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Zerocalcare a Venezia punito con un film di mer*a: “À pied d’œuvre? L’autista de Uber è un lavoro dignitoso. Pare che il protagonista sia stato beccato a fa le pip*e ai cani a Villa Borghese”

  • di Giulia Ciriaci Giulia Ciriaci

  • Foto di: ANSA

4 settembre 2025

Zerocalcare a Venezia punito con un film di mer*a: “À pied d’œuvre? L’autista de Uber è un lavoro dignitoso. Pare che il protagonista sia stato beccato a fa le pip*e ai cani a Villa Borghese”
A Venezia tutti impomatati, mentre Zerocalcare arriva con un pennarello la Mostra se la mangia a forza di recensioni vere. Niente pose, niente pipponi: i film li disegna su Instagram e dice quello che pensa. Anche quando rosica. E ha sempre ragione

Foto di: ANSA

di Giulia Ciriaci Giulia Ciriaci

Mentre tutti a Venezia fanno la gara a chi luccica di più, Zerocalcare prende un pennarello e li stende tutti quanti. Altro che pose, altro che paroloni: lui i film li disegna su Instagram, e alla fine è l’unico che dice qualcosa di vero. Sta raccontando la Mostra del Cinema con le sue recensioni disegnate per Best Movie. Un foglio bianco, un pennarello, la sua voce che ormai conosciamo a memoria e nessuna voglia di fare il critico. E infatti, proprio per questo, lo è diventato meglio di tanti altri. Niente press screening, niente applausi comandati, niente recensioni col tono da prof universitario che deve far vedere quanto ha studiato. C’è lui, il “prof. Checco”, un po’ di disagio sparso, e la solita sincerità brutale che lo rende uno dei pochi ad avere ancora qualcosa da dire, pure quando parla di cinema. “Me lamentavo che tutti i film parlavano de vecchi impaccati de soldi, per questo sono stato punito con un film che finalmente parla di lavoro solo che è un film de merda”. Il film in questione è À pied d’œuvre di Valérie Donzelli: protagonista, un filosofo quarantenne che si rompe le palle del suo lavoro sicuro da cinque mammalucchi al mese e decide di mollare tutto per scrivere. Non ce la fa a campare e allora si reinventa con una serie di lavori raccattati su internet. Scelte discutibili, tipo tagliare un prato con le cesoie. Per davvero.

Zerocalcare
Michele Rech, Zerocalcare

Zerocalcare lo guarda, lo subisce, rosica: “Allora, siccome sto film è piaciuto a tutti e a me sta cosa m’ha fatto rosicà, mi sono preparato una lista de tutte le cose che mi hanno dato potentemente al cazzo”. Ed è lì che viene fuori il meglio: il fastidio viscerale, l’ironia fulminante, la voce di chi non vuole fare il simpatico ma finisce per esserlo proprio perché se ne frega. “Numero uno, potevi fare un po' meno foto e poi nel tempo libero scrivevi li mortacci tua. Numero due, a una certa se metta a fa l’autista de Uber. Na sera carica uno che lo riconosce perché è l’amico suo. Quello rimane sgomento, devastato, non riesce a dì na parola. Comunque l’autista de Uber è un lavoro dignitoso. Porco due pare che l’ha beccato a fa le pippe ai cani a villa Borghese”. Altro che analisi tecniche o grandi temi sociali: qui c’è solo un tipo che guarda un film e, se lo fa incazzare, lo dice. Poi però arriva anche The Last Viking di Anders Thomas Jensen, e lì cambia tutto: “Figo, fa ride, e se lo andate a vedè probabilmente non ve volete ammazza”. Punto. E basta quello per capire che forse è l’unico che sta guardando i film davvero. In mezzo alla fiera della vanità, delle finte pose plastificate e delle recensioni in punta di penna, Zerocalcare si conferma la voce più vera che passa da Venezia. Sarà pure un disegnetto su Instagram, ma riesce a fare quello che non fa più nessuno: dire la verità. Daje Michele.

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