Essere fighi non è solo una questione estetica, ce lo ricorda Agata Isabella Centasso. Provate a fare un piccolo esercizio di pigrizia mentale: digitate su Google “Agata Isabella Centasso” e leggete i titoli. Troverete una serie di definizioni come: “Chi è una delle calciatrici più affascinanti d’Italia”. Certo, nulla togliere alla bellezza di Agata, ma se si parla di una personalità del genere non ci si può limitare alla litania del voyeurismo da spogliatoio. La colpa non è di nessuno, ma si tratta di un problema strutturale: perché in Italia vige ancora una regola non scritta ma inflessibile: se una donna ha un bell’aspetto e usa i social senza farsi venire i sensi di colpa, deve per forza essere un’imbucata, una sorta di alieno da ammirare con stupore o una che usa il pallone come pretesto per qualche comparsata televisiva. Poi però, se si decide di andare oltre la superficie e guardare chi è davvero Agata Isabella Centasso - classe 1990, veneziana doc -, capisci che gli “etichettatori seriali” non hanno capito bene di chi stiamo parlando. Bellissima sì, ma non solo.
In campo indossa la maglia del Venezia Calcio 1985, centrocampista centrale. Nel rettangolo verde non si fanno sconti, non si sfila né si pettinano le bambole. Lei stessa lo ripete da sempre con grande onestà: il suo stile di gioco è alla “Gattuso”, quindi si capisce bene cosa intendiamo: tanta corsa, contrasti duri compresi, diagonali difensive e un calcio che diventa una “lotta nel fango”, se necessario. Non a caso, se Gennarino Gattuso in campo era solito farsi chiamare “Ringhio”, il suo soprannome storico è la “Belva”, affibbiatole dal padre fin da ragazzina. Agata Centasso è una che ha dovuto fare i conti con i crociati saltati e con la gavetta vera. Sia chiaro: non si tratta di qualcuno che ha scelto corsie preferenziali solo perché ha un seguito importante sui social.
A dare la misura di come i media sappiano travisare la realtà ci pensò qualche anno fa persino il Sun. Il tabloid britannico, celebre per le sue scorribande giornalistiche al limite della fantasia, la tirò in ballo storpiando tutto e facendola passare per la classica reginetta autoproclamatasi “più bella del reame”. La reazione di Agata fu parecchio sfrontata. Invece di incassare o affidarsi a un comunicato stampa, rispolverò l'arma dell'ironia tranchant su X, mettendo le cose in chiaro: “Alt, fermi tutti! Non ho mai detto di essere la più bella giocatrice in Italia. Ho detto di essere la più forte... e non solo in Italia”. Smentendo e rispedendo al mittente la patente di velina prestata al pallone, con quell’arroganza di chi se ne fotte di voler apparire umile. Non solo smentisce il falso, ma sottolinea il suo talento e lo estende anche fuori dai confini nazionali. Da qui si capisce bene: Agata non è certo una che abbassa la testa, né dentro né fuori dal campo. D’altronde, chi pensa che la “Belva” si spaventi di fronte a un livido, sbaglia di grosso. Chiedere, per informazioni, ai postumi di un durissimo derby giocato contro il Portogruaro, chiuso con un punto di sutura e un occhio nero grande quanto una casa. Invece del solito piagnisteo social o della foto ritoccata per nascondere l'inestetismo, Agata tirò dritto, sfoggiando l'ematoma in primo piano e zittendo chiunque con un tweet da fuoriclasse: “Testa-ta alla prossima”. Insomma, se c'è da metterci la faccia (nel vero senso della parola), lei non si tira mai indietro.
Ma quello che manda in tilt chiunque viva di categorie mentali preconfezionate arriva quando la Centasso si toglie gli scarpini. Mentre gran parte di chi vive i social cavalca sponsorizzazioni acchiappa-like e slogan da salotto, Agata indossa ogni giorno un'altra divisa, quella da operatrice socio-sanitaria (OSS). Lavora a stretto contatto con la disabilità e la fragilità umana. Quella vera, fatta di turni massacranti ed empatia profonda, sudore e silenzi che non vanno in tendenza su Instagram, dove di solito predominano i caroselli perfetti o volutamente fuori fuoco e i filtri che patinano la realtà. Provateci voi a reggere i ritmi di una struttura assistenziale, a correre in Serie C mentre, tra una cosa e l’altra, vi presentate sempre lucide e taglienti nei talk show sportivi (per far riferimento alle sue apprezzate ospitate in Rai) senza mai recitare una parte. La forza della Centasso sta proprio qui: nel rifiutare categoricamente il ruolo della vittima e quello della maestrina dalla morale facile. Eppure, una calciatrice che va forte sui social e si occupa anche di assistenza ai più fragili potrebbe essere “il brand” perfetto per gonfiarsi l’ego e fare moralismo spicciolo su Instagram. Quando i soliti benpensanti o le frange più bacchettone le rinfacciano che le foto in bikini “svalutano l'immagine della sportiva”, lei risponde a muso duro, da “Belva” vera, rivendicando una libertà sacrosanta, ossia che la bellezza non è una colpa, né una concessione da mendicare: “Non ho nulla da nascondere”. Sceglie di mostrarsi come le pare, senza dover chiedere il permesso a nessun comitato di censura ideologica, che arrivi da destra o da sinistra. Agata, indirettamente, assolve anche quel compito infame di illuminare quella grossa falla che ancora resiste in Italia: dobbiamo sempre indicare a una donna cosa fare, cosa vestire, cosa postare. E di solito, poi, chi subisce questo trattamento tende a rispondere con la solita retorica pseudofemminista; Agata, invece, tira dritta per la sua strada senza ammorbarci con sermoni superflui: questa non è la libertà di una donna, la libertà è basta. Che bello smettere di categorizzare! Se per far sì che ciò accadesse serviva Agata Isabella Centasso, beh: più “Agate” e meno influencer, please.
“Sono solo parole”? Non proprio. Perché se c'è da passare dalle parole ai fatti, la Centasso non trema di fronte ai leoni da tastiera. Non le è bastato replicare con la classe di chi sa difendersi da sola di fronte agli insulti pesanti piovuti sotto a un post, arrivati per giunta da un utente con tanto di account verificato. Agata ha scelto la linea dura, sbattendo i profili in questione direttamente alla sbarra e mettendo in moto le vie legali: chi sbaglia, paga. In un calcio femminile che cerca faticosamente la sua piena maturità e che spesso subisce la retorica melensa di chi lo racconta solo come un'opera pia, Agata Isabella Centasso rappresenta quel cortocircuito di freschezza totale, quello che mancava. È la prova che non serve scegliere tra l'essere una donna curata e una lottatrice in mezzo al campo, né tra l'impegno sociale quotidiano e il diritto a piacersi. Centasso va molto forte sui social, ma è l’antisocial, perché si oppone alla formula polarizzante del web che ci vuole tutti “o carne o pesce”. Agata è la prova che serve avere un’identità solida per non farsi incasellare in una categoria o in un’altra.
Ma allora Agata è “una donna con le palle”? No, grazie. Semmai con il pallone ben saldo ai piedi. Chiamatela persona libera. E, se volete, chiamatela pure “la più bella d'Italia”, onore alla bellezza. Ma se vi fa comodo ridurre tutto a una figurina, almeno non mettetevi sulla sua strada a centrocampo. Anche perché la Belva, piaccia o no, morde davvero. Noi vi abbiamo avvisati.