“Nascere maschi è nella natura, è diventare uomini che è molto complicato, molto difficile e questo riguarda davvero tutti, noi genitori, la scuola, le istituzioni, siamo tutti coinvolti”. Questo è il commento senza sofismi, e altri -ismi, della conduttrice del Tg5 Elena Guarnieri, al caso dei due gruppi, ora chiusi, in cui si condividevano foto private senza consenso: in un caso “Mia moglie”, erano le foto della partner; nell’altro, “Phica”, invece foto di chiunque, anche finte o fatte con ia, anche dei nostri leader politici. Un tema che richiederebbe decine di pagine di teoremi morali sui pericoli del deep fake, sul revenge porn (gravissimo e che coinvolge per la stragrande maggioranza – circa il 70% – le donne), sul tema del consenso. Ma anche la concettualizzazione dell’essere maschio, ultimamente, non se la passa molto bene. Il vuoto intellettuale lasciato sul tema è stato riempito, per via apofatica, dalle femministe, che di tutti gli uomini hanno fatto un fascio, nel vero senso della parola perché gli uomini, in fondo, son tutti fascisti. C’è un problema strutturale, dicono, legato al patriarcato, cioè al dominio dell’uomo sulla donna (in senso stretto questo schema di potere è sparito dalla società italiana decenni fa, ma non se ne sono ancora accorte). Forse hanno ragione, però, sul maschilismo, sulla tendenza degli uomini ad avere o tollerare atteggiamenti che sminuiscono le donne.


Parallelamente, tuttavia, c’è un altro tema, che non riguarda il consenso, il machismo, il patriarcato, ma la fine della virilità intesa in senso alto (passateci il termine: in senso cavalleresco). Quel tipo di virilità che tiene insieme assertività, rispetto e lealtà. Giustamente Elena Guarnieri si chiede: “Ci viene anche da chiedere, come sia possibile che siano proprio i fidanzati, i mariti, a usare il corpo delle proprie compagne, dandolo letteralmente in pasto a certi siti scabrosi”. Ce lo chiediamo anche noi, visto che i mariti, i fidanzati, quelli veri, non condividono le foto delle proprie compagne, non aprono la gallery personale a sconosciuti che vogliono eccitarsi. Allora sì, abbiamo decostruito tutto ma forse un po’ troppo. E tornare indietro, qua e là, potrebbe farci bene. È quello che suggerisce per esempio il filosofo Cesare Catà in Addio, cavaliere!, un elogio dell’amore cortese, della cavalleria, “Perché la cortesia è il modo più radicale e più alto di vivere l’esperienza dell’altro nella quale prende forma l’esistenza umana”. Cos’è che fa l’uomo? Mentre Francesco Piccolo ci ammorba convincendoci che, letteratura alla mano, è la violenza, la sopraffazione, la volontà di dominio, insomma lo spirito di guerra. Ma è in tempo di pace, invece, che l’uomo viene fuori. E in un lavoro quotidiano che lo porta, quando è in una relazione, a identificarsi completamente nel rapporto con l’altro. E se ti identifichi con l’altro non gli rubi le foto, i messaggi, degli audio. Questa è una domanda fondamentale, a dispetto di un discorso distruttivo e fascista: cos’è che fa l’uomo? Possiamo risponderci come vogliamo. La tradizione, per fortuna, ci dà qualche indicazione che potremmo tornare a considerare valida, dopo la sbornia postmoderna che, evidentemente, in cinquant’anni non è riuscita a scalfire minimamente la volgarità dell’essere umano.
