Ma la Cina si sta davvero preparando militarmente per attaccare Taiwan? A giudicare dalle dichiarazioni uscite dalla bocca degli alti funzionari degli Stati Uniti, dal crescente numero di esercitazioni effettuate da Pechino nel Mar Cinese Meridionale e dal desiderio del Dragone di recuperare la “provincia ribelle”, la risposta potrebbe essere positiva. Vale però la pena fare un ragionamento: che ci guadagnerebbe la Cina dalla conquista violenta di Taiwan? Senza ombra di dubbio, qualora Xi Jinping decidesse di sferrare uno sbarco anfibio sull'isola, il gigante asiatico dovrebbe affrontare una complicata guerra fratricida con Taipei; ucciderebbe migliaia se non milioni di taiwanesi; in caso di vittoria sarebbe costretto a mettere in pratica una convivenza forzata con un popolo affamato di vendetta; vedrebbe sfumare il settore hi-tech di Taiwan (leggi: chip e semiconduttori); ma soprattutto verrebbe isolato dalla comunità internazionale. Forse, e questo è quello che spaventa gli analisti, la Cina potrebbe anche scontrarsi con gli Stati Uniti: molto dipenderà dalla volontà di Washington di esporsi per difendere direttamente (e attivamente) Taipei. Ecco, tutto questo non è proprio il futuro auspicato da Xi che, al contrario, ha trascorso gli ultimi anni a proporre al mondo intero una Cina “responsabile e pacifica”.

Il contesto è più o meno questo: gli Stati Uniti e l'Occidente sostengono da anni che la Cina stia pianificando un'invasione militare di Taiwan, considerandola una minaccia concreta alla stabilità dell’Indo-Pacifico. A rafforzare questa convinzione sono le crescenti esercitazioni militari cinesi intorno all'isola, come le manovre su larga scala dell'agosto 2022 e dell'aprile 2023, simulate in risposta a visite ufficiali taiwanesi negli Stati Uniti. In queste occasioni, Pechino ha mostrato la sua capacità di circondare Taiwan, bloccandone porti e aeroporti in una sorta di prova generale di assedio. Washington, dal canto suo, ha rafforzato la propria presenza militare nella regione e ha intensificato i rapporti con Taipei, anche attraverso forniture di armi difensive. Per l'Occidente, questi segnali sono la prova che la Cina si sta preparando a un'azione forzata. Pechino, invece, continua a parlare di “riunificazione pacifica”, accusando gli Stati Uniti di “provocazioni” che alimentano il conflitto. Il Pentagono ha indicato il 2027 come una possibile data critica. È l'anno in cui l'Esercito Popolare di Liberazione (Pla) cinese dovrebbe completare una modernizzazione chiave, coincidente con il centenario della sua fondazione. Secondo il comandante dell'Indo-Pacific Command, ammiraglio John Aquilino, la Cina “potrebbe avere la capacità militare per invadere Taiwan entro il 2027”.

Tra la paranoia occidentale e i timori degli esperti troviamo la realtà. La realtà ci dice che la Cina ha già assorbito Hong Kong e Macao senza spargimenti di sangue né guerre civili. Certo, gli hongkonghesi hanno creato qualche problema a Pechino quando il Partito Comunista Cinese ha anestetizzato la ruspante opinione pubblica locale troppo appassionata di “ombrelli gialli”; sono scoppiate rivolte, anche feroci, ma in qualche modo messe a tacere senza massacri o carri armati. La libertà di espressione è in parte uscita malconcia ma tutto sommato le librerie di Hong Kong continuano a vendere libri e librietti che criticano Xi e il Partito. Per il resto, poco o niente è cambiato nell'ex colonia britannica. Ecco, non è da escludere che la Cina possa offrire a Taiwan un futuro del genere. Ovviamente Taipei non è Hong Kong, ma tra l'auspicare un'ipotesi del genere e l'immaginarsi una guerra cruenta c'è un abisso. Insomma, nessuno si chiede se Pechino non voglia perseguire la riunificazione attraverso strumenti meno distruttivi di missili e cannoni ma altrettanto efficaci: l'economia e la tecnologia. Taiwan è del resto un hub globale per la produzione di semiconduttori, in particolare grazie alla Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), leader mondiale nel settore dei chip avanzati. Invece di distruggere questo patrimonio con una guerra, la Cina potrebbe cercare di integrare gradualmente l'isola nella propria sfera d’influenza offrendo vantaggi economici, investimenti, accesso al mercato interno e forme di cooperazione industriale. L'obiettivo sarebbe quello di attrarre le élite taiwanesi, mettere pressione politica locale e rendere l'unificazione non solo inevitabile, ma economicamente vantaggiosa. Una strategia più lenta e sottotraccia, che eviterebbe il costo — e il rischio — di un conflitto armato diretto. A meno che qualcuno non forzi la situazione...
