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Francesco Totti, di sacrificio, talento, denti affilati per lasciare il segno

Moreno Pisto

20 ottobre 2020

È uscito il film su Francesco Totti, il capitano storico della Roma, un simbolo, un’icona. È stato intervistato da Vanity Fair ed ecco cosa imparare da un uomo che ha toccato i picchi più alti passando dalle tempeste più forti

FRANCESCOTOTTI. Scritto così, tutto attaccato, tutto maiuscolo. È uscito il film sulla sua vita, diretto ad Alex Infascelli. È uscita la sua intervista, di Malcolm Pagani su Vanity. E da campioni così, che hanno toccato i picchi più alti e sono passati dalle tempeste più forti (incidenti, momenti difficili, di gogna mediatica e sportiva) c'è sempre, sempre, sempre da imparare. Anni fa ho letto la sua autobiografia, scritta con Paolo Condò. FrancescoTotti raccontò che quando si risvegliò, dopo l'operazione fatta per l'infortunio gravissimo che poteva costargli il Mondiale, ai piedi del suo letto trovò Marcello Lippi. Lippi gli disse: "Fai quello che vuoi, ma tu in Germania ci vieni. Non posso pensare a una nazionale senza di te. Trova un modo, non mi interessa, ma non mi abbandonare". È stato lì che FrancescoTotti ha capito che ce l'avrebbe fatta a recuperare. È stato lì che ha capito che quel Mondiale lo avrebbero vinto davvero.

Ed è proprio un giorno di quel Mondiale che mi viene in mente quando penso a FrancescoTotti. Il giorno in cui l'ho amato per la prima volta. Il giorno in cui è nata mia figlia, il 26 giugno 2006. Io e Ginevra eravamo spezzati in due perché ci avevano appena fatto capire che Virginia aveva qualcosa che non andava. Ma c'era la partita degli ottavi di finale del Mondiale, Virginia dormiva in camera e l'Italia prende un rigore all'ultima azione. Mi metto in punta di letto, promettendomi di esultare in silenzio. Totti sul dischetto. Era tornato proprio da quell'infortunio lungo mesi. Si carica tutta la responsabilità su di sé e segna, segna di prepotenza. Ho tirato un urlo, povera Virginia. Se penso a FrancescoTotti, penso a quanto ero sconvolto in quel momento e a quanto lui, solo con quel gol, mi ha fatto distrarre.  

Io l'ho amato FrancescoTotti calciatore, pure quando l'ho offeso in curva e davanti alla tv. Anni fa ero uno di quelli che dalla Nord di San Siro cantavano un coro contro sua moglie, lui fece gol proprio nella porta sotto di noi, si bloccò e ci fece il segno di stare zitti. Rimanemmo tutti ammutoliti. E tutti ammirati.

Nell’intervista a Malcolm Pagani ha parlato di sacrificio: «Mia madre mi veniva a prendere a scuola, mi portava agli allenamenti e guidando mi interrogava sulle lezioni del giorno dopo mentre tra un panino e una curva. I tempi erano stretti e la vita scorreva tra il campo e il sedile di una macchina. I sabati sera me li ricordo tutti: i miei amici uscivano per andare al cinema o in discoteca, e io restavo in casa aspettando che la mattina dopo ci fosse la partita. Gli altri pensano “che bello” e tu vorresti rispondere: “sicuri?”. A quell’età nessuno può dirti se ce la farai: esistono solo i dubbi, i punti interrogativi, le scommesse». Di talento: «È più importante starci con la testa. Arriva un istante in cui devi dimostrare quanto vali. Pensi sempre che con il talento puoi superare ogni ostacolo, ma è un’illusione». Di porte e di fame: «Dipende da come bussi, alle porte. Se bussi con timidezza è un discorso, ma se bussi per farti aprire le cose cambiano. Il suono è diverso, l’ascolto è diverso. I denti se non sono affilati non lasciano il segno».

Di FrancescoTotti ne nascono pochi ogni generazione. Ma non è una giustificazione per pensare che quello che dice valga solo per i fenomeni. Perché il sacrificio, l’atteggiamento e i denti sono ciò che ci rendono la versione migliore di noi stessi. È questo che fa la differenza. 

 

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