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23 marzo 2026

“Terre rare” dei Subsonica non è il tormentone da sparare in radio. È per chi si è stufato di masticare pop di plastica

  • di Sara Murgia

23 marzo 2026

Ad ascoltarlo ci si sente svuotati dal rumore del mondo e riempiti da qualcosa di nuovo. È un disco che non lascia andare via subito, ti resta addosso come l'odore del mare o il fischio nelle orecchie dopo una notte in un club. E poi ti spinge a premere di nuovo play

foto di Ansa

“Terre rare” dei Subsonica non è il tormentone da sparare in radio. È per chi si è stufato di masticare pop di plastica

“Tremate, tremate, i Subsonica son tornati”.
E no, non è la solita citazione nostalgica alle streghe del 2003, ma il grido di chi, nel 2026, si è stufato di masticare pop di plastica.
Samuel, Max, Boosta, Ninja e Vicio hanno appena spento trenta candeline, ma invece di farsi imbalsamare in qualche museo torinese, hanno deciso di tirare la torta in faccia a tutti.
Diciamolo subito, perché non voglio prendervi in giro: Terre Rare (uscito il 20 marzo) non è un disco facile. Se cercate il "tormentone" da primo ascolto da sparare in radio mentre siete in coda in tangenziale, avete sbagliato scaffale. Io stessa, al primo giro, sono rimasta lì a chiedermi dove volessero arrivare. È un lavoro denso, che ti sfida. Richiede attenzione e, forse, più di un passaggio nelle cuffie per essere decifrato davvero.
Non è il disco di un gruppo di “reduci” — quei sopravvissuti che lucidano le medaglie di Microchip Emozionale per vendere qualche biglietto — ma un vero e proprio viaggio nei nuovi loro.
​Il cuore pulsante dell'opera, quello che mi ha lasciato senza fiato, è la title track: Terre Rare. Oltre sei minuti di suite psichedelica che sono un’anomalia bellissima nel panorama attuale. Tutto inizia e finisce con il suono dell’acqua. Un gorgoglio ancestrale, liquido, che apre e chiude il brano come un rito di purificazione. In questi sei minuti, i Subsonica smettono di essere una band da classifica e diventano alchimisti da club.
È un’immersione che ti toglie la terra sotto i piedi, lasciandoti sospeso in un “non luogo”.
Ma prima di arrivare a questo , il disco ti prende a schiaffi. C'è la scossa di Transumanesimo, il pezzo più “Subsonica” del pacchetto: quello che mi ha fatto dire “eccoli, sono proprio loro”.
Cassa dritta, distorsioni acide e un testo chirurgico sulla nostra dipendenza dalle protesi digitali. È la scarica elettrica necessaria prima del grande tuffo finale. C'è poi la profondità di Rifugio, dove l’elettronica si fonde con un'orchestra invisibile (la Budapest Scoring), creando un calore che senti nello stomaco, lontano anni luce dalle solite sviolinate sanremesi che siamo abituati a digerire.
Il cerchio si chiude con l’intro ipnotico di Jinn, dove la band diventa uno sciamano elettronico capace di unire i club sotterranei di Torino alle dune del deserto. I Subsonica del 2026 sono artigiani urbani che sanno ancora usare il ritmo come arma di consapevolezza.
​Tremate? Sì, fatelo. Ma prendetevi il tempo di ascoltarli davvero perché questi cinque hanno ancora fame.
​Quando l'ultima goccia d'acqua di Terre Rare è sfumata nel silenzio, mi sono ritrovata immobile.
Non è la solita euforia da fine concerto, ma quella strana sensazione di chi è appena riemerso dopo un’apnea lunghissima: un misto di disorientamento e lucidità.
Ti senti svuotata dal rumore del mondo e riempita da qualcosa di nuovo. È un disco che non ti lascia andare via subito, ti resta addosso come l'odore del mare o il fischio nelle orecchie dopo una notte in un club. Ti scuote, ti calma e poi ti spinge a premere di nuovo play, perché sai che c'è ancora un segreto, là sotto, che non hai ancora afferrato.

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