C'era una volta il vecchio e caro Jeremy Clarkson: il gran sacerdote dei motori V8, il detrattore supremo delle auto noiose, l'uomo che considerava qualsiasi mezzo sprovvisto di “un'anima da traverso” un insulto alla civiltà occidentale. Se un tempo gli aveste messo sotto le chiappe un SUV ibrido plug-in proveniente da un brand nato l'altro ieri a Pechino, avrebbe chiamato la protezione civile o gli avrebbe dato fuoco. Dandosi fuoco a sua volta. Eppure, qualcosa è profondamente cambiato. Sì ok, ha dovuto fare i conti con un tumore e se l’è vista brutta, diventando inevitabilmente più buono come tutti quelli che fanno i conti con la possibilità della fine. Però oh, non ce l’aspettavamo un pezzo così. Anzi, non se l’aspettava neanche lui, che in premessa ha quasi giustificato quello che sarebbe andato a scrivere partendo da lontanissimo.
“A metà degli anni Ottanta – racconta - presi un treno da Pechino a Xi’an ed fu una due giorni di orgia di orrori. Il fumo traballante della locomotiva a vapore davanti trapelava prodigiosamente nelle carrozze, i sedili erano di legno, l'odore di ascella era straordinario e non c'erano bagni. C'era invece un buco nel pavimento di una carrozza sul quale eri invitato ad accovacciarti”. Tutto questo per dire che il futuro è arrivato e che oggi lo stesso tragitto si compie a 350 km/h in carrozze silenziose con sedili che diventano letti. Addirittura gli automobilisti cinesi guidano su una rete autostradale sterminata che copre l'equivalente di 20 volte le Isole Britanniche. Lo stesso Clarkson ricorda come solo pochi decenni fa l'offerta automobilistica all'ombra della Grande Muraglia fosse grottesca, fatta di scatoloni a tre ruote come la XF150ZK-4, “in sostanza una Reliant Robin abbruttita fatta da persone che non sapevano cosa stessero facendo”, o accrocchi Frankenstein nati da vecchi macchinari britannici dismessi.
Adesso, però, è successa la stessa cosa di quel treno col buco sul pavimento. Marchi sconosciuti fino a ieri sfornano veicoli a ritmi impressionanti. Il colosso BYD, ad esempio, possiede una singola fabbrica più grande della città di San Francisco, capace di produrre un'auto ogni 60 secondi. E è in questo scenario di travolgente espansione che fa la sua comparsa la Jaecoo 7 — un nome nato “combinando la parola tedesca Jäger e la parola inglese cool”. Un marchio che quattro anni fa semplicemente non esisteva e che oggi firma la terza auto più venduta nel Regno Unito. Clarkson l’ha provato e quasi non ha saputo che dire. Di fronte a questo SUV che assomiglia a una Range Rover, ma viene venduto all'incredibile prezzo base di 29.195 sterline tutto incluso, il più spietato e passatista dei giornalisti di motori non l’ha distrutta. Ma fermi tutti: ha pure ammesso candidamente che quell'auto non fa per lui. “Questo non è un veicolo emozionante da guidare – spiega - è l'equivalente automobilistico di un secchio di sabbia. Sì, c'è un che di economico nella sensazione dei tessuti e dei materiali nell'abitacolo, ma cosa vi aspettavate? Ma non potevate aspettarvi piume di pavone”.
Eppure, l’indole cinica dell’inglese non può non lasciarsi andare a alcune considerazioni. Riconosce che la stragrande maggioranza degli automobilisti non cerca il brivido del rettilineo o la perfezione della radica di noce, ma vuole solo quattro metri di metallo economici, sicuri e affidabili. Clarkson evoca un parallelo storico illuminante, ricordando l'arrivo delle prime Datsun giapponesi nel 1968: “Oh, come deridevamo la loro tappezzeria da plebei e i loro cruscotti di plastica. Ma poi ci siamo accorti che le nostre Ford e le nostre Triumph non partivano quando faceva freddo, o c'era umido, o nebbia, o sole, le piccoline giapponesi lo facevano. E si è scoperto che questo per noi contava”. Insomma, la recensione di Clarkson fa tutt’altro che schifo e, anzi, è un impietoso epitaffio per la supremazia industriale dell'Occidente. I costruttori tradizionali europei ci hanno abituato per decenni ad aspettarci pellami finissimi, moquette spesse e velocità esorbitanti, la Cina sbatte in faccia al consumatore prostrato dall'inflazione la domanda decisiva: “Aspetta un attimo, tieni conto del prezzo”.
Negli anni '80 l'Unione Europea pose un tetto del 12% alla quota di mercato delle auto giapponesi per salvare le proprie fabbriche. Oggi la velocità di sviluppo cinese è tale che, come chiosa sarcasticamente Clarkson: “Entro Natale ci sarà una nuova versione che potrà volare e diventare invisibile premendo un pulsante”. Dunque, Jeremy Clarkson è diventato buono? Assolutamente no. Clarkson è semplicemente rimasto un pragmatico osservatore della realtà. Non incensa la Jaecoo 7 per le sue doti dinamiche — che restano quelle di un elettrodomestico senza anima ma con le ruote — prende atto del fatto che il dragone cinese ha capito perfettamente cosa vuole il pubblico globale, le case automobilistiche europee continuano a specchiarsi nella propria presunta superiorità d'immagine vendendo auto a prezzi inaccessibili. Insomma: non c’è più un’Euro in giro! E se persino il più scettico e sciovinista dei giornalisti automobilistici britannici deve ammettere che l'offerta cinese è imbattibile per il cittadino comune, forse per l'industria dell'Auto in Europa non resta che issare bandiera bianca. Anzi, verde come l’ecofollia che ha voluto inseguire per non accorgersi che oggi l’unica vera esigenza è “il prezzo umano”.