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In Buen Camino non c’è nulla di sorprendente: Checco Zalone è sempre lo stesso, ma come siamo messi noi che continuiamo a ridere?

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

  • Foto: Ansa

6 gennaio 2026

In Buen Camino non c’è nulla di sorprendente: Checco Zalone è sempre lo stesso, ma come siamo messi noi che continuiamo a ridere?
C’è molto da ridere e da riflettere su Buen Camino, lanciatissimo come terzo titolo (per adesso) più visto della storia delle sale italiane. Chi si scandalizza o si sorprende del successo di Checco Zalone forse non si è accorto di alcune cose che riguardano tutti noi. La verità è che abbiamo bisogno di stabilità, almeno al cinema

Foto: Ansa

di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

Dov’è la sorpresa nel vedere Buen Camino primo per incassi di questa stagione, terzo miglior incasso di sempre nella storia del cinema in sala italiano, dietro ad Avatar (primo) e Quo vado? (secondo)? Sarebbe come sorprendersi del fatto che una trasmissione gossippara e nazionalpopolare faccia più share di un film d’avanguardia in bianco e nero: il caso Signorini attirerà sempre e necessariamente l’attenzione maggiore rispetto ad altre inchieste su fondi pubblici o sulle colpe di noiosi burocrati che si scoprono corrotti. Con le dovute eccezioni, questa è la norma. E non perché Checco Zalone faccia banalmente film “stupidi”, premesso che far ridere, anche in maniera becera, non sia qualcosa di intrinsecamente stupido; semplicemente lo stereotipo e la leggerezza (con qualche istante di pesantezza presente anche in Buen Camino, magari su Gaza) hanno, da sempre, più presa sul largo pubblico. Perché sorprendersi dunque? È un po’ la stessa finta sorpresa di coloro che al pranzo di Natale si scandalizzano delle considerazioni inattuali del nonno. Ciò che andrebbe piuttosto indagato è il fatto che Zalone, tranne per pochi dettagli (qui non parla in barese stretto), è rimasto sempre lo stesso. E noi con lui. O meglio: siamo rimasti fedeli a quel tipo ideale che Checco ha costruito. Una certezza - una delle poche - nel mondo degli sconvolgimenti geopolitici, dei grandi passi in avanti tecnologici. Insomma, nel mondo che corre rimpiangiamo la solita, immobile stabilità che i suoi film ci garantiscono.

“Inutile girarci intorno: puntiamo a fare soldi”, aveva detto Checco Zalone prima dell’uscita, una delle poche dichiarazioni fatte per promuovere il film. Anche qui è diretto, privo di ipocrisia. Inutile girarci intorno: solo lui può dire una cosa del genere. Gli altri autori invece sono spesso costretti a nascondersi dietro alla necessità della propria arte, che non può di certo essere trattata come una merce qualsiasi. L’ambito estetico porta un film (o una canzone, uno spettacolo teatrale, o un libro) a negare il proprio status di merce: diventa, insomma, qualcosa di estraneo e allo stesso tempo compreso in un sistema. Una contraddizione. Nei casi come Buen Camino, quando l’intento è palese, allora il pubblico apprezza la sincerità. Se questo sia un bene è tutto da vedere. Ma se guardiamo al box office come termometro della salute del cinema in Italia (e anche questa è una semplificazione) Buen Camino appare come un Brufen: attenua i sintomi dell’infiammazione, in attesa che la febbre risalga. Siamo sempre i soliti: dopo le feste le flotte di famiglie in coda per un biglietto saranno dimenticate.

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