È di ieri la notizia della riapertura del gruppo Telegram "Phica", che rinasce con un nuovo sottotitolo: “La rinascita”. Sembra il sequel di un film o un mito greco, nello specifico quello dell’Idra, che aveva un vizio fastidioso: le tagliavi una testa e ne spuntavano due. Nel web italiano degli ultimi anni è successa esattamente la stessa cosa, ma al posto dei mostri del mito c’era la solita deriva della violenza digitale. Abbiamo detto “solita”, sì. Perché il vero orrore non sta neanche tra i messaggi e i file di quella chat, ma nel nostro mancato stupore. D’altronde siamo quelli che hanno dimenticato in fretta gli Epstein files, chi se le incula le donne a cui vengono rubate foto senza consenso? Non ci addentreremo in spiegazioni filosofiche o sermoni femministi. Non perché la filosofia non serva a niente. Non perché il femminismo sia solo retorica. Ma perché semplicemente il pubblico a cui vogliamo rivolgerci non è quello che ci darà ragione sulla base di una presunta morale per cui “certe cose non si fanno”. Non vogliamo applausi, like, condivisioni facili. Vogliamo parlare ai diecimila iscritti a Phica, dunque saremo molto spiccioli. Parliamo a quei oltre diecimila che hanno il cazzo piccolo. Semplicemente. E vi spiegheremo perché ce l’hanno piccolo, ma ora facciamo un passo indietro.
Chi bazzica in rete da più di qualche anno sa di cosa parliamo. Phica.net non era semplicemente un forum, ma una sterminata architettura digitale creata per collezionare e vivisezionare l’immagine delle donne che, in questo caso forse sarebbe meglio denominare “femmine” dato che lo scopo di questo articolo è che sia comprensibile a un determinato target. Phica è stato, quindi, un enorme catalogo umano nutrito ogni giorno da migliaia di scatti sfilati da Instagram, Facebook, profili privati violati o spiate rubate nel quotidiano. Foto di ragazze comuni, ex fidanzate, conoscenti della porta accanto, ma anche figure pubbliche ed esponenti politiche, attuali fidanzate o madri e sorelle. Tutte finite nell’ingranaggio della gogna virtuale, condita da commenti da bar serviti freddi, com’è tipico del voyeurismo. Anche se dubitiamo che chi fa parte di quella chat capisca cosa voglia dire, proviamo ad osare.
Tra fine agosto e inizio settembre del 2025, quando il vaso di Pandora è esploso sui giornali e nelle aule di tribunale, il sito è stato chiuso. Amen, direte. O “tutto è bene quel che finisce bene”. E invece no, perché mica viviamo in una favola, bensì in un misero romanzo decadente senza trama. E allora ecco che prevedibilmente la chat ritorna con i suoi maschi alpha più arrapati che mai. Benvenuti su Telegram, la piattaforma di messaggistica libbbera. Così libera che, oltre a far girare foto di tua madre in topless, garantisce un discreto mercato nero di armi e favorisce lo spaccio di sostanze stupefacenti con libero accesso a minori. Qui si va perfino oltre la libertà. Questa è anarchia, “adrenalina pura”, come direbbe Corona. Ma ciò che colpisce in chat come quelle di Phica è l’immediatezza da chat room: un flusso ininterrotto e claustrofobico di pacchetti di foto e cartelle zippate, link riservati e mercanteggiare di materiale intimo. Un modus operandi che ci restituisce perfettamente l’immagine dei suoi iscritti: dei segaioli che nella vita non hanno un cazzo da fare. Oppure dei segaioli frustrati che nella vita non hanno avuto un briciolo di coraggio per diventare ciò che avrebbero voluto essere, per cambiare un lavoro che non li soddisfa o una partner con cui sono infelici. Questo e poco altro sono gli iscritti di Phica: un covo di arrendevoli esseri umani incapaci di gestire i propri istinti animali, che hanno scelto di sfogare tutta la loro frustrazione su coloro che temono di più: le femmine. Ma perché tanto timore capace di generare tanta frustrazione?
Cari i nostri oltre diecimila iscritti, noi lo sappiamo chi siete. Noi vi capiamo. Avete presente quando alle elementari si creavano quelle fazioni tra “maschi contro femmine”? Tenete conto che quelle scuole elementari non siano mai finite, che si sia rimasti dietro a quei banchi bassi, ma non più con i piedi penzolanti dalla sedia: i piedi ora poggiano sul pavimento e sui volti candidi dei maschietti è spuntata la barba, alcuni i capelli li hanno persi. Il tempo è trascorso ma quei maschietti non hanno mai avuto il coraggio di alzarsi da quella sedia, allontanarsi da quel banco e lasciare la classe. Perché farlo avrebbe voluto dire diventare grandi, invece quei maschi sono rimasti maschietti perché è più facile così. Molto più facile rimanere nel branco che cospira contro la fazione rivale, così si può alimentare quel senso di appartenenza che altrimenti da soli si dissolverebbe. E si rimarrebbe così in balia di se stessi e della propria incapacità di stare al mondo. Ecco, con certezza ve lo sottoscriviamo: questi sono i diecimila iscritti a (morti di) Phica.
Questi maschietti si scambiano foto di compagne, madri e sorelle. Questo bisogna specificarlo, perché si potrebbe pensare che ad essere vittime di questi scambi di materiale siano solo ex e che dunque questi comportamenti siano mosse da istinti vendicativi. E invece no, sorpresa: “io ho la moglie, vuoi scambiare?”. “Chi sb**ra mia madre velocemente?”. E ancora: “Scambio foto della mia tr*ia incinta”. Non mancano ovviamente scatti rubati a sconosciute per strada, in metro o alla fermata del tram. Tutto è lecito in Phica. E tutto è esplicito. Tanto che entrarci ti dà l’idea di quanto la fantasia sia morta e sepolta.
E qui arriviamo a un punto. Perché per capire la fame di questi diecimila maschietti bisogna guardare cosa fa il resto del Paese quando si chiude nel bagno di casa o dell’ufficio. Parliamo di numeri, dati alla mano: l’Italia è stabilmente tra i primi 8 Paesi al mondo per consumo di pornografia online. Solo su Pornhub facciamo registrare qualcosa come 148 milioni di accessi al mese. Significa che in Italia il porno fa più traffico di Instagram e straccia letteralmente l'informazione: si naviga più tra le categorie dei siti hot che sulle pagine del primo quotidiano nazionale. L’utente medio italiano ha circa 38 anni, si collega quasi esclusivamente dallo smartphone e passa più di 10 minuti a sessione a cercare la sua dose quotidiana di godimento da schermo. Fin qui, niente di male: il sesso piace a tutti, la masturbazione è sana, evviva la libertà d'espressione. Peccato che l'algoritmo non basti più. Il problema dell'italiano medio - e dei diecimila e oltre di Phica in particolare - è che il porno professionale, quello patinato, recitato con attori pagati e luci al neon, non gli basta, perché è finto, ma soprattutto perché non c’è sopra “il sangue” della vittima. L'utente italiano ha sviluppato un'assuefazione per cui la finzione non eroga più dopamina: serve il “reale”, serve la ragazza della porta accanto, serve sapere che quella donna di cui si sta violando l’intimità a sua insaputa non voleva che tu la vedessi. Il godimento non sta nell'atto sessuale in sé, sta nel furto e nella violazione. Sta nell'idea di aver spogliato una donna senza il suo permesso, così da elemosinare un “bravo, bomber” dal socio. C’è del sadismo, ma di quello becero. Quando si parla di sadismo spesso lo si associa a chissà quale meccanismo psicologico da decifrare, ma la cattiveria di questi utenti è allo stato brado ed è in primis un odio verso la propria incapacità di vivere che trova sfogo nell’oggetto femminile. Non perdiamo tempo ad analizzare cervelli parcheggiati nella scatola cranica, smettiamola di perderci in un bicchiere d’acqua. Questa è gente che ragiona con il membro che, per una sfortunata combinazione di madre natura, è nato sottosviluppato come il cervello, divenendo terreno fertile per senso di inadeguatezza, incapacità a relazionarsi e frustrazioni conseguenti. Non è una questione di stereotipi, è che ci siamo rotti le palle di analizzare il nulla. Quanto ci piace perderci in concetti arzigogolati! Ma quella di Phica non è merda d’artista, è merda e basta. Vogliamo ancora perdere tempo ad analizzare la merda? E diceva bene Gianfranco Funari con la sua schiettezza da marciapiede: "Se uno è stronzo, non je puoi dì stupidino". Vogliamo ancora perdere tempo a cercare scuse psicologiche per chi produce la merda?
Inoltre, questa è la stessa pulsione che anni fa ha ucciso Tiziana Cantone. Ce la ricordiamo tutti Tiziana, no? O abbiamo rimosso pure lei insieme agli Epstein files? Nel 2016 Tiziana è diventata il primo grande martire di questo meccanismo becero. Un video privato finito in rete, una frase trasformata in un meme nazionale che ha portato a magliette stampate e parodie di comici improvvisati. Tiziana Cantone è stata stritolata da un Paese di voyeur che prima l'ha consumata di nascosto e poi l'ha indicata con il dito in pubblico, finché l'unica via d'uscita che le è rimasta è stata un foulard stretto attorno al collo. Anche all'epoca ci siamo detti tutti “mai più” e via di bei discorsi articolati che, a guardare quello che gira su Phica oggi, possiamo affermarlo con certezza: non sono serviti a un cazzo. Non solo ci siamo sdegnati a reti unificate, sono pure nate le leggi sul revenge porn accanto alle fiaccolate. Però, a pensarci, qualcosa in questi anni è cambiata: la tecnologia è diventata più rapida, i gruppi si sono spostati su Telegram e la fame di carne fresca è aumentata.
Non staremo qui a dire che i diecimila iscritti a Phica sono il prodotto terminale di una cultura patriarcale e bla bla bla. Parliamoci chiaro: negli ultimi anni questi discorsi sono serviti a qualcosa? Non è servito neanche il sacrificio di Tiziana Cantone, i numerosi femminicidi e pile di denunce di donne vittime di violenza. Probabilmente perché su queste storie ci si è costruita troppa retorica, le si è rese fiabesche: a un certo punto arriva il lupo (o i lupi) e la principessa viene mangiata. Con il risultato che “il lupo”, per l’opinione comune, è diventato un personaggio intrigante, degno di nota, con tanto di profilo psicologico da analizzare e approfondire. Ma il lupo è un animale dignitoso, che caccia per istinto, rispetta un ordine naturale e, soprattutto, non passa le sue giornate a masturbarsi davanti a uno schermo sperando che una donna dimentichi di aver chiuso le finestre di casa. Questi non sono lupi. Non sono nemmeno mostri, che a chiamarli così finisce che ci facciamo le seghe mentali pure noi, dipingendoli come entità oscure, tragiche o romanticamente maledette. No. Questi sono solo dei poveracci. Dei miserabili parassiti digitali che scambiano lo squallore per trasgressione e la violenza domestica (o la condivisione abusiva di foto) per un trofeo da esibire nella chat delle elementari in cui sono rimasti intrappolati.
E allora basta con l’agiografia del marcio. Basta con i pippotti sociologici per cercare di capire “cosa passa per la testa” a un gruppo di frustrati che non ha mai visto una vagina dal vivo se non su un server russo. Non c’è un mistero psicologico da svelare, non c’è la banale banalità del male di Hannah Arendt: c’è solo il vuoto assoluto. Un deserto di personalità. E allora diciamolo chiaro, senza girarci troppo intorno: se la risposta alla chiusura di un bugigattolo virtuale è la “rinascita” di una chat dove scambiare i panni sporchi delle donne di casa, il problema non va spiegato a suon di sofismi linguistici. Cosa volete che ne capisca l’uomo di Neanderthal dei vostri bei discorsi? Questi hanno una mano sul cellulare, l’altra sul cazzo e i neuroni chissà dove. Ma davvero volete parlare a questi spiegandogli le teorie femministe e raccontando di associazioni anti violenza sulle donne? A questi diecimila c’è da sbattere in faccia solo una verità: avete il cazzo piccolo. Il loro comportamento è solo una banale conseguenza di questa disfunzione. Chi ha bisogno di rubare l'intimità di una donna per sentirsi un uomo, dimostra solo che di fronte a una donna vera, in carne ed ossa, con una sua volontà e il potere di dirti “no”, ma soprattutto “sì”, non saprebbe nemmeno da che parte iniziare a spogliarla. Tenetevi la retorica lucidata per l’occasione e iniziate a chiamare le cose con il loro nome, sempre che un nome se lo meritino.