“Don't follow leaders, watch the parking meters”, lo cantava Bob Dylan nel 1965 in Subterranean Homesick Blues. Quale migliore verso per sintetizzare la sua visita nel Palazzo Apostolico vaticano? Durante l’incontro The Bard e il papa americano si sono scambiati dei doni: Dylan ha donato una copia della sua autobiografia (Chronicles: Volume One) e Papa Leone ha ricambiato con un rosario. L'artista suonerà a Roma stasera al Palazzo dello Sport. Ma non è questo il punto cruciale di un incontro già di per sé iconico. Il punto è il cappuccio. Il cappuccio è tutto. Soprattutto se ad alzarlo è un’icona della musica come Bob Dylan. Soprattutto se ad alzarlo è Bob Dylan accanto a un’altra icona di potere come Papa Leone XIV.
Il frate eretico e l’addomesticatore di anime: sembra già il titolo di un film di Sorrentino. E il cappuccio è l’immagine chiave. Non stiamo parlando della dimenticanza di un premio Nobel ultraottantenne che ignora il galateo prima di varcare le soglie del Palazzo Apostolico, o della trascuratezza di una rockstar in tournée. Per Bob Dylan, che ha costruito l'intera sua poetica sulla stratificazione del simbolo e sulla citazione colta, presentarsi al cospetto di Papa Leone con la testa avvolta dal cotone scuro della sua felpa è una rigorosa scelta liturgica.
Per capire il senso profondo di questo gesto bisogna spingersi a pochi metri dal Vaticano, dove la storia ha lasciato un segno indelebile: a Campo de' Fiori. Per Giordano Bruno, il cappuccio domenicano non era un semplice abito da frate, ma l'ossatura della sua identità intellettuale e spirituale, prima che il tribunale dell'Inquisizione glielo strappasse di dosso per bruciarlo vivo sul rogo del 1600. Ripresentarsi 425 anni dopo dentro le stanze del potere papale con la testa coperta da un “saio contemporaneo” ha una forza singolare. Parliamo della carne del pensiero eretico mai addomesticato che torna per dire: “sono ancora qui” e lo fa senza pronunciare una parola.
Dylan studia da sempre le forme del sacro e del profano e non lascia nulla al caso. Da anni la felpa nera con cappuccio è la sua uniforme inamovibile da tour, una corazza da cui non si separa nemmeno sotto i riflettori del palco. A Roma la sovrapposizione tra l'artista e il filosofo nolano si fa quasi fisica. La celebre statua di Bruno eretta nel 1889 da Ettore Ferrari venne orientata scientemente con lo sguardo rivolto dritto verso il Vaticano, a fissare con muto sdegno proprio quel Palazzo Apostolico dove Dylan è stato ricevuto. Il menestrello si è mosso con la stessa postura del bronzo, rifiutando la parola solenne, ha rinunciato alla spiegazione e ha lasciato che fosse la sagoma incappucciata a parlare per lui.
In questo incontro si sono viste due posture esistenziali opposte ma dialoganti. Da una parte Papa Leone, il vertice di un'istituzione millenaria che cerca la mediazione con la contemporaneità; dall'altra il Premio Nobel per la Letteratura che da oltre sessant'anni sguscia via da qualunque etichetta, rifiutando ogni ruolo di profeta per riaffermare l'indipendenza della propria ricerca. Dato che stiamo parlando di Bob Dylan, non possiamo ridurre tutto alla provocazione spicciola del gesto punk, questa è una precisa lezione di libertà: l'autorità spirituale incontra la solitudine dell'artista che non si sveste per nessuno, nemmeno per lui. La narrazione si muove tra la scomposizione delle regole e la ricerca di un linguaggio privo di catene. Alcuni ci hanno visto una mancanza di rispetto, ma chi sa vedere oltre sa bene cosa stava facendo. Dylan.
Bob Dylan, ancora una volta, arriva al centro della scena per insegnarci qualcosa. In questo caso che la libertà d'espressione non si proclama attraverso i comizi, ma si incarna nella coerenza dei gesti e nell'improvvisazione fuori dagli schemi. In un mondo che “si sveste” ad ogni costo, che china il capo e si inginocchia di fronte al potere, qui c’è il coraggio di presentarsi davanti al mondo a capo coperto. La foto è già storia: Dylan vestito di nero accanto alla bianca veste candida di Leone XIV. La visita di Dylan a Papa Leone va oltre un semplice fatto di cronaca e diventa un quadro che merita un posto a sé nella storia dell’arte.