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3 novembre 2026

Ma perché Tony Effe si fa prendere a bastonate in Cina? Parla l'esperto di Shaolin Alessandro Ferrari: “Anche i monaci usano lo smartphone. La disciplina non è magia”

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

3 novembre 2026

Dopo aver creato il profilo Instagram “Tony coca zero”, il trapper Tony Effe continua a condividere stralci della sua nuova vita e pare essersi lasciato dietro le droghe per favorire sport e alimentazione sana. Non manca anche la disciplina: da una settimana Tony si trova al tempio Shaolin in Cina con lo youtuber Ale Della Giusta. Abbiamo chiesto all'esperto e maestro Alessandro Ferrari di raccontarci quanto c’è di “mito” e quanto di reale sul mondo della disciplina Shaolin e quanto tutto questo possa convivere con il mondo social
Ma perché Tony Effe si fa prendere a bastonate in Cina? Parla l'esperto di Shaolin Alessandro Ferrari: “Anche i monaci usano lo smartphone. La disciplina non è magia”

Ma cosa sta facendo Tony Effe in Cina? Allenamenti durissimi, nostalgia decantata nei confronti della famiglia e bastonate sulla schiena. Non sono bastate le corse come antidoto al bisogno di fumare e le discusse frasi sul consumo di zuccheri e carboidrati. Durante un’intervista a Vale Tutto Podcast di Selvaggia Lucarelli, la compagna Giulia De Lellis ha dichiarato che Tony sta cercando di “spostare” la sua dipendenza da una cosa all’altra: mentre prima era incentrata sul consumo di droghe, ora l’ossessione di Tony pare essere lo sport. E che ben venga, ma la sua trasformazione appare quantomeno strana. Da trapper che scrive testi incentrati sul lusso e il materialismo puro, in un mondo che gravita intorno all’ego, Tony si è trasformato in un monaco buddista che sfida la propria forza fisica e la gravità. Da qualche tempo il trapper ha infatti creato un secondo profilo Instagram chiamato “Tony coca zero”, un nome che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Tra i contenuti del profilo diversi reel che mostrano estenuanti allenamenti, diete rigidissime e, negli ultimi giorni, anche un percorso che richiede una particolare disciplina, immersa in quel tempio Shaolin che per noi occidentali è il massimo simbolo di ascesi e per i social la nuova frontiera del flex spirituale. Per capire cosa ci sia di reale in questa full immersion ne abbiamo parlato con Alessandro Ferrari, esperto e profondo conoscitore della disciplina e della cultura marziale asiatica.

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Cos’è la disciplina Shaolin e a cosa serve?
La disciplina Shaolin nasce in Cina, nella regione di Henan, al tempio Shaolin, e i monaci buddisti Chan la praticano da più di 1000 anni, 1500 anni circa. È una disciplina che coinvolge un accrescimento spirituale e fisico in diverse forme. Inizialmente è nata come disciplina per formare dei guerrieri, per proteggere il tempio. Ai tempi c'erano dei briganti, c'erano guerre costantemente e il tempio veniva saccheggiato frequentemente, quindi i monaci decisero di adoperarsi e di allenarsi per difendere quello che possedevano e il luogo in cui praticavano. Si pratica principalmente il buddhismo Chan, quindi comprende sì tante pratiche di combattimento, ma anche meditazione, qigong, estrema flessibilità e porta ad avere delle virtù come il rispetto, l'umiltà e l’assenza di ego. Non è tutto combattimento marziale, ma è una ricerca di miglioramento fisico tanto quanto spirituale.

Secondo te l’occidente si sta “orientalizzando” per esigenza spirituale o per moda?
Sicuramente un po' per entrambi. Io penso che l'Occidente abbia molto un'esigenza spirituale perché siamo sempre in balia del rumore, degli input quotidiani, della frenesia della vita e non riusciamo mai a fermarci e a vivere il presente. Quindi questa è una cosa che stiamo cercando di imparare dall'Oriente, perché ci è sfuggita di mano o forse non l'abbiamo mai avuta in mano come nozione, quella di concentrarci e di essere completamente coscienti di ciò che facciamo, di ciò che svolgiamo e di come viviamo. Quindi è sicuramente un'esigenza spirituale, e sempre di più lo sarà, immagino anche per via del miglioramento della tecnologia e dell'aumento della vita frenetica. Sicuramente è anche tanto una questione di moda. Questo è dovuto all'esplosione di tutti questi kung fu influencer negli ultimi anni su Instagram. Io sicuramente mi metto nella cerchia, anche se tramite il mio profilo cerco di mostrare un po' tutti i lati di quello che vuol dire vivere in una scuola di kung fu in Cina, piuttosto che mostrare soltanto le versioni cinematografiche e strafighe che si vedono su altri video e su altri profili.

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Shaolin Kung Fu Wikipedia

Tony Effe in Cina si sta dedicando alla disciplina dello shaolin. Quanto c'è di cinematografico e mitologico in ciò che sta mostrando sui social?
Premetto che io onestamente non ho visto nulla di quello che sta facendo Tony Effe, anche perché lo conosco molto poco e mi interessa molto poco. Ho visto un video che mi hanno mandato diverse persone, siccome una delle cose che mostro nella maggioranza è la rottura dei mattoni che mi piace fare e mi hanno mandato un suo video in cui non riesce a rompere il mattone. Penso che sia appena arrivato, da quello che mi sembra di aver visto e onestamente non so cosa stia mostrando lui. Mi immagino che l'obiettivo sia quello di far vedere quello che va un po' di moda sui social, quindi le parti cinematografiche e mitologiche che possono essere l'approccio a un maestro severo e silenzioso che parla soltanto cinese, la rottura dei bastoni e la rottura dei mattoni. Immagino che, essendo una persona di spicco, l'obiettivo sia un po' quello di mostrare di più “le parti fighe”. Non so se ha fatto vedere le parti scomode, quindi quando ci si fa male durante lo stretching o quanto è difficile andare ad allenarsi il terzo giorno dopo aver iniziato.

Un monaco Shaolin lavora per azzerare l'ego. Un artista come Tony Effe costruisce tutto sul proprio personaggio e sulla centralità dell'io. Quando un ego così ingombrante entra nel tempio, il tempio riesce a piegare l'artista o l'artista si limita a usare il tempio come 'location' instagrammabile?
Dipende tantissimo da tutte le parti in causa. Partiamo dal fatto che sicuramente la disciplina Shaolin ha delle fondamenta molto solide e dipende molto dalle persone che ne sono coinvolte, ovvero i maestri, da quanto hanno interesse e quanto tempo ed energie vogliono investire nelle persone che si trovano davanti. Il tempio Shaolin, cioè il tempio in cui si pratica kung fu, rimane uguale comunque, a prescindere dal fatto che l'allievo impari: che l'ego dell'allievo venga piegato o meno, al tempio alla scuola non interessa niente. Loro sono persone che mettono a disposizione il sapere, le pratiche, il loro tempo e quello che ricevono dall'altra parte è importante, ma fino a un certo punto. Una volta che un maestro sente che non c'è da perdere tempo dietro a una persona che non vuole cambiare, o pensa che sia già arrivato, che come si dice “la sua coppa sia già piena” e non abbia più spazio per imparare, non perde tempo a cercare di piegare l'ego della persona che si trova davanti. Le persone che vengono in Cina e cercano di imparare kung fu a loro modo, senza lasciare da parte l'ego e pensando di sapere tutto, semplicemente affrontano un'esperienza vana per loro. Come detto, se i maestri sentono che non c'è niente da fare con una persona che non ha voglia di mettersi in gioco, non perdono troppo tempo. Questo è quello che constato allenandomi in Cina da due anni.

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Oggi il concetto di 'Shaolin' viene spesso riadattato dall'Occidente come un costoso pacchetto di wellness per VIP in crisi di identità o sotto stress. Qual è il più grande falso mito da abbattere su questo punto?
Ma secondo me il più grande falso mito da abbattere su questo punto è che si può pagare quanto si vuole, si può creare un pacchetto wellness per VIP quanto si vuole, ma se si arriva con la mentalità sbagliata e se si mette la responsabilità del proprio cambiamento nelle mani di qualcun altro, è un errore grandissimo: non ne viene fuori nulla, nessuno ci guadagna da un rapporto del genere. Ci sono tante persone che pensano che una volta che l'aereo atterra in Cina si sveglieranno il giorno dopo cambiate e che affrontare la paura di farsi spaccare dei bastoni sulla schiena le possa trasformare come persone. Ma se non si è propensi al cambiamento non ci sarà niente che le cambierà, nemmeno la disciplina Shaolin, nemmeno le punizioni corporali o gli allenamenti intensi da 7 ore al giorno. Se una persona non è disposta al cambiamento rischia soltanto che il pacchetto wellness per VIP si riveli un disastro e sicuramente non l'aiuterà con la crisi di identità o per attenuare lo stress. Questo è il mito da abbattere, perché si tratta di un discorso molto romanticizzato dall'Occidente. Siamo cresciuti un po' tutti con i film di arti marziali, a vedere i tramonti asiatici e le combinazioni di kung fu nelle pagode in cima alle montagne. Ma la verità è un pochettino più scomoda: il cambiamento è molto più faticoso rispetto a quello che le persone si aspettano, tant'è che si pensa che venire una settimana, un mese o due mesi in Cina possa cambiare la vita, e di questo non sono per nulla d'accordo. È un percorso molto personale, chiaramente, però non penso proprio che ci sia niente di magico dietro alla disciplina Shaolin. È una verità cruda e dura, e il cambiamento comporta tantissimo sforzo, tantissimi sacrifici e nessuna magia.

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Tony Effe non è l’unico a condividere sui social il suo percorso di disciplina. Anche tu lo fai, seppur da esperto. Secondo te questo tipo di disciplina e il mondo della condivisione social possono coesistere o si rischia di svuotare la disciplina dal suo significato?
Secondo me possono assolutamente coesistere. Come ti dicevo prima, è un mondo che è stato molto romanticizzato. Ci si aspetta che la tecnologia e la disciplina Shaolin non possano andare di pari passo, ma è impossibile al di fuori della natura umana questo concetto, perché siamo nel 2026. La Cina è una delle nazioni più tecnologiche al mondo e c'è una grossissima dipendenza dalla tecnologia. Qui, al giorno d'oggi, i monaci nei templi, nei monasteri, ma anche al tempio Shaolin originale di Henan, hanno lo smartphone, hanno le tuniche con le tasche per tenere il telefono e c'è una dipendenza gigantesca dai social media. Le persone guardano il telefono costantemente durante la giornata, e lo fanno anche i monaci, le persone che praticano kung fu e i miei maestri. Io sono stato diverse volte al tempio Shaolin a Dengfeng, nella regione di Henan, proprio il tempio originale dove nasce lo Shaolin Quan (la disciplina Shaolin), e ho conosciuto giovani monaci, ci sono uscito a cena, ho conosciuto monaci anziani, ho parlato con loro e sono completamente dipendenti dalla tecnologia: tutti pubblicano sui loro social cinesi, su Weixin, su Douyin (che è il TikTok cinese), su RedNote (che è l'Instagram cinese). È una cosa che va avanti da quando c'è stato l'avvento tecnologico in Cina e continua a coesistere con la disciplina e con lo sport. Il kung fu e i monasteri sono pieni di monaci che pregano, fanno il loro, e poi nel tempo libero si svagano con la tecnologia. Quindi è una cosa che può e deve andare di pari passo perché fa parte della natura umana. È anche un motivo di vanto per le persone cinesi al giorno d'oggi, quello di essere in grado di attirare pubblico tramite i social e la digitalizzazione del tutto, perché come si può vedere adesso su Instagram ci sono anche grandi maestri di kung fu cinesi che hanno aperto un profilo e usano le VPN per avere accesso ai social che utilizziamo noi in Occidente. Uno degli obiettivi principali di una persona che ama la propria disciplina è quella di diffonderla; quindi, se possono condividere questo mondo con l'Occidente, sono sicuramente contenti. Poi c’è da dire che l'essere umano tende a sminuire, a ridicolizzare e a fare diventare una moda il tutto, facendogli perdere un po' di importanza. Però io penso che – e anche i miei maestri sono dello stesso avviso, ogni tanto ne parliamo – non è la disciplina che viene intaccata, quanto piuttosto le persone che ne fanno parte. Ci saranno sempre i singoli che non rispettano e non fanno fronte alle necessità che la disciplina richiede, ma questo non è assolutamente un problema della disciplina in sé, quanto piuttosto degli individui. E la cosa bella è che, se praticata nel modo corretto, può dare davvero benefici fisici e mentali; è bene che più persone la conoscano, e se anche questo rischia di sminuirne il valore, va bene comunque. L’importante è raggiungere tante persone: ci sarebbe comunque un impatto positivo generale.

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