei protagonisti. La sua morte, seguita pochi mesi dopo da quella di Biggie, alimentò inevitabilmente l’idea di una guerra culminata in due omicidi. Ma il processo contro Davis ha riportato il racconto a un episodio molto più circoscritto: la rissa dell'MGM Grand e la vendetta che ne sarebbe seguita.

 

L’uomo che per anni ha raccontato tutto
Duane Davis non ha passato trent’anni a negare di essere stato lì. Al contrario, ha raccontato più volte la propria versione dell’omicidio. Lo ha fatto in interviste, documentari e soprattutto nel libro autobiografico Compton Street Legend, pubblicato nel 2019. Davis ha ammesso di essere stato nella Cadillac quella notte, ma ha sempre sostenuto di non essere stato il tiratore. La sua versione è che, dopo l'aggressione ad Anderson, lui e gli altri uomini salirono sull’auto per cercare Tupac e Knight, con l'intenzione di vendicarsi. Davis avrebbe procurato la pistola e, quando la Cadillac si affiancò alla BMW, sarebbe stato uno degli uomini seduti sul sedile posteriore ad aprire il fuoco. Per anni queste dichiarazioni sono sembrate soprattutto parte del personaggio pubblico che Davis aveva costruito intorno a sé. Quando il caso è tornato in tribunale, sono diventate invece uno dei pilastri dell'accusa.

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Duane Davis, il mandante dell'omicidio di Tupac Euronews.com

“Stavo raccontando una storia”
La difesa ha cercato di trasformare proprio questo elemento nel punto debole del caso. Davis, secondo i suoi avvocati, aveva tutto l'interesse a raccontare una versione spettacolare della morte di Tupac. Era diventato un personaggio, aveva pubblicato un libro e aveva costruito parte della propria notorietà sulla vicenda. Le sue dichiarazioni, quindi, non sarebbero state una confessione ma racconti esagerati, forse modificati nel corso degli anni per ottenere attenzione e denaro. Il problema era che, intervista dopo intervista, Davis aveva fornito agli investigatori dettagli sul proprio presunto coinvolgimento. Durante il processo la procura ha utilizzato proprio quel materiale: vecchie dichiarazioni, conversazioni registrate e interviste per sostenere che Davis non fosse un semplice narratore interessato a costruirsi una reputazione, ma un partecipante alla spedizione punitiva. La questione diventava allora quasi paradossale: quanto può essere attendibile un uomo che ha raccontato la stessa storia per anni proprio perché voleva essere ascoltato? La giuria ha ritenuto che quelle parole fossero sufficienti per condannarlo.

 

Il caso si riapre
La svolta arriva nel 2023, quando la polizia di Las Vegas torna a occuparsi concretamente di Davis. Nel luglio di quell’anno gli investigatori perquisiscono una casa collegata a lui a Henderson e sequestrano computer, telefoni, hard disk, fotografie, documenti e altro materiale relativo a Tupac e alla sua morte. Vengono trovate anche munizioni calibro 40. Il 29 settembre Davis viene arrestato. Sono passati quasi 27 anni dalla sparatoria. Per la prima volta dall’omicidio di Tupac le autorità hanno un imputato. Ma anche qui gran parte del racconto che lega Davis all'agguato proviene dalle sue stesse dichiarazioni. Il compito della procura è quindi dimostrare che quelle parole non siano semplicemente il frutto di una lunga costruzione narrativa, ma la descrizione di un ruolo reale nell'omicidio.

 

Il processo
In aula la procura costruisce il caso proprio attorno a quella distinzione. Non deve dimostrare che Davis abbia premuto il grilletto, ma che abbia partecipato consapevolmente all’azione che portò alla morte di Tupac. La tesi dell’accusa è che Davis abbia organizzato la vendetta dopo l’aggressione ad Anderson, procurato l'arma e fatto parte del gruppo che quella notte cercò Tupac e Knight. La difesa insiste invece sulla mancanza di una prova fisica decisiva che collochi Davis nella Cadillac e sulla sua reputazione di narratore interessato a costruirsi una fama attraverso il caso. Il processo diventa così un confronto tra due interpretazioni della stessa persona: per l’accusa un uomo che, per anni, ha raccontato la verità sul proprio ruolo senza rendersi conto delle conseguenze; per la difesa un uomo che ha trasformato un omicidio celebre in una storia personale. Il 31 agosto 2026 arriva la risposta della giuria: colpevole.

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"The Rose That Grew from Concrete" è una raccolta di poesie e scritti giovanili di Tupac, pubblicata dopo la sua morte nel 1999

Quindi chi ha ucciso Tupac?
Davis è stato condannato, ma non è stato indicato come l’uomo che materialmente sparò. Il presunto tiratore non è mai stato processato. Orlando Anderson è morto nel 1998, mentre anche gli altri uomini che, secondo la ricostruzione, erano nella Cadillac sono morti. Il verdetto stabilisce quindi che Davis è penalmente responsabile dell’omicidio per il ruolo che avrebbe avuto nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’agguato, ma non risolve definitivamente l'identità della persona che impugnò la pistola. È una differenza tutt'altro che formale. Per la prima volta una giuria ha stabilito che qualcuno deve rispondere della morte di Tupac, ma non ha trasformato in certezza giudiziaria tutte le ipotesi che hanno accompagnato il caso per trent’anni.

 

La soluzione era sempre stata lì
Il caso Tupac è stato per decenni una gigantesca raccolta di teorie e sospetti, nonché di piste interrotte, eppure l’uomo che alla fine è stato condannato aveva trascorso una parte importante di quegli stessi anni a parlare dell’omicidio. Davis aveva raccontato di essere stato nella Cadillac, aveva descritto la vendetta contro Tupac e Knight e aveva parlato dell’arma e del ruolo degli uomini che si trovavano con lui. Quelle parole, per molto tempo, potevano sembrare soltanto un altro capitolo della mitologia costruita intorno alla morte di Tupac. Poi il caso è tornato in tribunale e sono diventate prove.

 

Tupac è morto a 25 anni. Trent'anni dopo, il suo omicidio ha finalmente prodotto una condanna. Ma il verdetto lascia aperta la domanda semplice e al tempo stesso più difficile di tutte: chi impugnò quella pistola? La giustizia ha trovato un responsabile ed è forse il dettaglio più importante, per questo oggi è una giornata storica. Ma quella sull’omicidio di Tupac rimane la storia infinita, perché manca ancora il nome di chi impugnò quella pistola.

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